Mishima e gli studenti del ’69

Nella primavera del 1969 il movimento studentesco estremista si stava leccando le ferite dopo lo sgombero dell’auditorium universitario occupato. Invisi non solo al potere consolidato, al sistema, ma anche al partito socialista e comunista, antagonisti e antiamericani, gli studenti erano ancora capaci di tenere testa alla polizia e alla politica, e decisero di aprire un fronte nuovo: la grande sfida intellettuale. Con/contro il più importante e appariscente scrittore della nazione, che tutti conoscevano come esponente di una destra nazionalista e militarista: insomma, l’opposto. Fu così che, sorprendentemente, Yukio Mishima fu invitato a partecipare a un incontro all’università di Tokyo, con mille studenti del temibile movimento Zenkyoto, pronti a sbranarlo. Un evento incredibile, che ebbe un esito ancor più incredibile: dopo due ore di dibattito serrato da assemblea militante, tutto tenuto sul filo di un’esemplare civiltà dialettica, Mishima e Zenkyoto scoprirono di essere l’uno l’altra faccia della medaglia dell’altro, invitandosi a vicenda – e senza ironia – a entrare nel proprio campo.

Il leggendario incontro del 13 maggio 1969 è tornato alla ribalta grazie al recentissimo ritrovamento di una pellicola che documenta l’intero dibattito, e che il regista Keisuke Toyoshima ha riproposto in ampi stralci all’interno del documentario Mishima: The Last Debate (encomiabilmente proposto in Italia dal Ravenna Nightmare Film Festival), andando a intervistare i testimoni all’epoca ventenni: i militanti che lo invitarono e i seguaci di Mishima, cioè quegli studenti che avevano aderito all’Associazione degli Scudi, organizzazione paramilitare creata dallo scrittore per ridare lustro al Giappone dopo la rinuncia del Paese ad avere un esercito vero e proprio sulla base dei patti imposti dagli Usa dopo la guerra mondiale. Mishima, insomma, non era semplicemente uno scrittore e un intellettuale, ma anche l’esponente di un sentimento nazionalista esasperato, devoto alla tradizione che vedeva nell’Imperatore il fulcro della nazione, nei samurai la sua ossatura e nel Giappone arrendevole e dedito alla rincorsa dei valori occidentali il nemico. E, al tempo stesso, era il personaggio più eclatante della cultura contemporanea nipponica, sempre pronto a buttarsi nella mischia e a sovraeporsi, magari facendosi fotografare in pose ardite o facendo l’attore per qualche b-movie o intervenendo in modo clamoroso sui media, ma soprattutto portando avanti il suo progetto paramilitare. L’identikit perfetto per il movimento Zenkyoto: un nemico assoluto, e al tempo stesso un’intelligenza unica e soprattutto altrettanto antisistema.

Eppure, le differenze non erano così ovvie, tutt’altro. Lo dice bene, nel documentario di Toyoshima, Tatsuru Uchida, docente al Kobe College: Mishima sapeva che il punto vero non erano le differenze politiche tra lui e il movimento, ma le ben più sostanziali identità. In questo senso, la pur interessante ricostruzione di questo episodio fatta da un grandissimo regista come Kōji Wakamatsu nel biopic 11:25 The Day He Chose His Own Fate (2012) non centra il punto preciso. Wakamatsu racconta l’ultimo anno di vita di Mishima in un film “da camera” che punta in modo attento e documentato a farne emergere correttamente più l’aspetto politico rispetto a quello letterario o romantico (come invece aveva fatto nel 1985 Paul Schrader nel suo Mishima: A Life in Four Chapters), ma si addentra in una lettura semplificata e monodirezionale, enfatizzando l’opposizione dello scrittore alla sinistra radicale e al movimento studentesco. Invece, quest’ultimo, come ricorda Uchida in Mishima: The Last Debate era meno di sinistra del partito comunista o socialista. Zenkyoto si era infatti sviluppato, a partire ovviamente dal clima internazionale di rivolta studentesca dal Maggio francese (e anche qui criticando in prima battuta le tasse universitarie e il sistema universitario di potere “vecchio”), sulla prosecuzione delle proteste contro il trattato di sicurezza del Giappone con gli Usa, che appunto imponeva all’ex Impero del Sol Levante condizioni di sottrazione dalla propria sovranità, come per esempio l’assenza di un esercito vero e proprio. Insomma, il movimento studentesco in Giappone, antiamericano e antistalinista, anticapitalista e antisistema, si collocava ‘inevitabilmente’ in un’area di orgoglio patriottico e nazionalista. Esattamente come Mishima, anche se espresso in modalità radicalmente diverse che, sintetizzando eccessivamente, potremmo riassumere così: Zenkyoto guardava verso il futuro, Mishima verso il passato. E tuttavia, entrambi macerati in un nichilismo creativo (vale la pena ridare un’occhiata ad alcuni film illuminanti di quell’anno critico per coglierne proprio questo aspetto, come Diario di un ladro di Shinjuku di Nagisa Oshima o anche Il funerale delle rose di Toshio Matsumoto), dolorosamente impiantato nel groviglio di un tempo presente estremamente complesso: quel 1969 attraversato da disordini e violenze interne, dove un vastissimo ‘centro’, tutto impegnato a mantenere lo status quo che prometteva una straordinaria affermazione economica del Giappone a livello mondiale e un grande benessere ai cittadini risollevati dall’ecatombe bellica, si trovava accerchiato da due irrequieti gruppi controcorrente, ovvero gli studenti arrabbiati e i nostalgici altrettanto arrabbiati.

Il documentario di Toyoshima sembra puntare all’esemplarità di quel dibattito del maggio giapponese rispetto all’attualità: all’inizio e alla fine, infatti, viene rimarcata la straordinaria potenza delle parole, della dialettica civile e pacifica tra persone con opinioni opposte, pur in un’epoca storica infuocata come quella, con scontri violenti in piazza ed evoluzioni terroristiche estreme (viene in mente un altro film di Wakamatsu, davvero straordinario, in cui si racconta la spaventosa fin de partie delle brigate rosse nipponiche che sarebbe occorsa solo tre anni dopo, United Red Army del 2007). E d’altra parte, non si dimentica che per Mishima quella sua Associazione degli Scudi, quel suo nazionalismo estremo, quella sua nostalgia per il tempo dei samurai, non si sarebbero esauriti sulla pagina scritta di un romanzo o di un editoriale, o sulle pendici del Fuji in qualche esercitazione parabellica, o nello scontro dialettico in un’aula universitaria, ma avrebbero avuto un esito incomparabile nello spettacolare seppuku con il quale si tolse la vita il 25 novembre 1970, appena 18 mesi dopo quel dibattito con gli studenti, e proprio per rimarcare, oltre ogni possibilità di equivoco e con il proprio sangue, quei princìpi politici che sempre più negli ultimi anni l’avevano sostenuto: l’orgoglio del Giappone, il rifiuto della sudditanza americana, la centralità dell’esercito, l’onore e la divinità dell’Imperatore. E’ quindi ancor più rilevante, sembra suggerire Toyoshima, in un contesto storico e biografico come questo, che i “nemici” Mishima e Zenkyoto si siano affrontati in questo modo: a parole, con cortesia reciproca, senza risparmiarsi colpi, ma con il metodo dell’ascolto e del rispetto, con la comune volontà di confrontarsi e comprendere le ragioni dell’altro. Come viene ripetuto più volte a chiusura del film: “Passione, rispetto e parole”. Che è quello che ribadisce anche un testimone intervistato: “Una conversazione richiede rispetto”. A dirlo è oggi Masahito Akuta, all’epoca 23enne figura di spicco dell’ala creativa del movimento, già allora attore e oggi uno dei maestri riconosciuti del teatro contemporaneo giapponese. A 50 anni di distanza Akuta ricorda con lucidità e fermezza quello scontro dialettico, senza risparmiare critiche a Mishima, ma riconoscendo ancor oggi che entrambi avevano un nemico comune: “il Giappone osceno e ambiguo”.

Fu così che Mishima entrò in quell’aula gremita di un migliaio di studenti ostili ma rispettosi. Lui sale sulla cattedra come un professore (alla fine gli studenti diranno che meritava quell’appellativo – professore – più di ogni altro docente dell’ateneo), circondato dai rappresentanti principali di Zenkyoto, mentre tre o quattro militanti della sua Associazione degli Scudi (tra cui il braccio destro Morita, l’angelo nero, conturbante ed estremista, che lo accompagnò l’anno dopo nel seppuku) erano pronti in prima fila a intervenire per proteggerlo nel caso di attacchi fisici alla persona. Per tutta la durata del dibattito Mishima, che indossa sportivamente una maglietta nera e fuma a raffica, ostenta disinvoltura, anche se il suo breve discorso di apertura mostra al tempo stesso fermezza con le parole e preoccupazione con il volto. Ma la sua retorica è immediatamente vincente. Lui, che nel manifesto davanti all’aula veniva dipinto per dileggio come “gorilla anacronistico”, decide di giocare proprio con questa caricatura, per assumerla e decostruirla al contempo, giocando la carta dell’outsider, cioè puntando da una parte su un discorso politico capace di agganciarsi al movimento, e dall’altra su livelli di analisi intellettuale particolarmente cari a studenti abituati a interminabili assemblee fatte di distinguo terminologici e concettuali.
Come prima cosa dichiara di essere idealmente a favore del conflitto violento purché giustificato dall’ideologia politica, e questo automaticamente delinea un terreno di condivisione con Zenkyoto. Poi dichiara il suo anti-intellettualismo, che diventa così il secondo valore comune. Da questo momento le due ore di dibattito sono sostanzialmente una passeggiata, ancorché piena di trabocchetti. Più che su questioni concrete, il dibattito sembra incunearsi in questioni concettuali, linguistiche, filosofiche. Per esempio, proprio sulla questione della violenza Mishima entra in una complessa analisi che scatena grande attenzione e voglia di confronto. Lo scrittore parla della violenza che si scatena quando l’altro è visto come oggetto informe anziché nell’unicità della sua individualità; ed è solo quando scatta la consapevolezza dell’altro – sostiene – che dalla violenza si passa al conflitto, che è invece la parte ‘sana’ della dialettica. Conflitto che è quindi una forma di violenza perfettamente legittimata dal riconoscere l’altro (anziché la violenza in sé e per sé che è contro l’oggetto indistinto). Da qui, il parallelo con l’erotismo, che sarebbe violenza in quanto si vede nell’altro un oggetto di piacere. Ed è solo uno dei temi affrontati.

Le questioni si susseguono in un serrato botta e risposta, in cui si fa strada come co-protagonista proprio il giovanissimo Masahito Akuta, che porta sulle spalle la figlia piccolissima, cosa che restituisce a questo dibattito un tocco di tenerezza davvero inedito. Akuta è diretto e incalzante, accusa Mishima di “demagogia” e di essere “un bluff”, di aver scritto un libro “infantile” come Sole e acciaio. Contro il suo nazionalismo (“Tu non esisti senza il Giappone”) Akuta proclama il fatto di sentirsi tutti “stranieri” in nome di un umanesimo transnazionale. Contro la sua fissazione sulla tradizione, ribatte di voler avanzare verso il XXI secolo anziché tornare indietro. Mishima accetta tutto, sornione, ribattendo sul filo della dialettica, anzi, ribaltando le parti: è lui, ora, a fare domande ad Akuta, e il dibattito si trasforma in un dialogo straniante, con il maturo scrittore in piedi dietro la cattedra che porge il microfono a mo’ di intervistatore al giovanissimo attore che regge la sua bambina, in uno scontro in punta di fioretto. Akuta insiste: “Non riesci a prescindere dall’essere giapponese”. E Mishima: “giusto! Io sono giapponese. Sono nato e morirò così. Non voglio essere altro che giapponese”.
La platea parteggia, ma anche accetta, ride. E se un ragazzo grida dal pubblico “E’ tutto un nonsense filosofico. Sono qui per vedere Mishima picchiato!”, sulla pedana c’è posto anche per lui, che può affrontare direttamente Mishima, che si concede al dialogo con tutti. Si concede agli interlocutori, ai mille spettatori, alla telecamera e al fotografo che gli saltella intorno in continuazione. Il quale, intervistato oggi, dice che intuiva che Mishima era ben cosciente della macchina fotografica, mettendosi sempre nella posizione giusta, come se lo invitasse a scattare ancora. Una star mediatica, insomma, che sa tenere in pugno una platea apparentemente nemica.
Infine l’affondo: “se sulle vostre barricate aveste nominato l’Imperatore, mi sarei unito alla vostra causa”. Il punto, ovviamente, è centrale, perché di fatto rappresenta il nodo, reale e simbolico, che allontana Mishima e gli studenti e al tempo stesso potrebbe unirli. L’Imperatore del Giappone è il grande punto di riferimento dello scrittore, ma anche l’evidenza della debolezza, perché dopo la guerra Hirohito aveva dichiarato la rinuncia alla sua divinità. Mishima pretende a gran voce, nel rispetto dell’Imperatore così come nell’implicita critica verso di lui, che torni a essere considerato un dio, senza equivoci né mediazioni. E’ la richiesta di ritorno alla tradizione, ma anche di ritrovato orgoglio e unicità del Giappone. E così, riconoscendo terreni comuni di lotta con gli studenti, Mishima tocca alla fine il punto idealmente più significativo, portando un tema così rétro nel bel mezzo di un contesto assemblear-studentesco, facendone tema di discussione, insomma condizionando di fatto l’ultima parte del dibattito.

Ovviamente non c’è possibilità di incontro a proposito dell’Imperatore, ma attorno a questo si creano le condizioni per un’ipotesi di dialogo concreto. E’ come se Mishima chiedesse agli studenti di portare fino in fondo il loro antiamericanismo e le loro lotte antisistema (contro il sistema della politica di gestione dello status quo) accettando di ristabilire l’autonomia del Paese con la centralità dell’Imperatore, che ne è la garanzia di unicità nel mondo, richiamando le peculiarità della storia e della cultura nipponica (ma, come direbbe Akuta, che nel frattempo ha lasciato la sala, “siamo tutti stranieri”). Non è un caso, come svela Osamu Kimura, l’organizzatore ventenne di quel dibattito, uno dei leader del movimento, intervistato a 50 anni di distanza, che Mishima tornato a casa gli telefonasse per proporgli di unirsi ai suoi “soldati” dell’Associazione degli Scudi (offerta rifiutata, ovviamente, ma emblematica come sintesi di quel dibattito). D’altra parte, anche gli studenti chiedono esplicitamente a Mishima di unirsi a loro, consapevoli della potenza intellettuale del loro interlocutore, che può essere una vera testa d’ariete per scardinare le condizioni incancrenite del loro scontro con l’Università, la polizia e il governo. Anche qui, offerta rifiutata, ma non senza simpatia: “credo nella vostra passione”, sottolinea lo scrittore a conclusione.

Il titolo originale del film, tradotto letteralmente, sarebbe Mishima contro gli universitari di Zenkyoto: la verità a 50 anni. Un dettaglio temporale e una parola-chiave che si perdono nel titolo internazionale, e che invece danno il senso e il peso di un documentario come questo, ma soprattutto di un evento come quello rievocato. Il tempo: 50 anni. Sono quelli tra noi e quel dibattito, tra noi e il suicidio rituale del 25 novembre 1970 che impone tanti interrogativi che solo chi considerasse Mishima un pazzo potrebbe ignorare. 50 anni di vita del regista (Toyoshima è nato l’anno dopo la morte di Mishima) e 50 anni in cui il mondo è cambiato mostrando il velleitarismo politico dell’uno e degli altri, e al tempo stesso insinuando il pensiero che quel velleitarismo rispondesse a esigenze tutt’ora inevase. E poi la parola-chiave: “verità”. Qual è la verità di quel dibattito? La pellicola ritrovata a mezzo secolo di distanza? La testimonianza degli intervistati? La verità di un Giappone in cerca di identità negli ambigui anni del boom? La verità degli studenti che sognavano un futuro molto diverso da quello in cui oggi vivono settantenni? La verità di Mishima, misterioso samurai vitalistico risucchiato dalla voluttà della morte? I miei pensieri su Mishima non finiscono qui e, per ricordarlo nei 50 anni dalla sua morte, a breve continuerò a scriverne azzardando altre interpretazioni.

Mishima: The Last Debate (三島由紀夫vs東大全共闘〜50年目の真実〜, Giappone, 2020), regia di Keisuke Toyoshima; narratore Masahiro Higashide; produzione “Mishima: The Last Debate Film Partners”.

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