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Nation Estate 1

La questione palestinese è leggibile, ha scritto Edward Said, come un’ironia della storia, un paradosso. Naturale, allora, che la disperata vitalità del popolo palestinese scelga spesso l’ironia e il paradosso come armi culturali di resistenza in una condizione nella quale la tragedia, l’apartheid, la pulizia etnica, l’ingiustizia sarebbero altrimenti difficilmente sopportabili. Larissa Sansour ha scelto da tempo il registro del paradosso, trovando nel linguaggio della fantascienza un formidabile sostegno alle sue visioni artistiche. Se decenni di conflitti, di trattative, di indifferenza internazionale hanno portato a una realtà in cui l’annientamento dei palestinesi sta avendo un incremento costante e inarrestabile, allora solo la fantascienza può mostrare una soluzione. Il suo video del 2005 dal titolo kubrickiano A Space Exodus, vedeva la stessa Larissa in veste di astronauta arrivare sulla Luna e conficcare lassù la bandiera palestinese: ultima ratio per i diritti del popolo negletto, che privato del suo territorio è costretto ad affermare sé stesso come nazione riconosciuta solo arrivando nello spazio.

L’artista (le cui opere sono state esposte, tra l’altro, alla Tate Modern di Londra, al Brooklyn Museum di New York, al Centre Pompidou di Parigi) ritorna a indicare ironicamente una soluzione fantascientifica, e dunque paradossale, ai problemi dell’erosione crescente del territorio palestinese da parte degli invasori israeliani con un’opera video di 9 minuti, di ottima fattura tecnica e, soprattutto, di grande impatto visionario: Nation Estate (2013), presentata in questi giorni a Roma. Il complesso residenziale della nazione, a cui fa riferimento il titolo, non è altro che un gigantesco grattacielo nel quale è confinato ciò che rimane della Palestina: un ghetto ipermoderno, che risucchia nella verticalità il territorio orizzontale negato. Che la verticalità ingegneristica potesse rispondere in modo funzionale ed efficiente alle questioni riguardanti l’orizzontalità territoriale la fantascienza lo sapeva da tempo. Un grande classico di Robert Silverberg del 1971 come The World Inside (tradotto in italiano col titolo Monade 116), ne è l’esempio più folgorante. Lo lessi da ragazzino, stregato dalla condizione esistenziale di questi pronipoti dell’anno 2381, costretti a vivere in “monadi”, cioè in giganteschi grattacieli di un migliaio di piani, alti 3 km, nei quali sono concentrati gli esseri umani senza mai il bisogno di uscire da lì: la descrizione trasmetteva tutto il fascino per la perfezione e la logica e, al tempo stesso, tutta l’inquietudine per una condizione forzata e anomala, in cui esplodevano dinamiche sociali e psicologiche devastanti. Nel mondo distopico di Silverberg, in cui solo il 10% della superficie terrestre è occupata da questi giganteschi insediamenti umani, ogni “monade” corrisponde a una città di un milione di abitanti, comprensiva di tutto ciò che occorre, dislocata razionalmente sui diversi piani, lasciando ecologicamente il resto della superficie terrestre alla natura e all’agricoltura. Mi è tornato alla mente il capolavoro dello scrittore americano guardando Nation Estate, che prefigura una condizione urbanistica analoga: funzionale e alienata al tempo stesso. Ma funzionale a cosa e a chi?

Nation Estate 2

L’artista immagina un immenso grattacielo che fino alla fine appare allo spettatore ignaro come la narrazione di una realtà certo non entusiasmante, ma tutt’altro che disdicevole: un grattacielo-rifugio per evitare il mondo esterno. Per tutto il tempo, l’impressione è quella di assistere alla ricostruzione del mondo (o di una sua parte, la Palestina) all’interno di un ambiente protetto, per salvaguardare gli esseri umani da una catastrofe che ha reso insostenibile la terra fuori, come la fantascienza ci ha spesso mostrato. Gli abitanti del grattacielo sembrano fortunati scampati a una qualche distruzione che potrebbe aver reso invivibile il mondo esterno contaminato. Solo alla fine, ribaltando la prospettiva, ci rendiamo conto che il grattacielo è circondato da un muro, che ha la stessa forma del muro della vergogna che Israele ha costruito dal 2002 per ingabbiare i territori palestinesi. Il Nation Estate descritto in quest’opera non è, dunque, l’ultimo rifugio di un pugno di sopravvissuti, ma l’ultima ingegnosa trovata per estirpare i palestinesi dal loro territorio. Al grattacielo immaginato da Sansour si accede con un treno sotterraneo da Amman dopo aver superato il checkpoint (proprio come accade oggi, salvo il treno che ora non esiste), dopodiché un ascensore consente di raggiungere i piani dell’edificio. A ogni piano corrisponde una città palestinese: l’intero territorio è stratificato in modo che gli abitanti possano continuare a vivere nella loro città, ricostruita in vitro: in un certo senso, è lo sviluppo futuribile degli odierni campi profughi. Da Gerusalemme a Gaza, da Jenin a Hebron, dal Mar Morto al Mar Mediterraneo, ogni angolo della Palestina ha il suo piano dedicato (per inciso, la struttura a piani, molti dei quali particolarmente evocativi, rendono quest’opera, già nell’idea dell’artista, potenzialmente estendibile a spin-off, ossia cortometraggi o semplici immagini fisse dedicate ad altri luoghi rispetto a quelli descritti in questo primo film). L’ascensore si apre di fronte alle vestigia o alle caratteristiche del luogo, ovviamente altrettanto artificiali e sintetiche quanto l’intero grattacielo. Vediamo così le mura antiche di Betlemme articolate in mezzo agli enormi piani candidi e immacolati, o la Cupola d’Oro e la moschea di Al-Aqsa di Gerusalemme troneggiare in mezzo a una grande hall, esattamente come la Porta di Babilonia o l’altare di Zeus al Pergamonmuseum di Berlino, con la stessa devozione conservativa (salvo che qui i reperti sono artificiali) e lo stesso senso inquietante di straniamento.

Nation Estate 3

Larissa è anche interprete del video (di cui si può vedere un frammento on line). La vediamo salire in ascensore con due persone, che dai titoli di coda scopriamo poi essere suoi famigliari, con cui non c’è alcuno scambio di battute, e a malapena di sguardi. E’ un ulteriore aspetto ‘terribile’ del video. Nella visione futura dell’artista, scompare radicalmente il senso della comunità e della famiglia, che in Palestina sono fortissimi, e rimane soltanto l’epifania di un individualismo e di una solitudine che rende ancor più gelida la società immaginaria: non si tratta solo del grattacielo-ghetto-monade in cui sono contenuti e rinchiusi i palestinesi, ma ciascun palestinese è ridotto a monade nella monade, ghetto soggettivo nel ghetto oggettivo. Così, Larissa, dopo aver intravisto Gerusalemme al tredicesimo piano, o meglio la sua ricostruzione fasulla da luna park per nostalgici, sale oltre, attraversa Betlemme ed entra in casa utilizzando un pass con la bandiera palestinese come chiave. Una casa vuota, anch’essa accecata da un lindore che sa di pulizia (etnica) e di morte. C’è solo un segno, potentissimo, di vita: un ulivo, piantato nel mezzo della stanza, che esce dal pavimento squarciato. L’irruzione dell’organico in un mondo sintetico ha una forza sconvolgente, direi rivoluzionaria: è il segno dell’inarrestabile aspirazione alla vita. Lei lo innaffia, e la telecamera ci mostra da vicino e quasi con commozione l’acqua che penetra nella terra: unico riferimento a una terra da cui si è stati strappati. Quella terra che si può intravedere al di là delle enormi vetrate che avvolgono il grattacielo: ecco il territorio palestinese interdetto, ecco la vera Cupola della Roccia in lontananza, che risplende corrusca sotto il tramonto (o l’aurora?) di un sole vagamente postatomico. Poi Larissa cerca qualcosa da cucinare in scatolette tutte identiche, e tutte da preparare allo stesso modo, con una pressione del dito, sulle quali è riportato il contenuto: scartata la mloukhia, decide di mangiare il marmahon, che versa in scodelle decorate con i segni della kefiah. Infine, osserva nuovamente la terra al di fuori, portando le mani al suo grembo di donna incinta. E in controcampo, in un ribaltamento di prospettiva che svela finalmente la verità, ecco Larissa dentro il grattacielo circondato dal muro, mentre tutt’attorno si stende cupa e straniera la terra strappata.

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Confronto tra il manifesto pubblicitario del 1936 e quello ideato da Larissa Sansour per “Nation Estate”

Larissa Sansour porta alle estreme conseguenze artistiche la dialettica palestinese che oscilla, inevitabilmente, sull’asse temporale oltreché spaziale. Nella condizione di un presente insostenibile, che pure viene abbondantemente rappresentato dagli artisti, i due poli del discorso sono il passato e il futuro. Il passato privo dell’oppressione israeliana, ovviamente mitizzato ed edulcorato, ma facente parte integrante della memoria condivisa e base indistruttibile di una richiesta di “ritorno” alle condizioni precedenti (o perlomeno le più simili possibili). E il futuro che si lega necessariamente al passato, perché immaginato come l’orizzonte ambìto in cui sia possibile ripristinare quella vita d’un tempo, infaticabilmente rievocata (e su quel futuro, un ulteriore slancio di futuro – ma quello davvero insondabile – nel bambino che la protagonista porta in grembo). Sansour sblocca questa ossessione sul tempo, lavorando su un futuro in cui il passato è incastrato in modo posticcio, creando una condizione effettivamente mostruosa. E lo fa creando spazi altrettanto “mostruosi”: dalla luna su cui piantare la bandiera palestinese, nel suo precedente corto, al grattacielo in cui finalmente quella stessa bandiera giganteggia, ma confinata nella gabbia di vetro di un edificio-museo-ghetto. Al tempo stesso impone allo spettatore delle sue opere gli interrogativi di quel discorso sul tempo e sullo spazio, perché lavorando sul rapporto tra passato e futuro, tra le vestigia ricostruite o i simboli patriottici (la bandiera, la kefiah, la chiave) e la visione fantascientifica, il cuore vero rimane il presente, nella sua indicibilità. Espunto visivamente da Nation Estate, il presente ne è in realtà il fulcro concettuale e logico: ed è proprio la sua assenza dalla rappresentazione a scatenare la reazione dello spettatore. Ne è un esempio il caso di censura che quest’opera, premiata in alcune competizioni come l’International Short Film Festival di Oberhausen e l’International Festival of Arab Cinema di Marsiglia, ha subìto nel suo processo di preparazione. Prima del film Larissa Sansour ha realizzato alcune fotografie che rientrano nello stesso progetto artistico e nello stesso registro estetico (sono le immagini che illustrano questo articolo). Dopo essere state selezionate per il Lacoste Elysée Competition, le fotografie sono state estromesse dal museo francee per volontà dello sponsor Lacoste perché “troppo filopalestinesi”. E’ il segno evidente di come proprio il buco nero di un presente indicibile, ma più concreto che mai, sia il vero cuore di immagini che, lette in maniera “ingenua”, sarebbero soltanto bizzarre fotografie di un mondo futuro in cui galleggiano schegge di passato. Lo stesso pannello centrale della mostra, che vediamo gigantesco anche nel video, racchiude ermeticamente tutto il discorso. Si tratta di un poster pubblicitario in cui si vede, oltre un grande ulivo in primo piano, il grattacielo circondato dal muro e, oltre di esso, una distesa di territorio e di case normali; la scritta è “Nation Estate. Living the high life”. Sansour ha ripreso la grafica di un famoso manifesto turistico del 1936 realizzato dal grafico Franz Kraus in cui si legge “Visit Palestine”. Ancora una volta la visione futura si innesta – direi vampirizza – la memoria del passato, creando un vuoto pneumatico tra il periodo pre-Nakba e il futuro: un vuoto che l’artista chiede all’osservatore di riempire. Riempimento che sarà giocoforza un atto politico, in un senso o in un altro.

Nation Estate, mostra di Larissa Sansour; Roma, Montoro 12 Contemporary Art; 14 maggio – 20 giugno 2015.

Nation Estate, regia di Larissa Sansour; scritto da Søren Lind; con Larissa Sansour, Leila Sansour, Maxim Sansour; musica di Aida Nadeem; fotografia Jesper Tøffner; montaggio William Dybeck Sorensen; produzione Morten Revsgaard Frederiksen / Beofilm Productions ApS. Palestina/Danimarca 2013, 9 minuti.

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