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La recente pubblicazione di una ricca antologia grafica di Copi in due volumi, per un totale di 540 pagine, offre l’occasione di riattraversare l’evoluzione di un Maestro del fumetto, scoprendone anche alcuni lati rimasti finora in ombra. In verità, sarebbe riduttivo limitare Raúl Damonte Botana (1939-1987) al solo universo dei comics: Maestro ed esploratore dei confini del linguaggio lo è stato anche in altri àmbiti, perlomeno nel teatro, come autore di opere dove il rigore classico della struttura e dei codici viene surriscaldato da una materia incandescente e delirante. E non va dimenticata la sua opera letteraria, tra le più frizzanti e intelligenti della letteratura degli autori latinoamericani. Già questa distribuzione su diversi piani espressivi mostra immediatamente l’inadeguatezza di un approccio a Copi di stampo puramente settoriale, e probabilmente spiega la sua mancata consacrazione. Così, si tende spesso a scindere le varie anime artistiche di Copi, lasciando i fumetti ai soli estimatori e creando un percorso di studi e analisi soprattutto sulla narrativa (su cui insistono in particolare i ricercatori latinoamericani) e sul teatro (su cui sembra più attenta la ricerca europea). Quando ho avuto l’occasione di tirare le fila dei diversi studi su Copi a livello internazionale, nel libro Il teatro inopportuno di Copi, forse per la prima volta – e non solo in Italia – si è concretizzato un tentativo di portare a un dialogo e a un confronto le diverse anime di Copi, facendo intrecciare tra loro gli studi su teatro, narrativa e fumetto, ma anche le questioni nevralgiche che l’opera di Copi affronta, dall’esplosione dell’identità di genere agli slittamenti dell’identità nazionale, dalla relazione tra potere e anarchia ai linguaggi del grottesco e della caricatura, facendo emergere Copi come un autore che in modo totalmente originale ha saputo rappresentare le alienazioni della contemporaneità. Tuttavia, è anche vero che Copi, pur giocando sui tre diversi piani espressivi, ha saputo calarsi con profonda adesione e genialità nelle rispettive specificità di ciascuno di essi, lasciando ovunque il segno in modo indelebile con veri capolavori: per fare solo qualche esempio, dalla teatrale Eva Perón al romanzo Il ballo delle checche fino alla perla assoluta di un anomalo graphic novel come Un libro bianco. E’ dunque un piacere lasciarsi andare alla deriva nella pura visionarietà fumettistica che i due libri usciti quest’anno, Les filles n’ont pas de banane e Vive les pédés et autres fantaisies, ci offrono. Non senza interrogarci sulla latitanza degli editori italiani nel ripubblicare i fumetti di Copi, tutti fuori catalogo, probabilmente troppo raffinati o troppo caustici, o forse semplicemente difficili da “maneggiare”: l’ultima uscita italiana risale al 1988, l’anno successivo la morte di Copi, con la riedizione de I polli non hanno sedie, che seguiva Non oso, madame (1973), Storie puttanesche (1979) e Il fantastico mondo dei gay (1986). Miglior fortuna non ha avuto la narrativa, anch’essa fuori catalogo, con Il ballo delle checche, ripubblicato nel 1996, e L’Internazionale argentina (1989), ma anche con altri testi mai tradotti, di cui il blog Sur ci ha dato qualche assaggio con il racconto Virginia Woolf ha colpito ancora e l’incipit de L’uruguaiano. Sta un po’ meglio il teatro (rafforzato anche dalle continue rappresentazioni), con la selezione proposta nel 1988 da Franco Quadri per Ubulibri, da cui però rimangono fuori altri due testi che Copi – argentino di nascita e francese d’adozione (anzi, d’esilio) – scrisse in spagnolo contrariamente agli altri, e cioè Cachafaz (comparso in italiano nel 1995 col titolo Tango barbaro) e La sombra de Wenceslao. Non attiverò l’ennesima petizione on line per chiedere a qualche editore, cartaceo o digitale, di ripubblicare i libri introvabili e di editare ex novo quelli mai tradotti, ma prendete queste parole come un vibrante invito.

Perché non si tratta di essere appassionati di Copi. Si tratta di riconoscere in Copi uno degli artisti che ha saputo raccontare alcune delle grandi questioni della contemporaneità, e dell’esistenza tout court, in maniera originale e deflagrante. L’ho scritto prima: l’esplosione dell’identità di genere, gli slittamenti dell’identità nazionale, la relazione tra potere e anarchia… così come la famiglia (naturalmente eviscerata e scarnificata per rivelarne gli inganni), il sesso (euforisticamente sordido, sordidamente euforico), la morte (vitale e spietata), e infine tutto il minuscolo orizzonte piccolo borghese che alimenta le nostre vite e tutta la malinconica allegria dei sogni irrealizzabili. Il tutto, miscelato in una visione e in una narrazione esilaranti e inquietanti al tempo stesso. Da brividi e da lacrime: che poi si confondano le lacrime delle risate e quelle di quando si riconosce la propria disperazione in uno specchio distorto, beh, è proprio quello l’immenso valore di Copi.

Ecco, dunque, i fumetti di Copi nelle due voluminose pubblicazioni curate dalle Éditions de l’Olivier. Una selezione ampia, che attraversa tutta l’attività svolta da Copi sui periodici francesi Le Nouvel Observateur, Charlie, Charlie mensuel, Hara-Kiri, Gai Pied Hébdo e Libération, con diversi inediti mai raccolti in volume. Il primo libro va dal 1965 al 1979, il secondo dal 1970 al 1984. Purtroppo i riferimenti alle fonti sono generici, e quindi non è possibile per ciascun fumetto sapere la provenienza e la data, e questo è sicuramente un handicap. Ci pensa Thibaud Croisy, nella puntuale introduzione al secondo volume Vive les pédés (l’introduzione al primo è firmata da un prestigioso testimone come Delfeil de Ton), a ricostruire bene il percorso creativo del fumettista, da Le Nouvel Observateur, nel quale prende corpo il personaggio più famoso (al punto da diventare una gabbia per la fantasia del suo inventore) e cioè la Donna seduta, a Charlie, che consente a Copi di sperimentarsi in una narrazione più ampia, per poi proseguire con Hara-Kiri che sollecita ulteriormente la carica di provocazione estrema, fino a Gai Pied in cui le questioni politiche e (omo)sessuali prendono il sopravvento proprio per la caratteristica del settimanale gay francese. Ma la vera sorpresa, nel secondo volume, è la pubblicazione su libro – per la prima volta – di alcune delle oltraggiose vignette composte per Libération, talmente oltraggiose da causare la cessazione del rapporto tra l’autore e il giornale dopo neanche due mesi. Tutto si concentrò nella rovente estate tra il giugno e l’agosto 1979, quando Copi, chiamato a vivacizzare il quotidiano della sinistra, inventò Libérett, un personaggio trans-ninfomane, che sembra quasi segnare il contrappasso rispetto alla Donna seduta: Libérett, perennemente nudo/nuda in atteggiamento esibizionista, sessuale o evacuatorio, compare qua e là, in mezzo agli articoli, in maniera inattesa e anarchica, a commentare in modo volgare i fatti del giorno, riconducendo tutto al sesso. Così la vediamo mentre lo succhia al leader algerino Ahmed Ben Bella appena uscito di prigione dopo 14 anni, commentando “si sente la muffa”, o mentre si fa sodomizzare da un palestinese o da un nero di New York, e così via. Sgradevole non solo nei contenuti e nel contesto in cui compare, ma perfino nel disegno, quasi da scarabocchio di ragazzino in fregola: una vis anarchica totale e irriducibile, quasi insostenibile, in una sorta di masochistica necessità di azzeramento dell’immagine irriverente-ma-raffinata della Donna seduta e di altri racconti, cercando di sondare il punto estremo a cui le sue tensioni potessero arrivare.

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Tensioni già presenti e diversamente esplorate ed espresse nei suoi più noti fumetti. A cominciare, appunto, dalla Donna seduta, che concentra nella sua placida immobilità, vista quasi con simpatia, tutte le peggiori pulsioni piccolo borghesi ma anche universali ed egocentrici sogni sentimentali. La Donna seduta, soprattutto nel primo periodo, riflette modalità di una folgorante teatralità, e cioè lo sketch sperimentale degli anni ’60, che Isabelle Barbéris ha individuato alle radici del teatro di Copi. Si tratta di episodi rapidissimi – il tempo di una pagina o poco più – che si dilatano virtualmente in un tempo infinito grazie a una sapientissima scansione di vuoti e pieni, ossia di silenzi e battute. Proprio il silenzio è la formidabile ‘invenzione’ del fumetto di Copi, il vuoto che si allarga riempiendo il nulla delle parole con un silenzio che sembra nulla eppure è quasi ben più facondo delle parole stesse: Copi, possiamo dire spingendoci un po’ in là, è una sorta di John Cage dei comics, che trova nel silenzio i suoni (e i significati) che le parole non riescono più a trasmettere. Insomma, fumetti che sembrano concerti sonori, o meglio duetti, visto che solitamente la struttura ‘narrativa’ prevede la protagonista (la Donna seduta) e un antagonista: teatro puro, monologo o dialogo nel quale l’azione è ridotta ai minimi termini e il silenzio porta la comunicazione ai sottolissimi livelli di esili slittamenti grafici (un sopracciglio alzato, l’angolo della bocca lievemente abbassato, o semplicemente la calcificazione di una fissità eloquente). D’altra parte, Copi può permettersi il gioco sui piccoli slittamenti grafici, perché il suo mondo grafico è radicalmente stilizzato. I personaggi stanno su una scena che non ha quinte, boccascena, fondale: ci sono solo loro e pochissimi oggetti funzionali (quasi sempre, solo la sedia), schiacciati in una bidimensionalità assoluta, esaltata dal trionfo di una visione di profilo vagamente ‘egizia’. Il tutto per mettere in scena dei “duetti in disequilibrio”, come li definisce Croisy nella sua introduzione, per un rapporto sociale presentato come un curioso dialogo di sordi tra due solitudini.

Se in un primo momento la Donna seduta procede in modo fulminante, col proseguire del tempo (e la disponibilità delle riviste) Copi crea storie più lunghe: vere e proprie saghe teatrali che giocano su rivelazioni e sotterfugi nei quali i personaggi mutano sostanzialmente la loro funzione. E’ il periodo di maggior contaminazione con la sua drammaturgia più compiuta – superato il periodo del riecheggiamento dello sketch –, anche con veri e propri rimandi diretti, come La dernière cosmonaute che riprende o forse preannuncia il delirante monologo Loretta Strong, o Les coutumes Inca collegabile alla commedia La piramide. Trionfano saghe famigliari laide e luttuose, dove spesso va in scena la morte improvvisa, ma tutt’altro che risolutoria, dell’interlocutore. Lo stesso gioco degli svelamenti procede per spiazzamenti tortuosi, in complesse rivelazioni da soap opera acida, arrivando a esiti sempre più rarefatti, come in L’avenir du rat. Perfino il disegno muta qualità, come s’è detto per Libérett, quasi che Copi volesse disfarsi dell’incombenza del disegno per lasciar fluire le sue storie liberamente dalla zavorra materiale, proprio come una Loretta Strong che si libra una e infinita in uno spazio uno e infinito, mutevole e imprendibile, subordinando la qualità alla velocità della creazione e dell’avanzamento narrativo. Col passare del tempo, l’attenzione al tratto grafico dei primi anni lascia il posto a una rapidità e a una noncuranza che può arrivare a esiti inimmaginabili, dove si perde la coerenza visiva di lineamenti o oggetti da una vignetta all’altra. Oggetti disegnati in maniera comprensibile nella prima vignetta, si stilizzano sempre più nelle vignette successive in scarabocchi, come i personaggi stessi, che addirittura cambiano sembianza, lasciando il lettore incerto se il cambiamento sia di natura più formale o narrativa. Si veda il meraviglioso Hôtel de passe, che vede il confronto tra una concierge e un cliente. Nella prima vignetta il cliente è un corvo nero che arriva volando; alla decima ha con sé una valigia che diventa più grande nelle successiva; all’undicesima il corvo assume una dimensione maggiore e vestiti umani.; alla quindicesima diventa bianco e comincia ad assumere fattezze umane, che si modificano per lievi slittamenti nelle successive, diventando quasi un prete, e poi un vampiro, un mostro, di nuovo un uccello, un serpente, un lupo, un toro, un diavoletto…

Leggere di seguito queste due raccolte di fumetti è, insomma, un’occasione preziosa per entrare nel mondo di Copi (ma senza esaurirlo: diciamo, assaggiandolo soltanto), e per entrare nei recessi del proprio mondo, quelli che è meglio tenere segreti o rimossi, imprevisti e imprevedibili, che solo la penna dell’artista franco-argentino poteva far emergere dal candore immacolato della pagina bianca e mostrarli alla luce del sole, con tutta la spietatezza che meritano, e che noi meritiamo.

 

 

Copi, Les filles n’ont pas de banane, Éditions de l’Olivier, 2014, pp. 272, euro 21,50.

Copi, Vive les pédés et autres fantaisies, Éditions de l’Olivier, 2014, pp. 272, euro 24,00.

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