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Gli anni amari 1

Nicola Di Benedetto (Mario Mieli) nel film “Gli anni amari”

Credo di essere stato il primo a scrivere un saggio su Mario Mieli e sul suo pensiero, in tempi davvero remoti, nel 1992. Concludevo scrivendo: “Le presenti pagine non rappresentano la prima riflessione su Mario Mieli compiuta da chi scrive: soprattutto, non vogliono essere l’ultima”. Mai mi sarei immaginato che 25 anni dopo sarei sì ritornato su di lui e sul suo magmatico universo, ma con un film.
All’inizio volevo sottrarmi. Andrea Adriatico mi aveva chiesto di scrivere la sceneggiatura di un film sulla sua vita, sul mondo che gli ruotava intorno, sugli anni 70 che aveva attraversato, sulle tante e complicate strade che aveva percorso, dal neonato movimento omosessuale all’esoterismo, dal teatro alla scrittura, dalla droga alla psichiatria. Un vero ginepraio: termine che, peraltro, lo stesso Mario aveva usato come titolo di lavoro per il suo romanzo autobiografico Il risveglio dei faraoni, uscito postumo. Insomma, non sarebbe proprio stato come i due film che avevamo scritto in precedenza: Il vento, di sera e, insieme a Marco Mancassola, All’amore assente. Questa volta era diverso, troppo diverso, in tutto.

Gli anni amari 3

Nicola Di Benedetto, Antonio Catania (il padre), Lorenzo Balducci (il fratello Giulio) e Sandra Ceccarelli (la madre)

Forse è poco interessante raccontare come la scrittura sia poi andata avanti, e soprattutto come l’arrivo di Grazia Verasani nel team di scrittura della sceneggiatura abbia dato un’impronta decisiva, dando la chiave narrativa giusta che il mio approccio (ancora troppo da ricercatore) non sapeva o voleva trovare. Adesso la sceneggiatura è compiuta e, quel che è più importante, anche le riprese sono finite. Inizia ora la fase di postproduzione, in cui Andrea Adriatico plasmerà definitivamente il film, intitolato Gli anni amari. Per me questi due intensi mesi di lavorazione sul set – che è stata e continua a essere raccontata in un blog-diario delle riprese – non sono stati la semplice attuazione di un testo, ma un nuovo attraversamento di Mario Mieli: la sua biografia, inevitabilmente romanzata (non è un documentario) e ricostruita pezzo a pezzo davanti alla cinepresa, mi ha posto nuovi interrogativi rispetto all’immagine pubblica del personaggio e rispetto al senso di questo racconto a 35 anni dalla sua morte prematura. Ecco, allora: quale Mario Mieli uscirà da questo film?

Gli anni amari 6

Davide Merlini (Ivan Cattaneo) e Nicola Di Benedetto

Diciamo subito che rimarrà deluso chi si aspetta un film su un’icona. Gli anni amari è un film su una persona, non su un’icona. Con tutte le contraddizioni, le debolezze, le cose irrisolte, ma anche la forza, l’intelligenza, la genialità che Mario ha saputo incarnare. Credo, piuttosto, che questo film ci mostrerà qualcos’altro: un uomo alla ricerca della libertà. La libertà totale, a costo di sofferenza, e l’irregolarità, a costo della vita, sono i grandi “insegnamenti” che Mario ci ha dato e che abbiamo cercato di restituire. Non un santino per la comunità lgbt, né un qualsiasi autore di gender/queer studies (ben prima dell’uso di questi termini, nei quali forse l’autore di Elementi di critica omosessuale non si riconoscerebbe neanche), e neanche uno scrittore o un performer, ma semplicemente qualcuno che ha voluto mettersi in gioco in maniera estrema, perdendo forse, ma lasciando un’impronta di utopica assolutezza dai lacci del sistema come pochi altri hanno saputo fare. Indicandoci non un vero e proprio sentiero percorribile da tutti, ma una “possibilità” capace di illuminare la nostra vita costellata da recinti e paletti. Ha traviato la norma, per riprendere il titolo di uno spettacolo dell’epoca che lo ha visto in scena, sapendo divincolarsi ogni volta da un laccio, sfuggendo alle etichette e alle castrazioni, con il suo spirito totalmente libero. A costo, come dicevo, di inerpicarsi in strade complesse e pericolose, come l’esoterismo e l’alchimia, di addentrarsi nei territori luminosi e oscuri della droga, di sposare l’oltraggio del comportamento inopportuno, come la coprofagia. Tutto questo in nome di un desiderio inappagabile di totalità, chissà se con la consapevolezza di essere – grazie a questo – un modello non da seguire ma da interrogare e da cui farsi interrogare, ancora oggi, soprattutto oggi. Mario Mieli genio irregolare: non banalmente “sregolato”, ma proprio “irregolare”, cioè che si sottrae alle regole per mostrarne la convenzionalità e la caducità. Non solo alle regole dell’identità e dell’orientamento sessuale, che pure sono quelle cardinali contro le quali ha lottato, ma ad ogni tipo di regola repressiva e impositiva.

Gli anni amari 4

Margherita Mannino (Laura Noulian), Irene Serini (Marc de Pasquali), Nicola Di Benedetto (Mario Mieli), Francesco Martino (Corrado Levi)

Un Sade senza violenza, un Nietzsche senza volontà di potenza: semmai un individuo che con dolore e dolcezza ha saputo rimettere in gioco tutto quanto per sognare un’età dell’oro che partisse da dentro di sé. Un esploratore del corpo e soprattutto dello spirito, dell’identità, con lo stupore del bambino (rigorosamente polimorfo perverso) che riconosce attorno a sé solo la meraviglia delle piccole cose e dentro di sé l’immensità di un universo infinito.
Altro che icona! Mario Mieli ha solcato le strade della follia (tecnicamente parlando: è stato in cura con diversi psichiatri), trovandovi quegli spazi di rivelazione che gli hanno permesso di mostrarci la nostra follia di persone fin troppo “sane” e “perbene”. Ha attraversato, come tanti, come troppi in quegli anni, i terreni infidi della droga, non per sentirsi banalmente “meglio”, ma per spingere sé stesso oltre i confini. E in tutto questo, nella sua vita estrema, nella sua vita di saggista, scrittore, performer, militante, alchimista, di maschio femmina e soprattutto transgender…, mai per un attimo ha pensato di poter essere una guida, ma sempre e soltanto un outsider irripetibile, pronto a sacrificarsi, capro espiatorio di una società chiusa, vox clamans, “delatore” del segreto alchemico della vita, della libertà, della felicità, del paradiso a venire. Un eroe? No, ancora una volta no: un individuo fragile, semmai, uno di noi, pur così distante da noi.
E’ forse la sua fragilità che ci ha emozionato maggiormente: potenziale leader, potenziale artista emergente, potenziale intellettuale di punta, potenziale punto di riferimento in un’epoca che aveva bisogno di gente “fuori dagli schemi” che non si bruciassero nel giro di una stagione (e Mario aveva caratteristiche davvero eccezionali per diventare in vita una figura di primissimo piano nell’Italia di quegli “amari” anni 70), ha rinunciato a tutto questo, sempre sfuggendo alle regole, perfino del successo. Che commozione la sua fragilità di figlio, di fratello, di amante, di amico: nelle ripide vertigini delle sue relazioni personali abbiamo ritrovato un Mario fragilissimo, e perciò ancor più potente, perché “vero”, perché davvero e profondamente umano.

Gli anni amari 5

Tobia De Angelis (Umberto Pasti)

E che dolore il suo suicidio inspiegabile, a cui non abbiamo voluto dare una risposta, perché rimanga lì, come ultima tessera di un puzzle che si sottrae alle spiegazioni e alle regole (ancora una volta) del “tutto comprensibile”. Un suicidio che si nutre probabilmente di molte ragioni, ben prima di qualsiasi ultima goccia scatenante, ma che col senno di poi ci appare come una volontà di sottrazione di fronte a una nuova epoca che avanza ben più amara, ormai destinata all’oblio di quell’utopia di libertà e felicità che aveva caratterizzato i nostri “anni amari”. Non a caso Andrea Adriatico ha sempre ribadito l’incredibile coincidenza della morte di Mario, nel marzo 1983, con la primissima uscita sulla stampa italiana dell’avvento di quel “cancro gay”, che solo più avanti sarebbe stato chiamato Aids, e che avrebbe trasformato i comportamenti sessuali. E’ come se Mario si fosse sottratto inconsapevolmente a questa nuova epoca marcata dall’Aids, ma soprattutto all’epoca del “riflusso”, di un differente approccio al mondo, quello del sempre maggior appagamento edonistico e della sempre maggior omologazione antropologica. Fortemente critico nei confronti di Pasolini per come quest’ultimo affrontava la propria omosessualità, Mario sembra aver voluto incarnare col suo gesto estremo, otto anni dopo il delitto di Ostia, proprio la critica all’omologazione di Pasolini. Semplicemente sottraendosi da un mondo che non lo avrebbe capito o – peggio – che l’avrebbe trattato come una semplice macchietta. Di quelle che proprio negli anni 80 e 90 e nei nostri 2000 avrebbero abitato gli schermi televisivi e i profili social. “Il mondo non mi vuole più e non lo sa”, scriveva Pasolini poco prima della sua morte.

Allora, cosa vedremo nel film quando uscirà? Cosa vedranno gli attivisti lgbt o gli studiosi di gender e queer studies? Cosa percepiranno di Mario coloro che neanche conoscevano la sua esistenza, e ai quali – soprattutto – è rivolto questo lavoro? Quanta libertà interiore sapranno riconoscere in Mario, e quanto questa ‘scoperta’ metterà in gioco il loro pensiero?

Gli anni amari 2

A Sanremo si gira la scena del congresso di sessuologia del 1972

Intanto, anche se in modo inimmaginabile rispetto a quanto potevo pensare, la mia promessa fatta nel 1992 di ritornare a riflettere su Mario è stata mantenuta. Ma su questo vale la pena aggiungere poche righe. Il mio studio, intitolato L’omosessualità e il suo doppio: il teatro di Mario Mieli, uscì su una testata di studi universitari, la “Rivista di sessuologia”, curata proprio da quell’associazione di sessuologi che 20 anni prima aveva organizzato il famigerato convegno di Sanremo che stigmatizzava l’omosessualità come malattia e contro il quale, per la prima volta in Italia, si tenne una manifestazione pubblica di omosessuali riuniti nel nascente “F.u.o.r.i.”, a cui partecipò lo stesso Mario Mieli (e che il film racconterà). Una beffa? Un paradosso? Una rivincita? Sicuramente la nemesi giusta, grazie a due persone illuminate come la giovane curatrice di quel numero Franca Casamassima e al direttore della rivista Giorgio Rifelli, che con tono sornione e un sorriso indecifrabile mi confidò un giorno: “Io a Sanremo c’ero…”. Beh, adesso ci siamo stati anche noi, seguendo le tracce di Mario Mieli. E vi invitiamo tutti, attraverso il film. Con tono sornione e soprattutto con il sorriso indecifrabile che aveva Mario Mieli nei suoi momenti migliori.

 

 

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