Milagro, Daniel, Christian, Diana e la Nonna di Fidel

Rimini Protokoll 1Quanti di voi vivono con i nonni? La domanda che arriva dal palcoscenico è presa dal pubblico con il sorriso, quasi con ilarità. Nessuna mano si alza. Chi ha posto la domanda si affaccia dal proscenio sinceramente incredula. Lo spettacolo prosegue. Ma è in quella frattura che si insinua il senso segreto di un lavoro che pure di sensi ne porta tanti con sé. Perché racconta una storia di nonni e nipoti, in una terra dove nonni e nipoti vivono nelle stesse case, più per necessità esistenziale che economica. In una terra il cui anno zero si misura nel segno dei nonni, perché quello che è avanti e dopo Cristo per noi, per loro è avanti e dopo Nonna. Che ci crediate o no. E non è un Paese da storielle per bambini, bensì il più straordinario, incredibile, controverso, affascinante e ambiguo posto del mondo, il più amato e odiato, il più sognato e ricercato. Benvenuti a Cuba, nel segno della Nonna.

Nel 1956 Fidel Castro compra uno yacht per salpare verso Cuba e iniziare la rivoluzione. Lo yacht si chiama Granma, che in inglese significa Nonna. Sono 82 rivoluzionari a imbarcarsi sulla Nonna e a dare il via all’esperimento più intrigante di socialismo reale a pochi chilometri dal nemico, l’impero Usa del capitalismo. Successivamente quello storico yacht, trasformato in zattera dell’utopia, dà il nome anche all’organo ufficiale d’informazione, il giornale voce del regime: Granma, appunto, ovvero sempre Nonna. E ancora questo nome campeggia nel titolo dello spettacolo realizzato da Rimini Protokoll, Granma, per parlare di Cuba. E per parlare di nonni e di nonne. Attraverso i nipoti.

Rimini Protokoll 2

Lo spettacolo, dicevo, è ricchissimo di sensi, che rimbalzano grazie a una drammaturgia estremamente sofisticata nella sua apparente semplicità. Secondo l’impostazione che potremmo definire – in modo un po’ riduttivo – documentaristica della compagnia, il pubblico entra nell’argomento attraverso materiali storici e testimonianze dirette, senza la mediazioni di attori professionisti. E anche questo è riduttivo, perché i quattro testimoni sono sì quattro giovani cubani nati tra gli anni 80 e 90, che raccontano di sé e di quel che sanno, ma hanno una potentissima identità attorale, non solo grazie alla costruzione millimetrica (svizzera, verrebbe da dire vista la nazionalità dell’autore) del lavoro, ma anche grazie a un potente dispositivo narrativo che li trasforma: infatti devono mettersi nei panni (letteralmente: anche nei vestiti) dei loro nonni, ed essere al contempo gli uni e gli altri, sdoppiandosi tra le diverse identità e generazioni: una sorta di canto diplofonico inter-generazionale. E’ l’idea che Stefan Kaegi, regista di Rimini Protokoll, ha trovato per raccontare ciò che è difficile, se non impossibile, riassumere in due ore di teatro: la storia di Cuba, ma soprattutto il presente di quel Paese. Mettere in relazione, se non proprio in conflitto, le due generazioni di chi c’era al tempo della rivoluzione e di chi, esattamente 60 anni dopo, si trova al posto e nei panni degli ingombranti avi a interrogarsi sul proprio presente, sul proprio futuro, sulla propria responsabilità nei confronti del suo Paese.

Rimini Protokoll 3

Milagro è una studentessa universitaria, grazie al fatto che a Cuba l’istruzione è gratuita al contrario degli altri Paesi. E’ convinta che la rivoluzione non sia finita, ma debba andare nel profondo delle contraddizioni della società attuale, e intanto sogna di diventare una storica, anche se guadagnerà pochissimo. Ma ha un’idea molto precisa del suo lavoro: “La storia non è scritta né dagli eroi né dai martiri. La storia è scritta da tutti coloro che la vivono” (lo dice all’inizio: ed è una premessa metodologica all’intero spettacolo). Sua nonna era un’umile sarta e sincera rivoluzionaria. E’ dal suo ricordo che prende forma uno degli oggetti-chiave dello spettacolo: la macchina da cucire, moderna incarnazione delle Parche, che per tutto il tempo ricama gli anni che passano su una tela infinita e aiutano a seguire la cronologia.
Daniel sogna invece di fare cinema d’animazione, ma con poche speranze, e intanto si occupa di siti web per il lontano Canada che ha visto solo attraverso il monitor. Nei suoi discorsi si avverte una disillusione sull’evoluzione politica di Cuba e sulle responsabilità dei suoi governanti: e pensare che suo nonno era nientemeno che Faustino Pérez, proprio uno dei primissimi eroici rivoluzionari del Granma, nonché ministro del governo di Castro. All’inizio Daniel legge quasi con orgoglio i discorsi del nonno che arringa le folle in nome della poesia e di José Martí, poi man mano si fa strada il distacco verso quel mondo, in cui la politica ha ereditato il malcostume e la corruzione dell’ancien régime senza che il nonno riuscisse a far valere la sua etica, diventando sempre più emarginato.
Christian voleva fare il soldato come suo nonno, che è stato nell’esercito e ha partecipato a incarichi molto importanti, e che durante lo spettacolo ‘assiste’ in video da uno schermo laterale, intervenendo in dialogo col nipote. Un nonno da imitare: vediamo Christian assumere le sue pose riprese da vecchie fotografie come farebbe un bambino. Ma l’infatuazione passa e l’ammirazione non basta: adesso il ragazzo ha abbandonato le ambizioni militari e si è rifugiato nell’informatica. Tocca a lui, ora, essere l’orgoglio del nonno, che dal video lo invita a far colpo sugli spettatori stranieri. Di certo, fa colpo con i suoi tiri di baseball che bersagliano il pubblico, esorcizzando e liquidando in questo modo le questioni storiche più problematiche che si affacciano al discorso.
E infine, Diana, cantante e musicista, nipote d’arte: suo nonno faceva parte di una banda musicale inviata nel mondo a sostenere il morale delle truppe cubane. Di lui le restano pochi ricordi, se non quelli mediati dalla nonna, anch’essa ‘presente’ allo spettacolo su un altro schermo, mentre centellina aneddoti e dialoga con la nipote. Ma la sua personalità artistica è evidente, anche quando conduce i quartetti di trombone che scandiscono lo spettacolo. Un anno fa nessuno degli altri tre aveva mai imbracciato uno strumento musicale, e lei ha fatto loro da insegnante intensiva per trasformare il gruppo in una microbrigada, proprio come quei gruppi di autocostruzione degli alloggi nelle more delle varie crisi ecoomiche cubane; e ora tutti e quattro si esibiscono insieme, giocando con i metales, i fiati, trasformandoli all’occorrenza in scherme o fucili.

Rimini Protokoll 4

I quattro testimoni sono rappresentanti ideali di una generazione contemporanea, uguale a quella di ogni altra parte del mondo, nella cui genealogia, ma soprattutto nella cui esperienza quotidiana di bambini e ragazzi, è presente il dna della rivoluzione, grazie a quattro nonni che a quella rivoluzione hanno creduto, così come al socialismo e alla giustizia sociale, scelti in modo paradigmatico: un politico, un militare, un artista, una lavoratrice. E così, il racconto dei decenni castristi di Cuba ci arriva a doppia voce: quello dei giovani d’oggi e al tempo stesso quello dei giovani d’allora che sono i loro nipoti a riferire. Attraverso le parole, le fotografie, i filmati, i vestiti, gli oggetti, perfino piccole sagome da animazione in stop-motion: tutti materiali in cui il livello documentario e quello narrativo e perfino mitopoietico si intrecciano, dialogando tra loro, riuscendo al tempo stesso a creare squarci illuminanti di comprensione e a confondere le acque in una nebulosa dove si stemperano la memoria e la trasfigurazione.
Uno degli squarci illuminanti: l’invasione attuale di prodotti cinesi sul mercato interno, che sostituiscono quelli russi degli anni 60/70, e che da soli dicono tanto sia dell’omologazione cubana nell’orizzonte globale, sia della trasformazione sociale attraverso quella economica, sia infine del trionfo del modello-Cina nel mondo. Nella nebulosa, invece, potrei mettere il ricordo di Christian, che da bambino si ritrovò a fianco di Raúl Castro, di fronte a 10.000 persone, a invocare il ritorno del piccolo Elián da Miami: un evento che scosse il mondo per la difficoltà di un conflitto gravato sulle spalle di un bambino, e che nello spettacolo è un piccolo segno aneddotico sfumato in un ricordo personale che arriva alle soglie di una piccola rivalità. Il documentario sfuma nella fiction, il didascalico va a braccetto con il respiro americano della grande saga familiare, i rimbalzi si moltiplicano, e capiamo un po’ più e un po’ meno di Cuba.

Rimini Protokoll 5

Lo spettacolo è l’occasione per avere un’infarinatura parziale della storia cubana, ma fallisce nel suo essere vero documentario. Perché il nodo non è Cuba. Il nodo è la relazione che ciascuno di noi ha con la Storia, e da questo punto di vista è magistrale. Granma. Metales de Cuba è insomma un discorso sul metodo, e non nel merito: cioè un’esplorazione delle fonti empiriche del nostro apprendimento storico e non una lezione di storia cubana. Aver trovato nel rapporto nonni-nipoti la chiave di volta di una riflessione sulla storia, in un Paese in cui è ancora possibile la dimensione patriarcale o matriarcale della famiglia, con diverse generazioni che convivono nella stessa casa, è illuminante, forse anche per far comprendere come, su quest’altro lato dell’oceano, potrebbe essere anche il legame spezzato tra le generazioni a contribuire a far dimenticare il senso della Storia. E il suo peso. E la sua permanenza. Perché poi, nessuno dei quattro nipoti sembra mettere in discussione quella rivoluzione che i loro nonni hanno sostenuto e che hanno portato come esempio nelle loro famiglie, nutrendo di Storia la cronaca quotidiana. Ma è proprio grazie all’esempio dei loro nonni, e anche – per alcuni – delle critiche nei loro confronti, che i nipoti possono oggi prendere il futuro nelle loro mani e pensare a creare la loro storia, sia pure immersi in quella disillusione generazionale che è più mondiale che non semplicemente cubana. Nessuno di loro rinnega i nonni, cioè la rivoluzione: semmai avanza critiche per come la rivoluzione non abbia saputo incidere realmente o interpretare un’epoca in evoluzione.

E in tutto questo, dove stanno i genitori? Caricati solitamente di un peso eccessivo, questo spettacolo ne mostra la sostanziale assenza e inutilità, perlomeno ai fini della nostra relazione con la Storia. Come se i genitori incidessero nel personale e i nonni nel sociale. Come se i genitori fossero così poco determinanti: ci sono linee ereditarie che uniscono nonni e nipoti, saltando i genitori, così come – in modo meno scientifico e più empirico – linee affettive che legano queste due generazioni apparentemente distanti. Come se i genitori rappresentassero una cesura tra noi e la Storia, un incidente che risucchia l’individuo nella contemporaneità della cronaca e della quotidianità, laddove i nonni indicano il senso ancestrale del Tempo che scandisce le epoche. Come se la patria non fosse realmente la terra dei padri, ma semmai dei nonni. Fu un caso che un gruppo di ragazzi di nome Castro, Guevara o Pérez abbiano scritto la Storia trasportati da una Nonna. Eppure, col senno di poi di chi ha visto questo spettacolo, quel caso assume un senso inatteso. “Granma” è il simbolo gigantesco che ha determinato la Storia di Cuba degli ultimi 60 anni, anche per i quattro ragazzi di nome Milagro, Daniel, Christian e Diana, ed è anche il richiamo alle grandmothers e ai grandfathers che, in definitiva, sono responsabili della loro stessa esistenza, con i quali e contro i quali occorre dialogare per poter trovare la propria strada, tantopiù se si tratta di nonni così ingombranti: “Sono orgoglioso di mio nonno, perché lui ha una ragione per vivere, mentre io non ho ancora trovato la mia” (Christian).

 

Granma. Metales de Cuba, un progetto di Rimini Protokoll; concept e regia Stefan Kaegi; drammaturgia Yohayna Hernández, Ricardo Sarmiento (assistente); con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena; stage design Aljoscha Begrich, Julia Casabona (assistente); video Mikko Gaestel in collaborazione con Marta María Borrás; composizioni musicali Ari Benjamin-Meyers; sound design Tito Toblerone, Aaron Ghantus; costumi Julia Casabona; direzione tecnica e light design Sven Nichterlein; direzione di produzione Maitén Arns; assistente di produzione Federico Schwindt (Berlino), Dianelis Diéguez (Cuba), Miriam E. González Abad (Cuba); assistente alla regia Noemi Berkowitz; intership Joanna Falkenberg (stage), Ignacia González (direzione), Lenna Stam (costumi); sottotitoli Federico Schwindt; traduzione Franziska Muche, Anna Galt (Panthea); lezioni di trombone Yoandry Argudin Ferrer, Diana Sainz Mena, Rob Gutowski; ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación; interviste a Cuba Taimi Diéguez Mallo, Karina Pino Gallardo, Maité Hernández-Lorenzo, José Ramón Hernández Suárez, Ricardo Sarmiento Ramírez (produzione); produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel, con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe, in collaborazione con Goethe Institut Havana. Prima assoluta: Berlino, Maxim Gorki Theater, 21 marzo 2019.

Visto a: Bologna, Arena del Sole, 10 aprile 2019.

Le fotografie dello spettacolo in questa pagina sono di Dorothea Tuch e di Ute Langkafel.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...