
L’appuntamento di maggio con compagnie lituane di danza ha portato a conoscere piccoli spettacoli capaci di raggiungere il pubblico in modo potente e ipnotico. Un due… e con Laurynas Žakevičius e Rokas Šaltenis siamo risucchiati nell’alchimia di unità e doppio… Stella… e con Oksana Griaznova orbitiamo tutti attorno all’astro solare.
Il titolo inglese del primo spettacolo sarebbe Together Alone, ma quello originale è la vera chiave dello spettacolo di Žakevičius e Šaltenis: Vienudu, termine formato dalle parole lituane vienas (“uno”) e du (“due”). È un titolo che contiene, anzi amalgama l’uno e il due, in una indissolubilità terminologica destinata a rispecchiarsi in scena. Scena nella quale i due danzatori agiscono circondati dagli spettatori. Un ring. Una piazza. Un perimetro che confina il rapporto tra unicità e duplicità. Dentro il perimetro i due corpi girano in cerchi ampi o ristretti, un vortice fisico che si misura con la tensione tra forza centripeta e centrifuga, cercando sì un centro per questa endiadi indivisibile, ma anche una forma diversa per riempire lo spazio intero. La danza non è solo nel movimento o nei gesti – mani che si afferrano o che minacciano –, ma anche (e, forse, soprattutto) negli occhi e negli sguardi, vero collante di una tensione inestricabile, che aspira alla ricomposizione del dualismo nella monade. Come neutroni in un atomo, come atomi in una molecola, in definitiva come due cuori in una relazione.

Quello a cui assistiamo, infatti, è un duello e al tempo stesso un corteggiamento, un’epifania chimica o un esperimento alchemico: la dimostrazione filosofica dell’incontro hegeliano tra tesi e antitesi, chiedendo al pubblico di comporre una sintesi degli elementi materiali e spirituali che agiscono sulla scena. I due performer sono due e sono uno. Uno diviso in due, o uno composto dall’unione di due. E due che diventano uno, o due ‘uni’ che si confrontano, attraggono, respingono.
Ma Vienudu è soprattutto un discorso sul maschile, una fenomenologia del maschile, dei suoi comportamenti e riti, nell’ambivalenza e contraddizione, che si declina nelle dinamiche dell’amicizia, della fratellanza, del cameratismo, della muscolarità, del confronto fisico, dello scontro, dell’oltraggio, dell’attrazione morbosa, della (omo)sessualità pulsante e negata, della femminilità nella mascolinità.

Quasi un trattato sul maschio nell’epoca della crisi degli stereotipi maschili, e quindi una sorta di “frammenti di un dialogo amoroso”, che è prima di tutto riappropriazione del sé individuale, attraverso il riconoscimento speculare dell’altro: che è il doppio di sé, e che è l’altro complementare. Žakevičius e Šaltenis riescono a elaborare e gestire in modo efficace e profondo la complessità di una materia concettuale non semplice – e comunque urgente e attuale –, e al tempo stesso costruiscono uno spettacolo di grande forza evocativa ed emotiva, dove nella scelta del linguaggio del corpo sembra riflettersi lo stesso concetto del doppio nell’unità.
Infatti Vienudu è sostenuto da una danza che collega (con un’intuizione concettuale potente) le radici locali del ballo etnico e popolare del paese baltico con le propaggini globali, ma altrettanto popolari, della breakdance, passando per la disciplina della danza contemporanea. In altre parole, la stessa dialettica tra il sé e l’altro che porta alla fusione delle due figure nell’unicità maschile è raccontata dalla dialettica tra danza popolare e breakdance, perfettamente equilibrate (a volte con semplici accenni, senza stucchevoli insistenze, cioè senza esibizionismi ma con perfetta calibratura) per portare alla fusione in un flusso di danza che ricompone il linguaggio coreografico.

Raramente si trova uno spettacolo così semplice e minimalista, e al tempo stesso così complesso nelle sue stratificazione e interpretazioni, come quello di Oksana Griaznova, che per tutto il tempo della performance si muove pressoché in loop all’interno di una pedana quadrata di un metro, sotto una lampadina, sostenuta da una musica martellante. Tutto qui: tutto qui?
Under the Sun (Po Saule) è uno spettacolo sullo spazio. Lo spazio è, appunto, quello della pedana, dispositivo di costrizione delle possibilità, dove i suoi bordi sono confini invalicabili. La performer sta sulla pedana come la statua neoclassica di una Diana o una ninfa, che improvvisamente prende vita per anelare a una prossemica o a una fuga che tuttavia sono inibite e represse dalla costrizione del podio a cui la ‘statua’ è calamitata da un’indomabile forza d’attrazione.
Un’azione sottilmente politica, nel momento in cui la gabbia e la reclusione, così come l’impedimento alla possibilità di varcare un limite, un confine, un muro, una frontiera, sono nell’orizzonte di una quotidianità geopolitica sempre più pressante e presente. E così, il movimento costante della performer (che secondo la fisica si chiama “rivoluzione”, che guarda caso è anche termine politico), quella deambulazione sul perimetro consentito, senza poter mai scendere, diventa assuefazione alle regole geometriche dello spazio, che riflettono un’imperscrutabile Norma superiore.

Quasi un loop, dicevo, che però man mano si sfalda e ripropone, come quando le braccia cominciano ad allargarsi e il ritmo si intensifica, ricordando il movimento dei dervisci rotanti, in cui la rivoluzione diventa vortice, dove fisica ed esoterica si trovano in equilibrio, o forse – nel caso di Oksana – disequilibrio, come mostrano i ripetuti vacillamenti che donano all’azione fisica, quasi da allenamento ginnico, un tocco coreografico più spinto. E allora tutto, nella sua uniformità, assume la forma multiforme di un gioco di bambina, di un cane che si morde la coda, di una trottola, un ingranaggio robotico, una centrifuga, una piroetta allusa, un giro a vuoto, un carillon vivente…
Tuttavia il titolo dello spettacolo dà un’indicazione oggettiva: la performer è “sotto il sole”, che è – evidentemente – la lampadina sospesa a meno di un metro dalla sua testa, e sotto la quale Oksana compie la sua orbita ai bordi della pedana. Under the Sun è, allora, anche uno spettacolo sul tempo, richiamato proprio dalla funzione della stella del nostro sistema, che dà la scansione cronologica e astronomica. Il tempo, insomma, non è solo quello del dipanarsi dell’azione, ma anche della rivoluzione (in senso fisico e, ormai l’abbiamo capito, anche concettuale) della performer attorno al sole-lampadina, che nella prima metà è in senso anti-orario e nella seconda in senso orario (andando, insomma, su e giù nel Tempo). La performer si presenta, così, come un’allegoria della Terra, in loop su sé stessa, un movimento ciclico che però è sbilenco, impreciso, fatto di cerchi che diventano quadrati, e poi tagli geometrici e anti-geometrici di diversa direzione e dimensione, attorno alla stella-lampadina che osserva dall’alto e dà luce.

Ci sono le luci dei fari a rischiare l’ambiente complessivo, con la pedana al centro e il pubblico tutt’attorno. Per quasi l’intera durata, i fari rischiarano il mondo intorno al binomio Sole-Terra, come se il pubblico costituisse l’ulteriore orbita di questo sistema solare, una galassia, in cui ogni elemento fissa quel Sole e quella Terra, centri dell’universo. Ma verso la fine i fari perdono d’intensità fino a scomparire lasciando solo la luce della lampadina, che viene colpita con uno schiaffo dalla performer (dopo essere stata ignorata per quasi tutto il tempo) iniziando a oscillare violentemente, lanciando squarci di luce e aprendo voragini di buio nella massa informe di quell’universo in cui siamo tutti noi spettatori, che continuiamo, inspiegabilmente, a osservare un centro ormai completamente squilibrato e impazzito. Sotto il sole, il cosmos si è fatto caos e la luce rivela il buio.
Together Alone / Vienudu; idea Airida Gudaitė; coreografia Laurynas Žakevičius, Rokas Šaltenis, Airida Gudaitė; performer Laurynas Žakevičius, Rokas Šaltenis; musica Agnés M, Marta Finkelštein; light designer Eugenijus Sabaliauskas; costume designer Rūta Kyguolytė; produzione Low Air. Prima assoluta: Musée des Beaux-Arts de Nice, “La Saison de la Lituanie en France”, Nizza, 6 ottobre 2024.
Under the sun / Po saule; idea, coreografia e performance Oksana Griaznova; drammaturgia Liza Baliasnaja; musica Arūnas Periokas; light designer Povilas Laurinaitis; costume e set designer Morta Nakaitė; produzione Be Company. Prima assoluta: Vilnius, agosto 2025.
Visti a: Teatri di Vita, nell’ambito del festival Cuore di Lituania (inserito in Cultura Lituana in Italia 2025-2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata di Lituania); prime nazionali: 7-8 maggio 2026.