Scenario, un premio per maestro

Sta per prendere il via la tappa finale della 17esima edizione del Premio Scenario, il 3 e 4 luglio al DAMSLab di Bologna nell’ambito dello Scenario Festival. Colgo l’occasione per ripubblicare un mio intervento di due anni fa che mette in rilievo la caratteristica “formativa” del Premio Scenario, un aspetto unico nell’intero panorama dei premi teatrali.

Il testo è stato pubblicato originariamente su “Prove di drammaturgia”, n. 1-2, 2017 (numero unico Teatro che cresce. Audience development, formazione, cultura del progetto, a cura di Nicola Bonazzi, Gerardo Guccini, Fabio Mangolini e Micaela Casalboni). Rispetto all’originale ho apportato solo due piccoli aggiornamenti.

 

Caroline Baglioni
Caroline Baglioni, Gianni (Premio Scenario per Ustica 2015)

 

Che un concorso possa essere riconducibile all’àmbito della formazione pare piuttosto curioso: abitualmente una gara mette in concorrenza persone che cercano nell’approvazione di una giuria il riconoscimento ai loro sforzi o alle loro ambizioni. Il Premio Scenario, pur essendo tecnicamente un concorso, contraddice l’uniformità concettuale della competizione per porsi come dispositivo processuale in cui il baricentro viene posto non tanto sul gradimento o meno delle opere proposte quanto sulla crescita degli artisti coinvolti. Il fatto che oggetto del concorso sia qui un progetto – e non un oggetto già arrivato a compimento – evidenzia di per sé la fluidità naturale di Scenario, che se dalla parte della giuria comporta l’assunzione di un rischio (si finisce per premiare un progetto il cui risultato finale potrebbe in linea di principio rivelarsi fallimentare), dalla parte dei concorrenti comporta la necessità di una permeabilità costante, che è poi la caratteristica di qualsiasi processo creativo: caratteristica che qui diventa sostanziale e determinante proprio nel percorso concorsuale e nel raggiungimento del giudizio definitivo.

Il Premio Scenario nasce nel 1987. Da una prospettiva storica la sua fondazione da parte di alcuni centri di produzione impegnati nel teatro ragazzi, raccolti attorno alla figura dell’ideatore Marco Baliani, è da leggere come una risposta ‘dal basso’ alla permanente richiesta di avvicendamento generazionale, in assenza di un sistema legislativo-organizzativo adeguato. La novità dell’approccio non fu soltanto nell’individuare un concorso come strumento per affrontare il rapporto con le giovani generazioni (approccio seminale, diventato da allora diffusissimo, spesso più nella forma che nella sostanza), ma nell’idea di affrontarlo come dialogo. Come sottolinea Cristina Valenti nel volume dedicato a Scenario, da lei curato, Generazioni del nuovo. Tre anni con il Premio Scenario (2005/2007) (Titivillus, 2010), rievocando la sua nascita, “i più avvertiti protagonisti del cambiamento vedono davanti a loro non più un territorio da conquistare, ma un terreno da coltivare. Scenario è (…) un frutto estraneo a quella tentazione all’azzeramento, alla tabula rasa che tende in genere ad accompagnare il passaggio di testimone fra generazioni del rinnovamento teatrale”. D’altra parte, non si può trascurare l’età anagrafica di quei protagonisti, per i quali non sarebbe stato concepibile tanto un passaggio di testimone quanto un affiancamento. I fondatori, infatti, potevano essere considerati più fratelli maggiori che padri, più compagni di strada con qualche esperienza che saggi già affermati: Baliani, per esempio, aveva all’epoca 37 anni. Questo rende ancor più preziosa la loro riflessione e la loro azione, in un’età generalmente poco incline a confrontarsi con i giovani. A questa vicinanza anagrafica si aggiunge un secondo aspetto che ha contribuito a rendere unico Scenario: le strutture fondative facevano riferimento all’ambito del teatro ragazzi, evoluzione (mi si passi l’eccessiva sinteticità del discorso, che sarebbe ben più complesso) di quella stagione dell’animazione teatrale che negli anni ’70 aveva posto al centro – spesso in termini assoluti e totalizzanti – il processo anziché il risultato.

Inquantoteatro
Inquanto teatro, Storto (Premio Scenario Infanzia 2018)

Scenario nasce dunque come concorso per artisti giovani e meno giovani, desiderosi di mettersi in gioco, secondo un percorso a tappe: la presentazione di un progetto scritto, la presentazione scenica di un primo pezzo con successiva discussione di fronte alla commissione giudicante, e infine ancora un pezzo in progress per la tappa finale. Fin dall’inizio, alla canonica presentazione di oggetti da giudicare e premiare, Scenario sostituisce l’idea della valorizzazione del percorso creativo, sviluppato rigorosamente in aperto confronto con chi deve poi giudicare: la discussione durante le tappe rappresenta per gli artisti un’occasione preziosa non solo per avere un feedback (peraltro ‘autorevole’, considerando che si tratta di operatori teatrali, ossia colleghi e anche potenziali produttori e programmatori), ma anche per comprendere meglio ciò che gli artisti stanno provando a esprimere. Domande, commenti, riflessioni entrano a far parte del processo creativo come stimoli, incoraggiamenti o spiazzamenti, fino ad arrivare a veri e propri consigli, tuttavia mai artistici ma semmai tecnici. La distinzione è importante: i giurati non si sostituiscono agli artisti, ma – una volta compresi gli obiettivi del progetto – sono in grado di sottoporre loro riflessioni ‘tecniche’ per ottenere ciò che vogliono o per evitare errori. Ma sempre con il rispetto dell’autoralità, alla quale spetterà poi il compito di riflettere, elaborare e fare così un passo avanti nel progetto. Tante volte nei colloqui emergono riferimenti a testi che i concorrenti non conoscono e che però possono essere utili al loro lavoro, oppure brevi considerazioni che spalancano potenzialità affinché quel discorso possa avere maggior forza o efficacia: quasi sempre i colloqui costituiscono, per gli artisti, il sedimento più prezioso dell’intero cammino di Scenario. Il dialogo tra le generazioni si presenta, dunque, nel senso di una formazione intesa non come mero passaggio di pratiche, ma semmai come dialogo e sostegno ideale (ed economico per i vincitori, ovviamente), grazie alla messa in campo, come scrive ancora Valenti, di “risorse umane e professionali: disponibilità di tempo e di lavoro, insieme a tutto il bagaglio di competenze e di esperienza che gli operatori e gli artisti delle strutture socie di Scenario investono nel dialogo con i giovani candidati al premio”.

A trent’anni di distanza alcune cose sono cambiate, soprattutto nei meccanismi, ma l’idea centrale e questa identità ‘formativa’ sono rimaste immutate. Scenario è diverso dai tanti altri concorsi per giovani artisti, perché non è una semplice ricognizione delle nuove generazioni teatrali, ma è un’esplorazione sostenuta da un approccio intimamente formativo. Le testimonianze di alcuni vincitori, riportate in Generazioni del nuovo, sono molto precise: “la grande ricchezza di Scenario è quella di lasciarti il tempo di sbagliare, provare, di andare fino in fondo a un progetto permettendoti di acquisire delle competenze fondamentali per un giovane attore e, nel frattempo, preparandolo così al mondo del lavoro, dove la guerra si fa più atroce” (Gianfranco Berardi); “un’esperienza che ci ha permesso di acquisire una maggior consapevolezza” da cui “è nato il bisogno (…) di mettere in discussione il percorso fatto fino a quel momento per far sì che il nostro cammino si arricchisse ulteriormente” (Enrico Castellani per Babilonia Teatri); “Un valore pedagogico sotto il profilo professionale ma anche sotto altri aspetti, come la crescita di un gruppo di lavoro, l’acquisizione di maggiore consapevolezza sulla propria cifra artistica, sulle proprie forze e le proprie lacune, sulla propria identità nel contesto degli operatori e del pubblico” (Antonio Calone). In queste voci scorre sotterraneo un punto che, anch’esso, difficilmente è riscontrabile in altri concorsi: l’importanza formativa dell’errore, che qui diventa valore, occasione, punto di partenza e non condanna alla sconfitta.

Antonio Calone
Antonio Calone, Taniko (Premio Scenario Infanzia 2006)

 

In realtà, l’azione compiuta da Scenario non si pone come un’azione esplicita di formazione. In un’epoca in cui si moltiplicano le occasioni di formazione tradizionale, Scenario si sottrae al compito di presentarsi come soggetto formativo, scegliendo un’altra strada, quella maieutica, come soggetto sollecitatore di riflessione critica negli artisti sul loro lavoro. Uno stimolo all’autoformazione, potremmo definirlo, e questo è forse il segno di libertà più importante, come ricorda Stefano Cipiciani nel volume già citato: “Lavorare sui progetti, e quindi sulla crescita artistica dei giovani, significa contribuire a costruire prospettive di libertà, ossia di scelta e di consapevolezza”. Per tornare all’espressione già citata, i giovani artisti come terreno da coltivare e non da seminare: l’ascolto è la chiave di volta per Scenario, che punta a far scoprire ai giovani artisti ciò che essi vogliono, e non a portarli a recepire forme o temi che sono a loro alieni. La pluralità delle voci e non l’uniformità è il valore più importante per Scenario: approccio ben chiaro fin dalle origini, come racconta Baliani in quel libro, sottolineando come l’avanguardia di Scenario si poneva grazie alla valorizzazione della pluralità dei teatri, “di differenze fatte di percezioni, stili, rapporto col pubblico, senza dover sottostare alle classificazioni di genere, tutti avevano eguale diritto, non c’era una sola formula per contenere le differenze”.

La stessa limitazione, intervenuta nelle ultime edizioni, agli “under 35” non si presenta come una delle tante (e spesso ambigue) esaltazioni dei giovani in quanto tali. Anzi, Scenario si contrappone alla piaga crescente del giovanilismo, trattando i giovani come soggetti pronti a entrare nel confronto professionale, e ponendo loro una serie di sfide: stanandoli spesso da una diffusa autoreferenzialità, dalla ricerca di visibilità istantanea e dal pensare che la semplice espressione della loro ‘rabbia’ o del loro essere ‘alternativi’ sia un lasciapassare spendibile in una pratica teatrale che non voglia essere effimera. In questo senso, vale la pena riscontrare come Scenario funzioni da sollecitatore: non si limita a raccogliere l’esistente, ma ne sollecita l’emergere. Un esempio è la forte presenza di formazioni create appositamente per partecipare al concorso: secondo i dati disponibili delle edizioni dal 2005, ricavabili nel libro già citato e nel successivo Scenari del terzo millennio. L’osservatorio del Premio Scenario sul giovane teatro (Titivillus, 2018), la percentuale di formazioni costituite apposta per Scenario è altissima, attestandosi in media sul 30% dei partecipanti: non si tratta, insomma, di sfruttare una mera opportunità di affermazione in un premio, ma di raccogliere la sfida di un nuovo percorso in cui mettersi radicalmente alla prova.

Berardi Colella
Gianfranco Berardi – Gaetano Colella, Il deficiente (Premio Scenario 2005)

 

Occorre ricordare, infatti, che la missione caratteristica di Scenario non si esplica nella proclamazione dei vincitori delle diverse categorie (attualmente tre: la ricerca; le “periferie”; i nuovi spettatori, cioè l’infanzia e l’adolescenza), ma nel percorso che oggi è suddiviso in tre tappe: i colloqui iniziali (a cui accedono tutti gli iscritti) durante i quali viene fatta una presentazione scenica di 5 minuti del progetto di fronte a una commissione di zona (di cui fanno parte i soci dell’Associazione Scenario di quel territorio regionale); le tappe di selezione, a cui accede chi ha superato la prima scrematura, e durante le quali viene fatta una presentazione scenica di 20 minuti di fronte a un osservatorio critico composto dai soci e da alcuni esterni; e la tappa finale, dopo un’ulteriore scrematura, durante la quale i soliti 20 minuti (rivisti e corretti, per così dire) sono presentati di fronte a una giuria in gran parte esterna. E’ proprio questo percorso, fatto di incontri ‘sul campo’ a costituire l’anima più intimamente ‘pedagogica’ di Scenario, esattamente nel senso maieutico a cui ho accennato: pedagogia non come trasmissione di un’arte, ma come esercizio di un processo. Costringere i concorrenti ai tempi lunghi dalla prima all’ultima tappa (che possono arrivare anche a sette mesi) è sì retaggio storico di quei padri fondatori formatisi sull’idea della dimensione assoluta e rivelatrice, al limite dell’autoriflessività, del processo, ma oggi è soprattutto trasmissione concreta (e non semplicemente teorica) della necessità di una consapevolezza creativa che non può esaurirsi nella mera intuizione più o meno estrosa, ma deve nutrirsi nella pratica e con la pratica diuturna. Anche perché obiettivo di Scenario non è banalmente individuare tendenze o curiosità o personalità stravaganti, ma progetti artistici e figure artistiche capaci di entrare con solidità nel mercato del teatro contemporaneo, sapendo portare nuove istanze e nuovi linguaggi ma anche sapendo dialogare (o scontrarsi, perché no, ma in modo non velleitario) con il sistema teatrale. In questo senso, Scenario è ‘maestro’, non perché intervenga sul ‘cosa’, ma perché sostiene l’utilità formativa del tempo. È il tempo il valore pedagogico maggiore di Scenario, un valore non spendibile nell’immediatezza, non negoziabile, che non dà risposte dall’esterno, ma obbliga a maturarle dall’interno, in un’esperienza davvero unica sia per i partecipanti che per i loro “osservatori critici”.

 

 

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