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babilonia teatri - calcinculo 1Sembra passato un secolo dal sorprendente debutto di Babilonia Teatri. Il loro exploit era arrivato con il terzo lavoro, made in italy, rivelazione del Premio Scenario 2007. Uno spettacolo che irruppe sulle scene italiane con la novità di una ricerca originale e potente sui nuovi linguaggi, unita a un pungente impegno di scavo antropologico nell’Italietta dei luoghi comuni piccolo borghesi diventati pensiero di massa. Per l’occasione Enrico Castellani e Valeria Raimondi definirono la loro arte “teatro pop, teatro rock, teatro punk”, ovvero tre termini indissolubilmente legati alla canzone dagli anni 60 ai giorni nostri, che – uniti alla loro caratteristica recitazione, apparentemente debitrice al rap – definivano in modo inequivocabile il loro teatro come una ideale colonna sonora popolare del tempo presente (pop, rock, punk, rap…). Non solo ampie e lunghe citazioni di brani musicali che immergevano le loro litanie verbali in una sorta di drammaturgia-playlist, ma anche una costruzione complessiva dell’opera secondo un ritmo ‘musicale’ in senso lato, che accompagnava con ironia un insinuante immaginario kitsch.
Sono passati poco più di 10 anni nei quali il mondo sembra cambiato. Sembra: perché il mutamento era ben intuibile da tempo, eppure la trasformazione dell’Italia e degli italiani, il “cambiamento” (che è diventato pure slogan di governo), è visibilmente tangibile. E molti se lo chiedono, magari su quei social network che 10 anni fa erano appena alle origini: quand’è che siamo cambiati? La paura, diventata timone delle nostre scelte esistenziali e politiche, era già presente, così come la grettezza di un orizzonte campanilistico e razzista. Ciò che è davvero cambiato è forse l’orgoglio di questi atteggiamenti, il loro essersi trasformati da sentimento sottotraccia a guida ideale delle decisioni di una nazione. Se made in italy, con l’ambizione di descrivere questa sottotraccia nazionale, evidenziava vari aspetti dell’homo italicus, approdando alla visione di una nazione di nani da giardino, nel nuovo spettacolo di Babilonia Teatri Calcinculo l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su uno di questi aspetti, che possiamo riassumere in una involuzione individualista nella quale i segni di una cultura popolare estrema si ingrigiscono. Dalla fenomenologia al nichilismo, verrebbe da dire. E per farlo, anche l’approccio con la canzone è cambiato. Non più playlist di objets trouvés (le canzoni famose, che nei primi spettacoli della compagnia erano semplicemente prese e fatte ascoltare), ma 7 canzoni espressamente scritte e cantate dal vivo da Valeria Raimondi, in (convincente) veste di star canora. Perché anche l’approccio con la canzone è cambiato in questi 10 anni italiani. Dal consumo al fai-da-te, da Sanremo ai vari Amici, X-Factor, The Voice of Italy, dalla dittatura delle etichette discografiche al nuovo potere dei canali social dove chiunque può pubblicare le proprie canzoni sbancando negli ascolti, dal pop-rock-punk che richiedono strumentazioni e (relativa) competenza musicale alla trap che (relativamente) chiunque può registrare in casa con effetti perfetti.

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E’ in questa cornice che prende rilievo, appunto, il nuovo spettacolo di Babilonia Teatri Calcinculo, che sembra ritornare sui primi passi della compagnia, quasi fosse un remake di made in italy, o meglio uno sviluppo di uno degli episodi di quello spettacolo (magari quello dedicato a una certa mentalità registrata nelle pianure venete?), ma assorbendo nel linguaggio della canzone dal vivo, perfettamente sostenuta dalle musiche di Lorenzo Scuda, il senso stesso di un cambiamento epocale. Tramontati i riferimenti nazionalistici di made in italy (il calcio, il funerale del “grande tenore”, ma anche quelli ideali come la “sacra” famiglia), rimane solo la visione miope e nostalgica del “my backyard”, come si dice in inglese: il proprio orticello. La provincia. La provincia diffusa nel nostro Paese. La provincia che il nostro Paese è diventato, l’orticello meschino in cui si è trasformata un’Italia che in altri momenti ha saputo respirare oltre le proprie finitudini. Calcinculo è, in definitiva, il racconto di una provincia-Italia ancorata a certi rituali di una tradizione strapaesana, presi qui non come obiettivo ironico-satirico, ma per il loro semplice alludere a eventi quasi da archeologia culturale, come la stessa giostra del “calcinculo” che ha più il sapore di periferie di paese che non dei grandi luna park tecnologici di oggi, o come il coro degli alpini chiamato a chiudere lo spettacolo. Un’Italia-provincia che è disposta a concedersi ciecamente a chiunque ne voglia ascoltare il malessere da ultimo lembo del regno del benessere, e che ha l’ambizione di salire sul palcoscenico effimero di un talent show per replicare all’infinito le solite note.

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Da questo punto di vista, mi sembra si sia modificato anche il rapporto con il pubblico. Non più testimone di qualcosa da osservare con amara ironia, lo spettatore avverte nelle parole il brivido sottile del riconoscersi, del rispecchiarsi e della paura di cascarci dentro. C’era qualcuno che poteva avere anche un minimo di empatia con i razzisti di made in italy (“marochini de merda / froci de merda / albanesi de merda / fioi de putane…”)? No di certo. Al contrario, come riuscire a non condividere il folgorante incipit di Calcinculo, per giunta sostenuto da una musica pop accattivante? “Voglio la mia libertà”, canta Valeria: e qui, tutti gli spettatori sentono di poter sottoscrivere quei primi secondi di spettacolo e quell’affermazione sulla libertà. Salvo scoprire subito dopo che il termine “libertà” viene declinato nel senso del chiudersi in casa, del rifiuto della socialità, della costruzione di muri per respingere il minaccioso esterno fuori dalla propria comfort zone. (L’uso del termine zona non è casuale, ripensando all’omonimo straordinario film dell’uruguayano Rodrigo Piá, che già nel 2007 descriveva con agghiacciante violenza proprio questa idea: la “libertà” individuale finalmente raggiunta da famiglie che alzano il ponte levatoio tra sé e il mondo esterno, espulso al di là del muro). Un sentimento diffuso, sempre più diffuso, e poco conta che il muro sia quello di Trump, di Netanyahu, di Orbán o il muro invisibile piantato in mare da Salvini o quello che cerchiamo di erigere attorno alle nostre casette, come tanti adulti hikikomori impauriti del mondo. Il muro sembra il reale protagonista di uno spettacolo che invece, formalmente, getta continui ponti (ma, come s’è visto, a trabocchetto) verso lo spettatore.
babilonia teatri - calcinculo 5Il concetto della chiusura in casa, in camera, viene ribadito nel monologo successivo, dove la paura, la grande bussola degli umori personali e collettivi di questo decennio, è talmente introiettata da determinare comportamenti che oscillano dalle pratiche di prudenza che quasi tutti conosciamo e nelle quali (ancora una volta) ci riconosciamo (per esempio, telefonare a qualcuno mentre si cammina in una strada buia e isolata, o mettere l’allarme quando si esce di casa), fino a pratiche estreme e surreali. Si fa fatica a non avere empatia per il pauroso, e ancora una volta ci sentiamo sulla soglia della compartecipazione, pur osservandone con inquietudine (e sarcasmo) le paranoie. Insomma: a questo ci stiamo riducendo?
babilonia teatri - calcinculo 6Il panorama antropologico che prende forma monologo dopo monologo, canzone dopo canzone, è sempre più inquietante eppure sempre più familiare. La casa nella quale si celebra il rito della libertà e della felicità e la provincia nella quale l’umanità non subisce le deformazioni delle metropoli sono sempre più l’orizzonte nel quale sembriamo riconoscerci. Dentro quella casa si compone “un numero verde per la felicità” oppure si sfogano pacificamente gli istinti: “nella quiete della mia casa ho voglia di sparare / dentro lo schermo posso ammazzare”, perché “la guerra è estetica” e perfino un atto di terrorismo, osservato in tv, diventa un atto puro di teatro, che rende inutile ogni sforzo artistico. Perché fare teatro quando l’Isis ha realizzato la creazione teatrale perfetta, la strage plateale, meglio di quanto potesse immaginare un Artaud? E così l’azione che vediamo scatenarsi fuori dalla nostra casa, oltre quel prato curato e tagliato ogni domenica dopo la Messa, al di là del muro che ci difende, quell’azione mostruosa (monstruum: cosa stupefacente e meravigliosa nel suo essere terribile) ci incanta, ci paralizza, ci fa sentire piccoli come ogni provinciale che si rispetti: “non so combattere e lottare per questo tempo che non so amare”, si canta (alzi la mano chi davvero può dire di amarli: e ancora una volta ci siamo ricascati dentro pure noi, gli spettatori).

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Siamo nella provincia che non ha nulla di poetico, in mezzo alla nebbia che non ha nulla di romantico: come pretendere eroismo, o anche solo orgoglio, affermazione, identità? Il senso di spaesamento, di sradicamento, di confusione che ci insinuano questi tempi “che non so amare” ci prende, prende proprio tutti. Come non sentire un brivido quando si canta che in mezzo alle tempeste della Storia o semplicemente della cronaca, “il mio ombelico è il mio baricentro” (anche se poi, in un altro pezzo, si canta “non ho più un corpo per dire io, ma ho tanti alibi”)? Come non condividere la canzone in cui si dice “Mi manca un senso di appartenenza globale”? Come non ritrovarsi ripiegati nel particulare nonostante i nostri sforzi per uscirne, per provare a ripensare a un bene pubblico generale, quando tutt’attorno è confusione e minaccia? Il coro degli alpini che chiude lo spettacolo lo afferma potentemente: “mi serve un metro per misurare la realtà / sono rimasto senza unità”. E se lo dicono gli alpini, struttura retoricamente simbolica e inossidabile del nostro Paese, nucleo identitario italiano per eccellenza, la vera “voice of Italy”…
Qual è il metro? L’Italia stessa che loro rappresentano con la penna sul cappello? Un’idea? Un’ideologia? Poco prima Valeria aveva cantato della famiglia comunista, delle manifestazioni con l’effigie di Che Guevara come di un passato giovanile al quale guardare senza nostalgia: quanto tempo è passato da allora? Quanto tempo è passato su quegli ideali, quanta ruggine si è attaccata, quanta obsolescenza si è posata? Occorre “fare il tagliando ai miei ideali / senza manutenzione / non c’è rivoluzione”, come canta mentre sullo sfondo garriscono al vento le bandiere del Veneto, orgoglio di una provincia che si sente nazione, orgoglio di un partito come la Lega che basa il suo consenso su quell’ “ombelico-baricentro” che porta a costruire muri e a rinchiudersi sempre più contro un mondo minaccioso e incomprensibile, dove i terroristi islamici si confondono con i ladri che entrano di notte. E così, ecco pronto “il tagliando” delle proprie convinzioni politiche per svenderle sull’altare della paura a chi fa la voce più grossa, all’autoritario che trasforma perfino una simpatica e divertente sfilata canina in una ulteriore prova di annichilimento della volontà popolare, o meglio dell’abdicazione del popolo alle sue prerogative. Mentre quei leoni, fieri della loro identità africana, continuano a garrire inutilmente sugli stendardi da cui vorrebbero scappare, “stanchi di vivere appiccicati a delle bandiere che non li rappresentano, / delle bandiere che rappresentano una terra che non è la loro, / un cielo che non è il loro, / delle idee che non sono le loro”.

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E intanto, noi siamo sempre più chiusi nella piccola felicità domestica della casetta, dove regnano “quiete e silenzio, che il resto resti fuori”, nella provincia che non ha nulla di poetico, dove sogniamo di realizzare “l’immortalità, la felicità”, e dove la verità è destinata a venir presto a galla: “La mia depressione fa orario continuato, / ha chiesto il part-time ma non glielo hanno dato, / mi sono suicidato”. E’ terminato il giro sul calcinculo, al quale tutti gli spettatori sono stati invitati con la distribuzione delle tessere: la giostra che con la forza centrifuga ti innalza verso il cielo, come il leone alato che sogna la sua Africa, ma con la forza centripeta ti tiene legato al paesello, che ti illude di essere un vincente se strappi il peluche appeso alla corda perché tu puoi avere tutto – all you can eat, all you can drink, all you can fuck – ma ti ricorda che quella è solo finzione, che il tuo orizzonte “è dopo è post / più post del post che sto per pubblicare” e che magari credi di continuare a vivere, ma ti sei già suicidato. Da tempo.
Calcinculo è la voce dell’Italia impaurita e depressa, la vera voice of Italy, che canta la libertà e la felicità, rimanendo nascosta nell’angolino più remoto della sua cameretta-rifugio: “Fate girare, sarà virale”.

 

Calcinculo di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi, e con Luca Scotton; musiche Lorenzo Scuda; fonico Luca Scapellato; direzione di scena Luca Scotton; scene Babilonia Teatri; foto di scena Eleonora Cavallo; produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia; coproduzione Operaestate Festival Veneto. Si ringrazia Komos Coro Gay di Bologna. Prima assoluta: Bassano del Grappa, Operaestate Festival Veneto, 30 agosto 2018.

Visto a: Bologna, Teatri di Vita, 18 gennaio 2019.

 

 

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