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Simona Bertozzi - Prometeo 2

(foto di Martina Di Tosto)

I due ordini di archi ellittici e i relativi portici indicano geometricamente il perimetro del cortile; sullo sfondo, l’ordine geometrico si ispira alla più precisa simmetria e pulizia; in alto, una vela tardo-barocca contiene un orologio. La misura dello spazio e la misura del tempo definiscono il cortile del Collegio Venturoli di Bologna, realizzato nel 1700 dagli architetti Giovanni Battista e Giuseppe Antonio Torri, in cui prende corpo il quinto quadro del Prometeo di Simona Bertozzi nell’ambito del festival Danza Urbana. In fondo al cortile, al centro del punto di fuga della prospettiva, una presenza anomala: un Caprone che osserva osservato. La scultura in esposizione, creata nel 2007 da Davide Rivalta, borsista del Collegio Venturoli, entra con forza nello spettacolo, diventandone personaggio muto e immoto, fulcro concettuale, che spezza la misura, innesca l’incommensurabile e rappresenta il motore dell’azione. Ignorato dalle danzatrici per tutta la durata dello spettacolo, si rivelerà solo alla fine come elemento determinante, quando dalla nicchia in cui è collocato saranno gridate le uniche parole intellegibili dell’intera opera, emerse dalle più profonde origini del teatro: “Della necessità chi è che tiene il timone?”.

Dopo il terremoto di Amatrice, i sacerdoti si sono affannati a ricordare che la distruzione dei paesi e la morte di quasi 300 persone sotto le macerie non sono opera di Dio. Anzi, i sopravvissuti ringraziano Dio, e i vescovi ai funerali sottolineano che Dio non c’entra nulla. “Neanche Dio può spiegarci perché i bambini muoiono schiacciati dalle antiche pietre dei nostri paesi”, si affretta a spiegare il giornale cattolico Città nuova, che aggiunge: “e non può spiegarcelo perché non lo sa”. Altro che onnipotenza e onniscienza di Dio: c’è qualcosa sopra di lui che può e che sa. E’ il paradosso che la religione cristiana non osa affrontare, ma che gli antichi greci conoscevano bene: esiste qualcosa che sta sopra tutto e che sfugge alla comprensione. Tu chiamala, se vuoi, necessità. Che è un altro modo per definire il destino, ma con il senso di una direzione implacabile che si muove cieca eppure – se si scava un pochino – va a colpire sempre secondo un’imprescrutabile ratio: logica sfuggente, ma pur sempre logica. Ananke, la necessità, ossia il principio motore di molti miti greci, è uno dei principi fondanti della tragedia: “tragedia”, cioè etimologicamente “canto del caprone”. “Della necessità chi è che tiene il timone?” è la domanda che arriva dalla nicchia del caprone di Rivalta, ripresa dalla corifea del Prometeo incatenato di Eschilo. Ma se Eschilo fa rispondere allo stesso Prometeo che la necessità è guidata dalle Parche e dalle Erinni, cioè dal disegno inesorabile della vita umana e dalla memoria e vendetta, che precedono lo stesso Zeus, Simona Bertozzi sospende la domanda e ribalta la gerarchia.

Simona Bertozzi - Prometeo 1

(foto di Martina Di Tosto)

Prometeo: Architettura – Bologna è ‘condotto’ da una bambina-arciera, sicura di sé, che domina lo spazio geometrico dei Torri (forse non a caso risucchiato nel titolo dello spettacolo) riconducendolo a un gioco complesso di rideterminazione dei punti di fuga. La misura dello spazio e del tempo si infrange sui movimenti di lei, rimbalzando nel rigor mortis di un’architettura anti-dinamica e ridando la vita. E’ lei la Necessità, sì, proprio quella che sta sopra Dio, che fa accadere ciò che neanche Dio sa: una ragazzina non ancora adolescente, che si diverte a lanciare le sue frecce a caso sul mondo, come un’impertinente Diana o un Cupido birichino. Chi le tiene il timone? Chi la guida?

Le tre Parche, che reggono il filo della vita di ciascun uomo, e le tre Erinni, che fanno in modo che i torti non vengano dimenticati, sono qui, accanto a lei: due gruppi coreografici dal dinamismo scultoreo, dall’energia ferina, dalla sicurezza assoluta di divinità che precedono ogni cosa. I loro movimenti fluidi e infaticabili danno il senso dell’incessante e dell’imperscrutabile. Anche loro governano lo spazio, cioè l’architettura umanistica del Collegio Venturoli, solcando il lastricato, ‘sfondando’ da e verso i portici perimetrali, obbligando lo sguardo a una continua ridefinizione delle linee prospettiche e dei punti di fuga. Ma la loro danza, che pure riempie questo luogo e che ne fa le regine dello spazio misurato che è l’universo abitato dal genere umano, sembra a tratti trovare il motore (o anche soltanto la scansione del ritmo) in un breve vocalizzo lanciato ogni tanto dalla giovanissima Necessità.

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Lo spettacolo è il quinto quadro del progetto di Simona Bertozzi su Prometeo, ma potrebbe essere il primo o l’ultimo, cioè ciò che viene prima e che esisterà anche dopo la vicenda di Prometeo. Qui non c’è il mito del ribelle portatore del fuoco e non c’è la tragedia del titano incatenato su una roccia della Scizia, ma l’allegoria della imperscrutabilità della vita e di ciò che la vita contiene. E, soprattutto, la materializzazione della Necessità, ossia del Destino, ossia di tutto ciò a cui non sappiamo dare risposta e a cui neanche Dio sa dare risposta, se non quella consolatoria post-sismica che dovrebbe affermarne onnipotenza e onniscienza e che non fa altro che confermarne la debolezza. Come uno Zeus qualsiasi, proiezione della fragilità umana.

Il punto, alla fine, sarebbe in realtà l’atteggiamento di fronte alla dittatura della necessità. Purché non sia un alibi. Fare di necessità virtù? Ridurla all’interno degli schemi funzionali nei quali viviamo? Tenerla a distanza nel regno dell’inspiegabile e perciò rimuoverla dai nostri pensieri? La necessità è una sfida dialettica: questo è il vero punto. Nello spettacolo di Simona Bertozzi la giovanissima Ananke non si sottrae a entrare nella Storia, o meglio a interagire con le tre Parche e con le tre Erinni: una bambina che gioca con sei adolescenti, e che in forza della sua età può infilarsi ovunque e uscirne sempre immacolata e sola, completamente autonoma e autosufficiente, mentre le altre sono sempre e comunque legate a dinamiche di relazione. Perché le Parche tessono il filo della vita dell’uomo, le Erinni testimoniano feroci la hybris dell’uomo, ma la Necessità non ha necessità dell’uomo, non dipende dall’uomo, a rigore non ne determina nulla: solamente si limita a scagliare frecce senza motivarne la traiettoria, determinando, forse a caso, le svolte esistenziali, le guerre o i terremoti. Chi tiene il suo timone? E’ lei stessa a gridarlo salendo sul capro (espiatorio) su cui si fonda il senso stesso dell’azione della tragedia. Ma è una domanda beffarda, perché la risposta non arriva: non sono le Parche né le Erinni, come diceva Eschilo, e non è Dio, come direbbe Città nuova, e non è l’uomo a dispetto del motto latino “homo faber fortuna suae”. Ma soprattutto sfugge alla misura dello spazio e del tempo di un austero cortile settecentesco, dove l’epifania della necessità non ne ha svelato il mistero, ma ne ha solo scolpito i movimenti che condizionano noi tutti.

 

 

Prometeo: Architettura – Bologna, quinto quadro del Prometeo; progetto Simona Bertozzi, Marcello Briguglio; coreografia Simona Bertozzi; danza Giorgia Atti, Elena Rosaria Brugo, Giulia Casadio, Caterina Grotti, Anna Passarini, Carlotta Severi, Matilde Stefanini; musica Steve Reich; produzione Compagnia Simona Bertozzi /Nexus; con il contributo di MIBACT e Regione Emilia Romagna; con la collaborazione di Festival Danza Urbana Bologna, Festival Ammutinamenti, Rete Anticorpi Emilia Romagna, Aterdanza – Circuito Multidisciplinare dell’Emilia Romagna. Anteprima: Festival Danza Urbana Bologna, Collegio d’Arte Venturoli, 3 settembre 2016.

Visto a: Festival Danza Urbana Bologna, Collegio d’Arte Venturoli, 3 settembre 2016.

 

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