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Luca Vitone, “Souvenir d’Italie – (lumières)”

Il mio vecchio professore di estetica Luciano Nanni ci sollecitava sulla domanda “che cos’è l’arte”, seminando di depistaggi e trappole il lungo (allora non esistevano i “semestri”) percorso alla ricerca della verità. Era il primo anno di Università e per noi, matricole arrivate al Dams pensando al fuoco sacro dell’arte, quel viaggio alla scoperta dell’identità dell’arte fu tanto ostico e affascinante, mese dopo mese, quanto sconcertante e illuminante al traguardo. Provammo tutte le definizioni, che scoprivamo essere tutte a sfondo mistico: il “non so che”, l’“ambiguità”… praticamente tutti i filosofi e gli studiosi di varie scienze arrivavano a un certo punto del loro discorso in cui entrava un “X factor” che era di per sé ineffabile. Infine, arrivammo a un’unica possibile conclusione, che sintetizzo con tutta l’ovvia banalizzazione del caso: un oggetto si definisce artistico quando è riconosciuto come artistico. Una tautologia, va bene, siamo d’accordo, eppure è l’unica che ci ha permesso di eliminare la mistica e di arrivare a una definizione oggettiva, condivisa e condivisibile: altrimenti, come poter definire arte un qualsiasi oggetto che, decontestualizzato da una cornice artistica, potrebbe essere un semplice oggetto d’uso quotidiano o uno scarabocchio sul muro o la fotocopia kitsch di un capolavoro? Naturalmente il ragionamento di Nanni era più complesso e ben più approfondito, ma la sostanza era questa. Ed è quella che si applica proprio nella cultura contemporanea dell’arte.

Mi è tornato alla mente tutto questo a proposito delle luminarie natalizie di Bologna con i simboli della massoneria, comparse sul ponte vicino alla stazione ferroviaria il 13 dicembre e tuttora lì presenti. Luminarie di per sé inquietanti, che hanno generato proteste, finché il Comune di Bologna non ha fatto sapere che si trattava dell’opera d’arte Souvenir d’Italie – (lumières) di Luca Vitone, commissionata dal Comune nell’ambito di un più complessivo progetto di installazioni artistiche sulla memoria, a cura di Martina Angelotti. Vitone lavora generalmente proprio sull’approccio concettuale ai luoghi, creando interessanti e potenti corto-circuiti sensoriali ed emozionali che impattano direttamente con la percezione dello spettatore. Basta ricordare l’installazione alla Biennale Arte 2013, dove ha proposto una scultura olfattiva dedicata all’eternit: un odore intenso e invadente penetrava nelle narici e nei polmoni dei visitatori, ricordando allusivamente la subdola polvere cancerogena dell’eternit. A Bologna Vitone ha pensato di creare cinque luci natalizie, raffiguranti un triangolo, un circolo di raggi e un occhio, facendole piazzare a ridosso della stazione di Bologna, sul ponte di via Matteotti, per ricordare i mai del tutto chiariti rapporti tra la loggia massonica P2 di Licio Gelli e la strage del 2 agosto 1980: occhio, triangolo e raggi, che – osservati da un preciso punto di vista, secondo una prospettiva che li inscrive l’uno nell’altro – formano il simbolo massonico in questione. Un corto-circuito visivo e della memoria che rientra perfettamente e legittimamente in una certa concezione dell’arte come strumento di riflessione, anche in chiave politica e sociale, che utilizza i mezzi dello spiazzamento (della provocazione) e della suggestione allusiva.

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Maurizio Cattelan, “Bambini appesi”

La spiegazione del Comune di Bologna, tuttavia, non ha affatto risolto la questione, perché – appunto – un oggetto si definisce arte quando è riconosciuto come tale all’interno di una cornice che lo definisce tale, cioè di una condivisione preventiva o a posteriori: il che, si badi bene, non significa “giudicare” arte, ma “riconoscere” arte. Per molti, i bambini impiccati di Cattelan, esposti nel 2004 in una piazza di Milano, “non sono arte”, ma di fatto sono riconoscibili come intervento compiuto da un artista: un conto è il giudizio etico-estetico, e un conto è la capacità di distinguere qualcosa che rientra nella fenomenologia del reale da ciò che rientra nella fenomenologia dell’arte. Ora, nel caso dell’opera Souvenir d’Italie – (lumières), occorre riconoscere che quelle luminarie, appese a mezz’aria nella notte di Bologna, non fanno intuire neanche lontanamente la loro appartenenza al genere “arte”, ma più banalmente al genere “luminarie natalizie”: se ne vedono tante di luminarie strane, che una luce diversa dal solito, se non viene chiaramente presentata come tale, non fa venire in mente a nessuno che si possa trattare di opera d’arte. E’ importante quel “chiaramente presentata come tale” nel momento in cui quell’oggetto è coerentemente calato nella quotidianità, ha forme perfettamente integrate in quella stessa quotidianità (non sto parlando di oggetti fuori-formato o palesemente decontestualizzati, alla Cattelan appunto, per intenderci) ed è percepibile da tutti come oggetto quotidiano finché qualcuno non viene a spiegare che si tratta di arte. A tutto questo, si aggiunga che quelle luminarie, che nessuno può immaginare essere oggetto artistico, sono portatrici di una simbologia, quella sì assolutamente e inequivocabilmente riconoscibile, che è quella della massoneria, che peraltro – come si sa – assume simboli di provenienza mistica, e quindi coerenti a loro volta col Natale.

Lascerei perdere, in questi miei appunti, l’indignazione di parte della cittadinanza, equamente bilanciata dall’apprezzamento di un’altra parte (con snobistica irrisione di chi non capisce, naturalmente successiva alla rivelazione che si tratta di opera d’arte): cioè lascerei da parte l’oggetto concreto riguardante i simboli della massoneria, anzi il simbolo preciso di quella loggia deviata che nella prima metà degli anni ’70 progettò piani eversivi della democrazia italiana. Questo è l’aspetto più eclatante e inquietante, che non a caso ha fatto dire a qualcuno che sarebbe come progettare come clandestina azione artistica una luminaria a forma di svastica, magari nell’antico ghetto ebraico: discorso che non fa una grinza, e che forse meglio ci fa capire, immaginando le nostre reazioni, il senso più emozionale e ‘civico’ delle polemiche. Peraltro, di azioni artistiche con svastiche, anche molto provocatorie, ne sono state fatte, e con eccellente impianto concettuale e resa estetica (mi piace qui ricordare la passione artistica e politica al tempo stesso di Fabio Mauri). Il punto vero è un altro.

Il punto vero è che l’azione artistica di Vitone ha di fatto mancato clamorosamente la propria stessa essenza, perché è un’opera non riconoscibile e non riconosciuta come tale: un ready-made che, in assenza della cornice che lo ridefinisce come arte, rimane un banalissimo oggetto quotidiano. Non si tratta di errore di comunicazione del Comune di Bologna nella spiegazione preventiva (del resto, come poter comunicare? con un’altra luminaria affiancata, con scritto “questa è un’opera d’arte”? con un gigantesco cartello ai piedi del ponte in cui si dice che si tratta di un’installazione artistica?): si tratta, semmai, di errore di creazione, in quanto l’opera dovrebbe permettere a chiunque – sia pure dopo il primo choc visivo – di comprendere che si tratta di qualcosa di extra-quotidiano; nella fattispecie, non un complotto massonico sul Natale bolognese, ma un’opera d’arte, sia pure provocatoria. Se sono un artista e decido che la mia azione artistica è infilarmi un dito nel naso in mezzo alla via, sono solo qualcuno che si infila un dito nel naso, a meno che condizioni contestuali o ulteriori elementi espressivi oltre al dito nel naso non facciano capire o anche solo intuire che si tratta di un comportamento quotidiano esplicitato in modalità extra-quotidiana, e che quindi può riferirsi o alla psicopatologia o all’arte (che, peraltro, talvolta tendono a convergere, ma questo è un altro discorso). Ma sulla ricontestualizzazione dell’oggetto quotidiano in chiave artistica, da Duchamp in poi, si è detto e scritto in abbondanza e non ha senso insistere.

Brett Bailey, “ExhibitB”

Insomma, Vitone ha elaborato un concetto davvero molto interessante e acuto, ma poi – mimetizzando la sua opera in mezzo alla “oggettistica” quotidiana – ha creato più un’azione situazionista che non un’opera d’arte. Quindi, qualcosa di svincolato dal giudizio estetico (dove dentro “estetico” sta tutto, anche il politico), ma che ha più a che fare con il situazionismo o la pura provocazione. Cioè con condizioni che operano in uno statuto extra-artistico e devono, quindi, misurarsi con la reazione diretta degli involontari fruitori (che in questo caso non si è fatta attendere). Perché le luminarie di Vitone non mostrano alcuna differenza rispetto a quelle natalizie: una luminaria a forma di raggi o a forma di triangolo o perfino a forma di occhio è perfettamente integrata nel campionario iconografico del kitsch natalizio. La differenza, semmai, nasce dalla loro ricomposizione, che si nota solo in due punti precisi d’osservazione, e che creano un’immagine tra le più ripugnanti della storia contemporanea d’Italia. E’ dunque proprio la perfetta integrazione a far fallire l’efficacia dell’intento artistico, lasciando esclusivamente quello della pura provocazione (questo sì, perfettamente riuscito), per la quale, però, non occorre certo essere artisti: chiunque può provocare, anche in modo raffinato. Banalmente, le stesse luminarie fuori formato o altrimenti ricontestualizzate avrebbero portato gli osservatori a interrogarsi sulla loro identità, a farsi domande, mentre invece la perfetta integrazione ha fatto percepire quelle luminarie come una caduta di stile, una provocazione o addirittura un messaggio subliminale eversivo, legittimamente. Si dirà: l’arte è ambigua ed è giusto che ciascuno reagisca in modo diverso. Rispondo: no. Ci sono altre cose ambigue alle quali si reagisce in modi diversi, mentre l’arte è un’altra cosa. L’arte deve porsi come tale e suscitare reazioni, anche scandalizzate, come per esempio è successo, quasi negli stessi giorni con la performance di Brett Bailey ExhibitB: una esibizione di persone di pelle nera come in uno zoo umano del periodo coloniale, concepita come potente e sconvolgente azione antirazzista, ma recepita da molti esattamente al contrario, e cioè come operazione razzista, al punto da portare alla sua censura a Londra e alla riduzione dei giorni di esposizione a Parigi, con la sala blindata da cordoni di polizia. Tuttavia, nel caso del geniale leader del gruppo teatrale sudafricano Third World Bun Fight (Brett Bailey, appunto), l’happening scandaloso era chiaramente presentato nei termini di operazione artistica.

Fra qualche anno, i critici d’arte ricorderanno l’installazione di Vitone in questi termini: l’artista ha creato un’installazione acuta e coraggiosa, che ha suscitato dibattito nella città, con una parte scandalizzata che si è rifiutata di cogliere l’intento artistico e di provocazione civile e politica. Ecco, a futura memoria, vorrei dire che le cose, nella realtà, sono andate un po’ diversamente: l’artista (peraltro apprezzato e apprezzabile nella sua storia) ha avuto un’idea bella e fenomenale, ma dissimulando la sua concretizzazione in mezzo agli oggetti della realtà l’ha di fatto destituita della sua dimensione artistica, perlomeno a livello di fruizione. Ecco, se c’è una cosa utile in tutto questo, almeno dal mio punto di vista, è aver aiutato a comprendere meglio la linea di confine dell’arte: perché l’arte non coincide, non può coincidere, con il tutto, e se si misura in maniera assoluta con la realtà allora deve farlo con lo scarto che ne consente la riconoscibilità. Altrimenti è solo provocazione, magari intelligente, azione, situazionismo. Che sono un’altra cosa.

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