
Non può cancellare il dolore, la magia. Forse può attenuarlo, trasformarlo in meraviglia, condividere ciò che non si può condividere, dargli un senso insomma, o forse solo una forma (qual è la forma del dolore?), pronta a scomparire all’ultimo applauso, come per un incantesimo. L’ultimo spettacolo di Babilonia Teatri è un accorato, delicato e garbatamente autoironico rito di esorcismo dell’assenza, dell’abbandono, della solitudine dopo la morte della persona più cara. Ed è la dimostrazione del senso più profondo del teatro, quello più arcaico e radicale: il teatro come luogo dell’evocazione dei morti, della replica infinita della loro assente presenza, dell’inganno degli occhi, dello stupore che ci avvicina al mondo ultraterreno con la potenza di una rivelazione montata da piccoli espedienti furbetti. Tutto questo è Abracadabra, lo spettacolo che con la facile sonorità monovocalica e allitterante del titolo promette stupore e inganno.
All’ingresso ogni spettatore è fornito di quattro carte da gioco. Tra il pubblico si aggira un uomo in tuta da ginnastica, un po’ trasandato, come impreparato ad affrontare l’appuntamento con gli spettatori, o con ciò che dovrà accadere, come sopraffatto da quella depressione che ti impedisce di vestirti, uscire di casa, riaffacciarti al mondo dopo una sofferenza interiore troppo grande. È lui il mago, un vero prestigiatore professionista, Francesco Scimemi, pioniere dell’illusionismo comico in Italia, che inizia a intrattenere il pubblico con simpatia e leggerezza e con i primi trucchi, preparando a una serata di bizzarrie e prodigi. Poi in scena, coadiuvato da due assistenti, ossia gli autori Enrico Castellani e Valeria Raimondi, si appresta a una magia davvero spettacolare, quella della Zig-Zag Girl, la donna tagliata orizzontalmente in tre pezzi. Fa così il suo ingresso la fatidica valletta, interpretata da una lunare Emanuela Villagrossi, in lungo abito rosso, che osserva quasi con stupore, incredula, e si presta a entrare nella scatola in cui sarà tagliata. Dopodiché esce di nuovo. Scopriremo poco dopo il perché di quella sorpresa nel suo sguardo e di quella presenza: lei è la partner del mago, anzi il suo fantasma, che questo mago cerca di strappare alla lontananza della morte rievocandola nella sua memoria riportando in scena gli antichi trucchi.

Impietosamente viene rievocato l’iter ospedaliero e delle analisi che non molti anni fa le diagnosticarono un cancro non più operabile. La fredda lucidità tecnica dei referti, che ha il sapore fonetico del mantra magico di un abracadabra, impone lo scarto decisivo, deviando la direzione attesa dello spettacolo dal divertimento alla commozione, dalla serata ludica a un rito condiviso della memoria. Ma quale memoria? Il pubblico non saprà praticamente nulla della donna, lasciata alla pudica intimità di Francesco: non è lei l’oggetto dello spettacolo, anche se ne è virtualmente il motore e scenicamente il fulcro nel suo lungo vestito rosso. Non riceviamo la memoria della persona scomparsa, ma assistiamo all’incomunicabile esperienza del dolore della sua assenza, offerta sul piatto della condivisione, e dunque donata come esperienza comune. L’illusionista sopraffatto dallo spleen della rassegnazione di fronte all’abbandono irreversibile compie una magia, trasformando quella donna fantasma nel fantasma di ogni morto o di ogni assenza nella vita di ciascuno spettatore. La memoria individuale diventa storia collettiva, pur sempre intima ma simbolica. Sul palco non c’è Houdini ossessionato dalla morte e dalla rievocazione materiale, non c’è The Illusionist Eisenheim ossessionato dallo spirito dell’amata: c’è Francesco, che con le sue mani e col suo corpo di mago, rivestito sciattamente dalla tuta di chi ha deciso di ritirarsi dalla vita pubblica, cerca un motivo per non arrendersi, e forse stasera l’ha trovato nell’abbraccio reciproco con il pubblico. “Vivo ma non ho scelta né un motivo”, canta Andrea Laszlo De Simone nella “playlist della morte” selezionata per lo spettacolo, che va da David Bowie con Blackstar a Perturbazione con Agosto (“il mese più freddo dell’anno”).

Abracadabra alterna piccoli ma fascinosi illusionismi con monologhi di toccante poesia (e di ineffabile acume, come il parallelo tra l’urbanistica del cimitero e quella delle lapidi dei morti per mafia a Palermo) in cui il mago Francesco mette a nudo la sua inerme fragilità ritornando più e più volte a sondare, in una tormentata ma mai pesante confessione, il dolore dell’assenza, il suo dolore, strettamente collegato allo stupore della magia, la sua magia. Perché poi anche un mago deve arrendersi di fronte alla morte: non c’è magia che riesca a ingannarla, non c’è abracadabra capace di fermarla o almeno allontanarla o magari rallentarla. E così, il fantasma di lei entra ed esce, si presta quasi a disagio all’ennesima illusione, all’ennesima rievocazione che la strappa dal mondo ultraterreno come una novella Euridice, e poi scompare e ritorna, sospesa nella levitazione, avvolta dal fumo, risucchiata in una poltrona o semplicemente uscita dalle quinte: sappiamo com’è finita con Orfeo, mago della poesia.
Magia e malinconia, stupore e dolore, le intime confidenze di Francesco (fino all’ultimo straziante monologo alla ricerca, inutile, di una ricomposizione catartica del dolore, checché ne dicano amici, psicologi o Recalcati) e le implacabili litanie di Enrico e Valeria. Le apparizioni della vamp fantasma, che annunciano nuove ‘maraviglie’, e le sferzate autoironiche, che impediscono al rito collettivo di diventare treno funebre puntando semmai all’elegia o al ditirambo. Come nel momento in cui il mistero della magia lascia il posto alla buffoneria del clown, quando tutti indossano occhialoni da pagliaccio da cui sprizzano lacrime – anzi, fontane di lacrime – in gran quantità, inondando la scena, e il pubblico. E la risoluzione, la catarsi? Sì, c’è, ed è quando lei sale la scala verso il cielo, perché – come ha detto Francesco – il suo nome adesso è diventato una stella, con tanto di certificazione. Da lassù, dal firmamento teatralmente e poveramente indicato da una scala verso il graticcio, lei inonda di polvere di stelle il suo mago, il suo amore rimasto a piangerla sulla Terra. È la risoluzione, la catarsi? No, perché lo spettacolo che dovrebbe finire lì, con un così bel finale da manuale, con il pulviscolo glitterato che trasfigura la tuta in un costume fantasy, continuerà, subito dopo gli applausi.

Perché questo non è uno spettacolo sul dolore (vero) di Francesco e sulla sua (vera) storia. È invece uno spettacolo sulla pietas (vera) che ci accomuna, che ci rende comunità (vera) in questa sala, ciascuno con il suo lutto o il suo abbandono, intimamente e gelosamente custodito, ma invitato ad ascoltare e spartire. Perché questo è uno spettacolo sul senso del teatro come comunione di attori e spettatori, tutti insieme in uno stesso spazio, fisico ed emotivo. Dovevamo capirlo quando il mago Francesco ci ha stupito con il gioco delle quattro carte date a ogni spettatore, strappate e magicamente ricomposte. Lo capiamo adesso, nell’ultimo sbalorditivo guizzo dopo gli applausi, quando viene aperta una busta (collocata all’inizio sul palco e rimasta ben visibile, sempre illuminata da un faro) in cui è custodita una struggente lettera di addio, che contiene al suo interno le parole dette da tre spettatori casuali durante lo spettacolo. È la lettera del mago Francesco, con le parole degli spettatori: è forse qui che il dolore può attenuarsi? Con una magia in cui il proprio dolore è espresso con le parole degli altri, in un esercizio di partecipazione totale? È questo il fragile ma poderoso farmaco al dolore, trovare nelle parole degli altri quelle che non riuscivi a dire, e scoprire così che questo, solo questo può essere l’inizio della risoluzione, della catarsi?
Abracadabra è uno dei lavori più intensi, dolenti e al tempo stesso gioiosamente vitali, dedicati alla morte e al suo impatto sui sopravvissuti. Un viatico verso la felicità dopo la disperazione. Una medicina non per guarire dal dolore ma per lenirne gli effetti, conviverci con serenità. Ed è una nuova tappa di Babilonia Teatri nel confronto con questo tema, che in modo carsico ha attraversato lavori cruciali, sia pure declinato diversamente. Dal funerale di Pavarotti in uno dei primi lavori, made in italy, Babilonia Teatri ci ha abituato a considerare la morte un elemento parte del panorama pop della nostra esistenza e della nostra società, e come tale oggetto di rappresentazione o di irrisione o di curiosità o di sfida. Dagli attori che recitano nelle bare in Pop Star al ‘definitivo’ (fin nel titolo) The end, da David è morto alla morte ingannata di Pinocchio, dove in scena recitano persone con esiti di coma, testimoni reali di un confronto rimandato con la morte. E proprio Pinocchio ci suggerisce la reale chiave di lettura di Abracadabra, che non è uno “spettacolo sul dolore della perdita” come sarebbe facile sintetizzare, cioè uno sguardo ‘artistico’ su un ‘tema’, ma piuttosto viva testimonianza trasfigurata di chi si offre in scena attraverso la sua vita, svelandola e però anche velandola da quello scrigno della finzione che è il teatro.

Insomma, la chiave più genuina e potente è la teatralità. La sola potenza del tema non basterebbe ad Abracadabra per essere uno spettacolo di grande forza ed esemplarità. La forza artistica e concettuale dello spettacolo sta, come dicevo all’inizio, nella sua capacità di collegare quel tema alle radici più profonde del teatro. Ossia, il teatro come epifania e magia, come evocazione di fantasmi e illusione, come partecipazione collettiva a un rito dove il pathos individuale e quello collettivo si incontrano. Abracadabra è il distillato pop del senso antropologico del teatro e della storia stessa del teatro. Mescola arditamente e proficuamente la vertigine della tragedia greca e l’irrisione della commedia dell’arte, trascina in scena l’imbonitore da luna park e lo spettro che torna dall’aldilà, frulla insieme il monologo di poesia e il coro documentario, si serve di macchine sceniche e di corpi quotidiani. Abracadabra è la perfetta epifania magica del teatro, che utilizza tutti i suoi strumenti più propri e tutti li stravolge: un’opera apparentemente dimessa, come il costume del protagonista, eppure turgida di emozioni contrastanti e di vita. Sì, di vita: perché magari non è la magia a far scomparire il dolore, ma la ‘magia’ del teatro sì, almeno per stasera.
Abracadabra di Babilonia Teatri; con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Emanuela Villagrossi; scene, costumi e disegno luci Babilonia Teatri; produzione Teatro Metastasio di Prato; con il sostegno di Operaestate/CSC di Bassano del Grappa e Ariateatro Ets.
Visto a: Castello d’Argile, Teatro della Casa del Popolo, 25 gennaio 2026.