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Giuliano Scabia

Il Teatro Vagante di Giuliano Scabia non è solo un teatro “che vaga”, ma è anche un Teatro Vago. Vago perché rinuncia a una sua sclerotizzazione definitiva. E vago nell’accezione classica letteraria di bello e desiderabile: il “vago lume” petrarchesco, il “vago avvenir” leopardiano… ma più di tutti è il “vago” di Dante a cui Scabia si avvicina. Dante alle soglie dell’Eden, “vago già di cercar dentro e dintorno”, oppure Dante che descrive Ulisse “del suo cammin vago [desideroso]”… E’ un cammino lungo quello di Scabia, che fra pochi giorni compirà 80 anni, e che di quel suo cammino è sempre vago e sempre pronto a raggiungere nuove tappe per poi lasciarsele alle spalle e proseguire: o meglio, pronto a caricarsi quelle tappe nel fardello sulle spalle, ogni giorno sempre più ricco, per portarle tutte insieme a vagare verso nuove tappe da scoprire, cantare, raccogliere.

Il Teatro Vagante vaga da tanto tempo: in fondo Scabia ha sempre pensato e creato teatro in questo modo: vagando. Dentro e dintorno. Ma sempre sulla soglia di quell’Eden che Dante invece decise di penetrare. Perché quando ci sei dentro, conosci la realtà. Mentre quando stai lì, sul limite, la realtà puoi immaginarla (“Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”, dice Pasolini pittore giottesco nel Decameron), girandoci attorno, trovando sempre nuove prospettive inaudite e impreviste da chi entra dentro, brutalmente, nella vita, senza vaghezza di cercare ma solo di trovare. Il fatto è che, come molti altri inventori di altri teatri, anche Scabia è un intruso, un migrante senza permesso di soggiorno, che viene da lidi lontani, un diverso che non ha cercato di omologarsi, ma che ha marcato la sua differenza: e grazie a questo ha fecondato la realtà che ha trovato. Il Teatro Migrante di Scabia nasce dalla poesia, perché Scabia è stato e rimane prima di tutto un poeta, e grazie a questo, è stato e rimane dopo tutto un inventore di teatro. Lo ha scritto in modo fulminante Fabrizio Cruciani: “in realtà Scabia non fa teatro di poesia, fa teatro del suo essere poeta”. Da poeta, Scabia si affaccia alla scena, attraverso una porta a sua volta eccentrica, quella del teatro musicale di Luigi Nono. Vagando all’ascolto degli operai dell’Italsider, dando loro la voce – rimodulata dalla composizione poetica del libretto – sul palcoscenico della Biennale.

Il Teatro Vagante si rivela All’improvviso, come recita il titolo della prima opera drammaturgica di Scabia, scritta dopo l’incontro con Carlo Quartucci esattamente 50 anni fa, nel 1965. Un testo teatrale che spinge oltre i confini della scrittura, trasportando la poesia nella sonorità, nella visione, nell’azione. Non può essere un Teatro Stanziale, un Teatro Stabile. Anche sulla pagina scritta, immagina mondi che sfondano le pareti del teatro, i suoi riti, le sue consuetudini: “non sono partito da una particolare teoria teatrale: bensì dal bisogno fisico di vedere una serie di avvenimenti, far scoppiare grumi di oggetti, accumulare e disperdere, appostare nel buio del teatro attori assassini sopra la nuca di spettatori intenti a meravigliarsi”, scrive Scabia, padre e fratello nella grande stagione in cui il teatro italiano iniziò a sperimentare e a scoprire la pluralità dei teatri.

Il resto del suo vagare è una continua avventura, una scoperta, come quella di un bambino che esce per la prima volta dai confini del suo quotidiano, come un poeta fanciullino che della sua età non porta l’ingenuità e il senso di mancanza rispetto all’età adulta, ma semmai la qualità di una capacità alta e altra di scoperta, incantamento e descrizione. Scabia Bambino è un Maestro, perché ci insegna prima di tutto a guardare e ascoltare, e poi a trasformare in canto e cammino le sue scoperte, rimanendo sempre del suo cammin vago, cercando dentro e dintorno le cose, le persone, le parole. Maestro: non come insegnante, ma piuttosto come sobillatore. Come quando a Torino, nel 1969, inventò un teatro di partecipazione e di comunità per dar voce e corpo agli invisibili migranti dell’Italia meridionale, espulsi dai riti del borghese capoluogo piemontese e capoluogo industriale. Fu lì che la parola poiesis si fuse con la parola polis, che poesia e città si scambiarono i nomi, scoprendo le corrispondenze tra creazione e responsabilità politica.

Giuliano Scabia 2

Giuliano Scabia durante le “azioni teatrali” di Torino (1969)

Poeta e Maestro sobillatore nei vaghi spazi degli scontri e nei vaghi spazi degli incontri. Protagonista del teatro contemporaneo italiano in virtù del suo essere anti-protagonista: centrale sulla scena grazie al suo essere fuori dal centro. Più che la “dilatazione progressiva della forma-teatro”, come scrive Marco De Marinis, quello di Scabia è il riconoscimento di una teatro plurale che muta la sua forma in base agli scontri e agli incontri: alla vita. Quella che andava a incontrare, sempre disposto a lasciarsi toccare da quella vita e a farla rinascere in forme che si possono chiamare teatro e si possono chiamare poesia e si possono chiamare semplicemente esperienza e si possono chiamare la voluttà vitale del cercar dentro e dintorno. Come quando inventò o reinventò i meccanismi aperti dell’animazione, nei paesi, nelle scuole, ovunque ci fosse qualcuno disposto a entrare in gioco, a perdersi (a vagare) in un laboratorio aperto, in cerca di Draghi o Grandi Pupazzi. Come quando inventò o reinventò nuovi meccanismi per insegnare all’Università di Bologna: lui Maestro Bambino Sobillatore, non certo insegnante, eppure guida sottile di centinaia di ragazzi nei decenni di docenza al Dams, sguinzagliati alla ricerca di Gorilla Quadrumàni o di Faust e Faustus. Come quando trovò un compagno di strada come Franco Basaglia, per riscoprire nella mente anarchica degli internati psichiatrici di Trieste il bandolo di una matassa inestricabile e per provare a districare la matassa infame della segregazione in compagnia di un cavallo blu.

Teatro di parole e teatro di passi: pur sempre vago e vagante. I passi di Scabia sugli Appennini, sulle strade, tra villaggi montani e periferie industriali, seguendo la mappa ideale di un teatro grande come l’Italia, anzi grande come il desiderio di camminare e di poetare, e dunque di far teatro, ascoltando la memoria del passato per trasmetterla, reinventata, al presente e al futuro. Poeta Albero in boschi vegetali floridi di magia, in boschi letterari in cui riecheggiano rime popolari o carolingie, in boschi umani riscaldati da una pasta linguistica patavina o padana reinventata rincorrendo Nane Oca o da una grana verbale nutrita sui valichi tra Emilia e Toscana in rima ottava.

Il Teatro Vagante è un pulviscolo di frammenti testuali e di azioni: piccoli grani sparsi come stelle della Via Lattea e – come stelle della Via Lattea – immensi e preziosi corpi celesti se solo ci si avvicina un po’ a guardare e ascoltare meglio. Sono tanti questi frammenti, decine ormai, disseminati in piccoli tabernacoli laici affidati a pochi testimoni per volta e, al tempo stesso, documentati in decine di pubblicazioni. Dalla Commedia armoniosa del cielo e dell’inferno, primo testo che sancisce la nascita del Teatro Vagante nel 1972, tutta la storia di Scabia viaggia – vaga – su questa idea errante. Giuliano Cavaliere Errante inanella grani testuali, talvolta piccoli talvolta di grande respiro, che formano la lunga catena di un teatro fatto di passi e poesia, di incontri e di ritrovamenti, di sogni e di realtà sognate: fantastiche visioni. Decine di tappe in cui il desiderio armonioso del cielo e dell’inferno – del diavolo e del suo angelo – prende le forme dell’affabulazione, di parole scandite con un ritmo di canto e di incanto che viene dalla memoria ancestrale sopita in qualche angolo del nostro cervello e rimessa in moto da orecchie curiose e da gambe andanti, fiduciose, dietro il Maestro Menestrello.

Altri frammenti, altre stelle sono comparse recentemente nella Via Lattea del Teatro Vagante. La prima è la memoria di una passeggiata nelle strade di Firenze, in compagnia dei Canti del guardare lontano e di una settantina di pellegrini laici, attraversando l’Arno in barca, in ascesa all’osservatorio di Arcetri. Si intitola Canti del guardare lontano verso stelle con lanternine (Quaderno del Teatro Vagante, 1): il racconto del cammino, le parole nel cammino, le immagini sul cammino. La seconda è un “canto della tavola rotonda”: Il re del mondo, illustrato da Riccardo Fattori, ossia il grande raduno di un universo fantastico, e al contempo vividamente reale, per decidere il re del mondo. La terza è Albero stella di poeti rari – Quattro voli col poeta Blake, pubblicato in quattro parti on line da Doppiozero, che a Scabia sta meritoriamente dedicando un ampio e ricco speciale, proprio in occasione dei suoi 80 anni.

E allora auguri per i tuoi 80 anni, Maestro Bambino Poeta Albero, “vago già di cercar dentro e dintorno”, e auguri al tuo e al nostro Teatro Vagante Migrante che guarda lontano e lontano ci conduce, passo dopo passo, dietro alle tue parole di fiaba e visione.

 

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