Le lucciole del Dams

Il DAMS compie 50 anni. Un corso unico nel panorama universitario italiano, anche per la sua continua metamorfosi, dalla sua nascita avvenuta a Bologna nel 1971 a oggi.
Ricordo ancora quando nel 1980, al mio arrivo a Bologna per l’Università, dichiarare di fare il Dams comportava reazioni dal sospetto al rifiuto, dallo scherno al patetismo. Ricordo l’improbabile sede di via Guerrazzi, dove a un certo punto si aprì una voragine nel pavimento obbligando le lezioni alla dispersione in altri dipartimenti, come ennesima conferma di una maledizione, già alimentata dall’omicidio di una docente, Francesca Alinovi. I ricordi della cronaca, degli aneddoti, dell’autobiografia si confondono con la memoria permanente di docenti e di folgorazioni che porto tuttora con me.

Nella sessione sulle “Professioni” al convegno Dams. Ieri, oggi e domani (22-24 aprile 2021) organizzato per celebrare il mezzo secolo del DAMS, tra storia, presente e futuro, si chiedeva ai relatori di approfondire il rapporto tra la formazione offerta dal corso di laurea e le professioni delle arti, della musica, del cinema e del teatro. Riporto qui il mio intervento.

Inizio col dire che devo moltissimo al Dams, che ho frequentato a partire dal 1980, cioè negli anni di passaggio dalla grande “invenzione” del Dams degli anni 70 alla sua trasformazione in vero e proprio corso universitario, più o meno normalizzato.
Devo moltissimo non solo e non tanto per ciò che ho imparato, quanto per la capacità del Dams di essere una sorta di laboratorio permanente di formazione. Quel Dams non strutturava operatori della cultura, ma destrutturava aspettative. Mi sono reso conto, vivendolo, che se da Medicina uscivano medici, da Ingegneria ingegneri e così via, dal Dams uscivano personalità non identificabili, degli ufo, davvero!, e che questo – lungi dall’essere un handicap – era il vero punto di forza del Dams che ho vissuto io. Non si imparava una professione, si imparava a essere mentalmente agili, a vedere le cose da prospettive inusuali, a contaminare, a farsi contaminare. A lezione passavo senza soluzione di continuità dal rigore scientifico di uno storico del teatro come Claudio Meldolesi, con cui mi sono laureato, alle non-lezioni di scenografia pratica (ma anche un po’ impalpabile) di Gianni Polidori, passavo dalle lezioni di semiotica della star del momento Umberto Eco alle avventure “poetiche” – in senso alto e lato – di Giuliano Scabia, passavo da lezioni accademiche impeccabili a bizzarre lezioni-chiacchierata apparentemente inconcludenti. Il bello è che tutto aveva senso nella profonda, quasi antitetica, differenza. Il senso del Dams stava in quell’apparente caos e disequilibrio, in cui una cosa illuminava il senso dell’altra. Non c’era un’ottimizzazione del percorso didattico, forse perché non c’era neanche un obiettivo, un “titolo” da dare al laureato Dams. C’era, al contrario, una sorta di esaltazione della non-ottimizzazione, dell’apparente spreco (e uso questo termine con l’accezione positiva che gli ha dato proprio Meldolesi a proposito del lavoro teatrale). Eppure è stato proprio in quel margine, in quell’oscillazione indefinita tra Università e laboratorio permanente, che in qualsiasi altro corso di laurea sarebbe stato condannato come “spreco” (stavolta con accezione negativa) o “confusione”, che si è espresso al meglio l’impulso formativo di quel Dams. Lo stesso margine anti-funzionale che garantisce a un’opera d’arte di essere tale, cioè di nascere dove non te l’aspetti e contro ogni logica, e contro ogni schema.
Ecco, è inevitabile che con questa premessa formativa il mio percorso professionale sia stato estremamente composito, non per incertezza sulla strada da prendere, ma per consapevolezza che le strade siano tante e che si possano intrecciare. Quindi, ho fatto il giornalista professionista, ho curato un centro di documentazione, ho fatto e continuo a fare ricerca, e altro ancora, il cinema, fino ad arrivare al lavoro in un teatro come Teatri di Vita, trascinato da un altro laureato Dams altrettanto intellettualmente nomade e irrequieto, cioè Andrea Adriatico che l’ha fondato nel 1993. Oggi ne sono “direttore artistico”, ma con la stessa attitudine alla continua destrutturazione e contaminazione, cercando di mettermi in gioco, di sorprendermi e di non qualificarmi con una identità, un ruolo, ma con una curiosità permanente che mi consente di attraversare molti ruoli e argomenti. E parallelamente, Teatri di Vita è concepito e condotto come spazio di nomadismo intellettuale e artistico e di irrequietezza e curiosità: un centro di produzione (anche se così non riconosciuto dal Ministero) di teatro che incontra la danza, la musica, le sperimentazioni, il cinema, l’arte… un centro di pluralità, come rivela il nome di derivazione pasoliniana “Teatri di vita”.
Questa è la mia esperienza in relazione al Dams. A cui aggiungo una riflessione sul presente.
Oggi, lo sappiamo, viviamo nell’epoca della corsa alla produttività e all’efficienza, sollecitate a qualsiasi livello, dai bandi pubblici alla domanda dei mercati, piegati tra rispetto di parametri e algoritmi e di sondaggi e botteghini. E ovviamente un percorso di formazione deve inevitabilmente intercettare e sciogliere i nodi del sistema della produttività anche in campo culturale. Ma mi permetto due osservazioni, forse due provocazioni o due spunti di pensiero per trovare altre possibilità.
La prima osservazione è l’invito a interrogarsi su quanto uno spazio di ricerca, di libertà e di invenzione come l’Università debba formare in funzione della produttività, rincorrendo il sistema consolidato, e quanto invece debba inventare e proporre modelli diversi da quelli del sistema. La vita universitaria è quella in cui si può sperimentare: lo possono fare gli studenti, lo devono fare i docenti e i ricercatori. Ecco, ricercare, scoprire, inventare: l’Università non come ente di formazione semplicemente subordinato o supino alla funzionalità produttiva e al sistema produttivo, che pure non va ignorato, ma come spazio di libertà da quel sistema, come occasione di invenzione di un’utopia possibile.
La seconda osservazione è sulla necessità di salvaguardare quegli spazi di “inefficienza”, di “spreco”, di “confusione”, di apparente conflitto con il pur indispensabile rigore accademico, per nutrire il percorso di formazione di tutto lo stupore, l’imprevisto, lo scarto di prospettiva che serve in uno studio relativo a questo campo di produzione culturale.
E’ chiaro come il punto non sia una cosa o l’altra, e neanche l’approdo a una sintesi o a un equilibrio tra le diverse visioni. Però, proprio in nome di quel Dams che ho vissuto io, o che almeno ho recepito io nella mia esperienza soggettiva – e chissà se era davvero così – credo sia importante per i formatori di oggi (e lo dico anche da insegnante al Master in Imprenditoria dello Spettacolo a Bologna) avere chiari questi due aspetti che ho voluto mettere in luce: l’Università come spazio di formazione alternativo al sistema, e come luogo di coabitazione delle differenze e delle sorprese. E’ giusto non soffermarsi a guardare indietro e tanto meno guardare nostalgicamente alla propria giovinezza, ma è altrettanto giusto saper cogliere nell’esperienza passata – quella per esempio di quel Dams dei primi anni 80 – gli spunti persi o non valorizzati, senza accettarne automaticamente la scomparsa.
Interrogarsi sulla scomparsa delle lucciole, non le farà tornare, ma ci aiuterà a comprendere meglio il mondo in cui viviamo, in cui operiamo, in cui interveniamo professionalmente contribuendo a determinare l’humus culturale di questa epoca.

Giuliano Scabia al Dams (foto di Enrico Scuro)

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