Critici amari. Discorso sul metodo

Riporto qui la mia risposta all’intervento Gli anni gai di Paola Mieli, pubblicato su “La Falla” il 12 gennaio 2021. L’intervento riguarda Gli anni amari, il film sulla vita di Mario Mieli, diretto da Andrea Adriatico, di cui sono sceneggiatore insieme a Grazia Verasani e allo stesso regista. La mia risposta, che è stata pubblicata dalla stessa testata il 19 gennaio 2021, è strettamente legata a quell’intervento. Tuttavia mi sembra che contenga anche, soprattutto nella seconda parte, appunti utili per un “discorso sul metodo” relativo alla critica più in generale. Per questa ragione rendo disponibile il mio scritto anche per i lettori di questo blog, rimandando a “La Falla” (ai link delle precedenti righe) per vedere le pubblicazioni originali.

***

Nella mia esperienza di ricercatore su molti argomenti mi sono abituato a prendere con il beneficio d’inventario le testimonianze e i pareri di amici e parenti, perché nessuno ha l’autorevolezza per dire la parola definitiva su un autore e perché ciascuno ne ha inevitabilmente una visione parziale. Per questa ragione non avrei risposto al commento sul film Gli anni amari scritto da Paola Mieli (spettatrice molto informata, ma con una visione parziale, come tutti), se non fosse uscito con insistenza il mio nome.

Paola Mieli cita alcuni miei commenti a post scritti da altri su Facebook: quindi nessuna mia dichiarazione ‘primaria’ (ne ho scritta solo una, reperibile facilmente in internet), ma veloci commenti sui social, che quindi appartengono a un determinato contesto mediatico. Commenti che confermo, ovviamente, ma che di certo non avrei mai usato se avessi dovuto scrivere un intervento attento e fondato su qualcosa, specie se negativo. Usare quelle frasi come per additare un ingenuo pivellino di fronte alla figura di Mario Mieli (“Non hanno forse letto o inteso l’opera della persona che hanno voluto rappresentare”) significa ignorare che il sottoscritto è stato, per esempio, il primo studioso in assoluto a pubblicare un saggio su Mario Mieli, su una rivista scientifica universitaria, nel lontano 1992, che evidentemente la studiosa Paola Mieli ignora o fa mostra di ignorare. Senza contare il mio intervento su Mario Mieli al grande e affollatissimo convegno internazionale ‘fondativo’ dei gay&lesbian studies all’Università di Amsterdam nel 1987, a soli 4 anni dalla sua morte, quando davvero nessuno ancora immaginava di presentarlo in tali contesti, e senza contare ulteriori interventi come quello del 2014 sulla “sovversione trasgender” a proposito anche di Mario Mieli a un convegno internazionale sulle culture queer all’Università di Louvain, di cui sono usciti due anni fa gli atti. Non amo fare l’elenco delle mie pubblicazioni, ma se dall’altra parte si mette in dubbio la conoscenza di un argomento, mi vedo obbligato a ricordare con quali competenze ciascuno di noi parla: il che, sia chiaro, non fa assolutamente di me una persona che ha capito tutto, esattamente come chiunque altro abbia conosciuto o studiato Mario Mieli.

Detto questo, non entro nel merito del suo intervento, che archivio tra gli altri (ne arrivano tanti positivi, interlocutori, negativi… come accade per tutti i film di questo mondo): ogni spettatore prende dai film che vede quello che vuole e che può, e lo critica come ritiene. Il lavoro di sceneggiatura che ho condiviso con Grazia Verasani e con il regista Andrea Adriatico è stato lungo e complesso, come poi anche il lavoro di realizzazione del film: molte questioni sono state affrontate e discusse, ma questo appartiene al backstage di qualsiasi opera. Quello che conta è il risultato, che giustamente chiunque può giudicare.

Ma mi fa francamente ridere, fra tutte le critiche che leggo solitamente, quella che contempla il cosa avrebbe detto il personaggio raccontato in un film o in un’opera. Anzitutto, si basa su un’ipotesi sulla quale nessuno può dire niente: nessuno può sapere come Mario Mieli, oggi, a 68 anni, avrebbe reagito a questo film, cosa che oltretutto ci interesserebbe relativamente). Ma quel che è peggio è che si torna al discorso iniziale: c’è qualcuno che ritiene di sapere come Mario Mieli avrebbe pensato di fronte a una qualsivoglia ipotesi, come se possedesse la Verità assoluta su di lui. Ed è questa la ragione per cui ritengo inutili gli interventi di questo tipo: perché si basano su ipotesi non verificabili e accreditano i loro autori come portatori di una Verità che non hanno, come non può averla nessuno. Se chiunque – autori e spettatori – mettesse in campo umilmente il relativismo dei propri punti di vista, come abbiamo fatto anche noi, ne guadagneremmo tutti.

In questo senso, ben vengano critiche anche decise su un’opera che, come tutte, è fallace e perfettibile, sapendo che inevitabilmente qualsiasi racconto della vita di Mario Mieli non può che essere parziale e soggettivo, e contribuisce a una narrazione complessiva, dove ogni segmento ha una sua validità: è inquietante sentire aria di dogmatismo e di unicità della Verità in un àmbito in cui dovrebbe valere la fecondità delle diversità e delle visioni molteplici capaci di restituire una lettura davvero tridimensionale, polifonica e complessa della realtà. Noi abbiamo offerto una visione possibile, altri ne avanzino altre, magari criticando la nostra, ma senza denigrarla in nome di quello che si deve o non si deve rappresentare.

L’unica cosa che, semmai, condivido in pieno dell’intervento di Paola Mieli è l’invito a leggere La gaia critica, ovvero il libro che ha curato la stessa Paola Mieli e che probabilmente molti hanno già comprato o compreranno anche grazie a questo film (e forse grazie all’articolo che è stato scritto grazie a questo film). E, aggiungo, a leggere non solo il libro curato da Paola Mieli (a cui ci auguriamo ne seguano altri con gli altri scritti attualmente sparsi), ma anche Elementi di critica omosessuale e anche Il risveglio dei faraoni, il romanzo di Mario Mieli che la sua famiglia, di cui Paola fa parte, non ha mai permesso di stampare.

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