
La Storia è un puzzle, e il suo racconto è la polverizzazione delle tessere di quel puzzle, la cui decifrazione è impossibile. Nell’epoca dell’eterno presente, in cui la multidimensionalità del tempo è compressa nella bidimensionalità di uno smartphone, il dialogo con la Storia annega nel flusso sincronico e uniforme di uno scroll, mescolando i reel di Vassallo e Ferragni in un percorso accidentato e seduttivo. Lo spettacolo di Sotterraneo L’Angelo della Storia è un potente innesco di questioni che riguardano il concetto di Storia, ben piantato in un titolo già così programmatico eppur ambiguo, cioè quello che rimanda alla riflessione di Benjamin sulla Storia impossibilitata a fermarsi a comprendere e lenire gli errori del passato e costretta a correre ciecamente verso il futuro nel quale ricommetterà gli stessi errori. La Storia come un angelo a suo modo maledetto, che azzera e sbeffeggia uno dei motti latini più popolari, quell’historia magistra vitae, da ripetere ormai come inganno concettuale: historia lux veritatis, completava Cicerone, forse consapevole delle bufale coeve, ma che certo non poteva immaginare un mondo attuale pressoché totalmente in balìa delle fake news. Dalle macerie di una storiografia che non guida più il nostro sapere e il nostro comportamento, bellamente ignorata da politici che riscrivono la Storia a modo loro, ecco allora il crescendo nichilista di filosofi che si arrendono all’inevitabile, arrivando a decretare “la fine della Storia” come fa Fukuyama (ma già Pasolini parlava, controcorrente, di dopostoria in quegli anni 60 ancora vividamente proiettati verso un radioso e fallace sviluppo). A Benjamin, in fuga dalla catastrofe assoluta della guerra, del nazismo, del genocidio fatto sistema, non serviva speculare la teoria: la condanna tragica di una Storia che attraversa le rovine del suo passato per proseguire, inevitabilmente a ripetere quelle rovine, stava nei fatti oggettivi che stava vivendo, e ai quali non poté resistere, diventando lui – quella notte dolorosa tra il 25 e il 26 settembre 1940 – l’angelo cieco della sua storia personale, fuggiasco suicida a pochi minuti dalla salvezza.

Cosa resta, allora, della necessità o dell’importanza del racconto della Storia? Sotterraneo sembra più radicale e sembra chiedersi: cosa resta del racconto stesso della Storia? Ecco allora uno spettacolo che gli artisti stessi definiscono “una costellazione di aneddoti storici paradossali”. Quell’aggettivo – storici – annega nella frantumazione di ogni prospettiva storiografica, quasi riconnettendosi al primo affabulatore del passato, Erodoto, che pure in quella costellazione, in quegli aneddoti, in quei paradossi aveva cercato un senso e una possibilità narrativa. Qui, invece, lo spettacolo si manifesta come una sequenza di frammenti di microstorie, apparentemente ininfluenti nel grande flusso del tempo e nell’evoluzione dei destini umani.
I cinque performer raccontano e simulano un’infinità di aneddoti, andando su e giù nel tempo dal 10.000 a.C. a oggi, frantumando a più riprese quei racconti in rapidissimi flash intrecciati. Tutti ininfluenti, tutti curiosi o bizzarri o emblematici, come possono essere emblematici i ‘meme’ su Facebook. Ne ho contati 19, che elenco sinteticamente: i primi umani che temono le belve e imprimono le loro mani sulle pareti delle grotte; l’annegamento del filosofo Ippaso da parte dei pitagorici; i 16 parti della regina inglese Eleonora di Castiglia; l’inspiegabile ballo collettivo che attraversò la Strasburgo del ’500; l’orchestra del Titanic; la partigiana Carla Capponi che suona il piano per sviare i sospetti; la cura delle piante nel lager di Auschwitz da parte di ufficiali nazisti; il soldato giapponese che combatte nella giungla per decenni dopo la fine della guerra; la posa di una statua di Lenin nell’Antartide; l’uccisione della moglie da parte di Burroughs che voleva imitare Guglielmo Tell; le riprese del film Il conquistatore con John Wayne nel deserto a pochi passi dagli esperimenti nucleari; il seppuku di Mishima; il colonnello sovietico che non schiacciò il bottone della guerra atomica; la strage della setta suicida; lo spiaggiamento delle balene; la morte del terrapiattista precipitato in un volo dimostrativo; i conigli fluorescenti dell’artista brasiliano Eduardo Kac; e la morte stessa di Benjamin. Diciotto storielle antiche (poche), moderne e attuali (molte), più o meno note, tutte vere e marginali, irriducibili a un minimo comune denominatore, a cui si aggiunge una sola bufala a complicare l’impossibile coerenza, ossia il diciannovesimo aneddoto, quello del gatto che ha ereditato un patrimonio dalla vecchia padrona, e che tuttavia ha uguale diritto di narrazione ‘storica’ nonostante la falsità.

Tutti i racconti tornano a più riprese nelle parole e nei corpi dei performer, in altrettanti rapidissimi flash, accompagnati da pantomime, balletti, microsequenze o tableau vivant, oggetti piccoli (i conigli, la pianta) e grandi (il paracadute, l’enorme balena gonfiabile, che finisce per diventare emblema visivo stesso dell’enormità incontenibile, inenarrabile, e in fin dei conti mitica della storia). E tutti sono accompagnati dall’indicazione esatta dell’anno in cui i fatti sono accaduti, che compare in un enorme display luminoso sullo sfondo. E da un’altra preziosa indicazione: che quel preciso evento accadde in quell’unico e irripetibile giorno e istante. Esattamente come quello della rappresentazione dello spettacolo, che diventa dunque il ventesimo evento storico della non-narrazione, in cui protagonisti sono gli spettatori stessi, invitati all’inizio a puntare le sveglie sul loro smartphone a 53 minuti: sveglie che al momento del trillo all’unisono decretano non la fine dello spettacolo, ma un solo significativo e potente passaggio, la disillusione dell’esule Benjamin. Perché lo spettacolo non finisce: history must go on, verrebbe da dire, in un caos in cui verrebbe anche da aggiungere con Vasco Rossi “voglio trovare un senso a questa Storia anche se questa Storia un senso non ce l’ha”.

Dopo spettacoli in cui ci ha imposto in modi diversi e spiazzanti una riflessione sulla Storia e sulla responsabilità di fronte alla Storia, oggi Sotterraneo sembra proporci un’amara (ancorché divertente) riflessione sulla reale possibilità di una sua narrazione: e dunque, di una sua verità, visto che ciò che non è narrabile/narrato non esiste. Alla fine de L’Angelo della Storia l’impressione è quella della paralisi sotto il bombardamento di frammenti di eventi indecifrabili, che si sottraggono complessivamente a una ‘morale’ o a un ‘insegnamento’, che pure individualmente potrebbero avere, e che sostanzialmente invitano alla mera contemplazione della loro fenomenologia. Insomma, cosa abbiamo capito da tutto questo? È questa la Storia: un insieme di storielle frammentate, che sanciscono l’inesistenza stessa di una Storia e di una sua leggibilità e comunicabilità? E dove ci collochiamo oltre allo scomodo e beffardo compito di scandire il tempo anomalo di 53 minuti che non portano praticamente a nulla? Come raccontare la Storia che stiamo vivendo, personale e collettiva, sempre che interessi a qualcuno, sempre che non finisca maciullata nel caleidoscopio tragicamente ironico di un’enciclopedia del futile, dove la morte di un terrapiattista si intreccia col balletto di John Wayne che si trasforma nella regina faticosamente partoriente per diventare una statua eretta nel nulla che torna a essere il terrapiattista in caduta libera eccetera eccetera…?

La sfida più potente e disturbante di Sotterraneo sembra allora quella della presa d’atto dell’attuale abdicazione alla diacronia. L’Angelo della Storia non solo osserva le macerie del passato, ma ha perso ogni capacità di prospettiva, e dunque contraddice il suo stesso essere “della Storia”. Tutto è spalmato, come in Facebook, in una sincronia, in cui ogni tempo e ogni luogo – e dunque ogni persona e ogni azione – è perfettamente identica all’altra, senza gradazione d’importanza, di valore etico o di peso storico, al punto da cooptare nella verità dei fatti l’assurda barzelletta del gatto Tommasino. Tutto scorre nel tempo piatto di un eterno presente, dove basta cambiare le lucine del display elettronico per fare balzi di anni e di secoli, in una intercambiabilità che è la stessa dei performer pronti a impersonare il filosofo di Metaponto o la balena che nuota, il celebre scrittore giapponese o un anonimo ballerino appestato.
E qui sì, ci ritroviamo. Purtroppo ci ritroviamo. Nella ricerca drammaturgica e artistica di Sotterraneo, in costante (fin dai primi spettacoli) dialettica profonda con il linguaggio contemporaneo – assumendolo e osservandolo al tempo stesso, entrando nel meccanismo e mostrandone il pericoloso relativismo –, il processo epistemologico dell’ipertestualità si definisce come lingua teatrale perfettamente adeguata a restituire i modelli di conoscenza del presente e al tempo stesso a evidenziare le falle di un sistema che ha perso la prospettiva, scandito dal deficit d’attenzione e dalla riduzione della complessità. L’ipertestualità, che ci consente di creare link insospettati tra le cose, crea inevitabilmente un vortice che riduce radicalmente i tempi di attenzione e ascolto e mescola i frantumi del tutto in un continuum variegato e omologato come il feed di TikTok, portando a quel sovraccarico di elementi indistinti, a quell’Overload che proprio Sotterraneo ha espresso nell’omonimo spettacolo di qualche anno fa.

Insomma, la questione della narrazione della Storia si intreccia inevitabilmente anche con la questione della narrazione tout court, che Sotterraneo affronta entrando e uscendo dai sistemi strutturali narrativi. Scopriamo così che L’Angelo della Storia si impianta nel solco della tradizione novellistica boccaccesca del racconto di racconti, ma anche che quei racconti li frantuma, li disperde, sottrae loro la narrabilità, trovando nella dinamica paratattica dell’esperienza internettara un dispositivo di reinvenzione di quell’antica tradizione e al tempo stesso di sua demolizione. La riflessione sulla Storia pone dunque in controluce la questione della rappresentazione (teatrale, e non solo) della storia. Nella sconsolata visione offerta da Sotterraneo con il devastante corto circuito tra Benjamin e Fukuyama, tra la pratica dell’aneddoto e la riduzione delle differenze a pura incidentale insignificante variabile, che senso ha un teatro che voglia raccontare? Cosa e come raccontare?
Dal teatro drammatico bellamente e totalmente ignorato al teatro di narrazione sminuzzato nella futilità di microstorie anti-pedagogiche, dal teatro documento ridotto a pseudo-testimonianza di aneddoti al teatro performativo stesso, a cui pure in qualche modo questo spettacolo può essere ricondotto, ma che qui sembra implodere su sé stesso, Sotterraneo sferra un colpo ben assestato alle radici stesse dell’essere qui e ora rappresentato da quel che si dice teatro nel momento in cui il teatro abbia l’ambizione di narrare: colpo ben assestato perché al teatro e ai suoi codici fondanti non rinuncia, insinuando spiazzamento e confusione in chi assiste. L’angelo del teatro, allora, corre verso il futuro – e chi se ne frega se ancora qualcuno si ostina a dichiarare la morte del teatro – ma ha lo sguardo rivolto a un passato che non sa e non può decifrare; nei suoi occhi la confusione dei mille frammenti di esperienze artistiche non più riproponibili, nelle sue ali il vento di una storia e di una consuetudine che lo obbliga a macinare spettacoli (e giornate recitative: ma qui si aprirebbe un altro fronte…) e a ricadere negli stessi errori, nelle stesse dinamiche, nelle stesse storie.

E qui torniamo alla questione centrale: se insomma siamo di fatto in una paralisi ermeneutica che sottrae la conoscenza della Storia, sostituendola con il frammento dell’aneddoto mescolato ad altri frammenti di altri aneddoti secondo la comune esperienza quotidiana di chiunque consulti internet, significa anche che siamo di fronte a una paralisi della Storia stessa? (Non la morte o la fine, ma la paralisi, che è certo peggio). In fin dei conti, a che servono i miei 53 minuti se non a fare un trillo non determinante e ininfluente nel flusso scomposto degli accadimenti? A essere spettatore, parte di un accadimento teatrale che è parte di una Storia che avanza? E perché il mio trillo dovrebbe essere meno importante di Auschwitz o dell’affondamento del Titanic, se tutto viene frullato su questo palcoscenico e sullo schermo digitale, e – più importante – nella narrazione e nella percezione quotidiana? E perché questo trillo ci sembra così pericolosamente ricordare l’eco del vento che sospinge l’Angelo sempre più in là e sempre più incapace di conoscere quella Storia di cui fa parte?
L’Angelo della Storia, creazione Sotterraneo; ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa; in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini; scrittura Daniele Villa; luci Marco Santambrogio; costumi Ettore Lombardi; suoni Simone Arganini; montaggio danze Giulio Santolini; responsabile produzione Eleonora Cavallo; assistente produzione Daniele Pennati; responsabile amministrative Federica Giuliano; produzione Sotterraneo; coproduzione Marche Teatro, ATP Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Teatro Nacional D. Maria II; contributo Centrale Fies, La Corte Ospitale, Armunia; col supporto di Mic, Regione Toscana, Fondazione CR Firenze; residenze artistiche Centrale Fies_art work space, Centro di Residenza Emilia-Romagna/La Corte Ospitale, Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin, Armunia, Elsinor/Teatro Cantiere Florida, ATP Teatri di Pistoia. Prima assoluta: Ancona, Teatro Sperimentale, Festival Inteatro, 17 giugno 2022.
Visto a: Bologna, Scenario Festival, Parco del Cavaticcio, 1 settembre 2023.