Tag

, , , ,

gerontophilia

Gerontophilia di Bruce LaBruce

 

Il corpo di un ultraottantenne desiderato da un adolescente? Uno spettacolo belga di danza e un film canadese trasformano il “caso strano” della gerontofilia in una normale storia d’amore. E di sesso.

Rivoluzione o santità? E’ l’opzione di vita di Désirée. Da una parte la “lista”, ossia le grandi donne rivoluzionarie a cui guardare con ammirazione e devozione (tra le quali può stare anche Wynona Rider, perché “il furto è sempre un atto rivoluzionario”); dall’altra l’abnegazione del suo ragazzo – praticamente un “santo” –, che sfida l’egoismo adolescenziale per dedicarsi agli altri, a cominciare dagli anziani rinchiusi in una clinica. Le due opzioni trovano una sintesi nella scelta santa e rivoluzionaria del ragazzo stesso, Lake, che a 18 anni si butta con passione in una relazione di amore e sesso con un 82enne: perché l’amore è sempre santo, perché l’amore è sempre rivoluzionario, perché l’attrazione sessuale e sentimentale di un ragazzo per un anziano è tutt’e due, santa e rivoluzionaria (come santo e rivoluzionario fu Gandhi, il cui volto da vecchio giganteggia seduttivo sul letto del giovane). Ecco Gerontophilia, l’ultimo film di Bruce LaBruce (2013), che alla santità e alla rivoluzione aveva dedicato, tra gli altri, due dei suoi più famosi film porno-sperimentali: The Raspberry Reich (2004), sorta di delirante helzapoppin’ hard, intinto nella pagina più sconvolgente del terrorismo tedesco, il sequestro Schleyer (che ispirò anche La terza generazione di Fassbinder), e che racconta la “intifada omosessuale” che dovrebbe trasformare i terroristi in veri rivoluzionari; e L. A. Zombie (2010), in cui il morto vivente del titolo si manifesta come creatura miracolosa, capace di riportare in vita aitanti giovanotti morti, ovviamente grazie a lunghe e dettagliate sedute sessuali. In Gerontophilia, però, santità e rivoluzione respirano un’aria diversa, né underground né favolosa, ma semmai concreta, direi borghese-quotidiana. Con la sua struttura narrativa – anzi, grazie alla sua struttura narrativa – da commediola romantica, sentimentale e buonista, l’opera mira a scardinare i sospetti morbosi di chi ritiene inconcepibile che un ragazzo possa provare desiderio sessuale (non patologico) e slancio d’amore per un ottantenne: perché la storia che racconta è semplice semplice, tenera tenera. E spinge lo spettatore a schierarsi dalla parte della coppia, lanciata verso il “futuro”: parola che compare una sola volta, in modo quasi paradossale, ma folgorante. Dove può stare il futuro condiviso di un 18enne e di un 82enne? Forse nella corsa verso l’Oceano Pacifico. Infatti, Lake (cioè lago) è spinto a scoprire l’Oceano da Melvin Peabody (la combinazione di nome e cognome dell’anziano rimandano a una persona carismatica), grazie all’aiuto della stessa Désirée (che nel nome ha il concetto di desiderio) e dopo aver avuto la silenziosa solidarietà dell’infermiera Baptiste (nel cui nome abbiamo il segno del battesimo, cioè del passaggio a una vita nuova, e al contempo il segno dell’acqua, che accomuna Lake, l’Oceano e quella piscina in cui per la prima volta si è manifestata l’eccitazione sessuale del ragazzo per un anziano). La corsa verso il grande mare è, dunque, il presente-futuro: un viaggio ideale che è poi la vita di tutti, in slancio verso qualcosa che non si raggiungerà mai… e a quel punto poco importa che la corsa duri i decenni di un ragazzo che ha la vita intera davanti o i pochi giorni che aspettano il vecchio.

E’ una coincidenza, ma non è un caso: contemporaneamente all’uscita di questo film, è comparso sulle scene uno spettacolo di danza, Journey (2013), che racconta in modo rarefatto e sospeso una storia analoga. Le età, qui, sono quelle degli interpreti: lui ha 32 anni (ma in scena ne dimostra di meno), lei ne ha 88. L’azione inizia con i loro movimenti coordinati ma distanti, con i quali i due interpreti misurano geometricamente lo spazio vuoto. Ben presto i due si avvicinano, e sembra di assistere a una banale e noiosa sessione di riscaldamento o training in una palestra per la terza età. Ma a un certo punto, lo spettacolo ha un’inattesa impennata narrativa: lui si avvicina repentino e la bacia sulla bocca. Lei è stupita, lo allontana; più volte lui cerca di avvicinarsi ancora, ma lei lo respinge. Le azioni si susseguono finché, sostenuti dall’esplicita Girl on fire di Alicia Keys (“She’s just a girl, and she’s on fire / Hotter than a fantasy, lonely like a highway / She’s living in a world, and it’s on fire”), i due si abbandonano a un classico ballo intrecciato, da innamorati. Ma il bello deve ancora arrivare. Il finale è ancora più esplicito. Sono uno di fronte all’altra, lei con le spalle al pubblico. Lui inizia a spogliarla, lei fa altrettanto con lui, maglietta e pantaloni sfilati lentamente. Rimangono in biancheria intima. Lui la solleva tra le sue braccia, attraversando nuovamente lo spazio con il suo fardello vivente. Poi rotolano insieme a terra, avvinghiati, solcando l’intero spazio scenico fino a non far più distinguere a chi appartengano quelle braccia, quelle gambe, quei corpi che si sono fusi in uno degli amplessi più rarefatti e roventi al tempo stesso che ci sia stato dato di vedere ultimamente in scena. Il buio sancisce la fine dello spettacolo e, al tempo stesso – come in un film hollywoodiano d’antan – marca con rispetto il pudore necessario di fronte a una scena d’amore che ci è dato solo immaginare.

Il film del canadese Bruce LaBruce e lo spettacolo del belga Koen de Preter non sono memorabili. Perlomeno non lasciano il pubblico particolarmente meravigliato o galvanizzato (se non, nel secondo caso, per la performance fisica davvero ammirevole di Alphea Pouget, capace di catalizzare lo sguardo degli spettatori su di sé con una formidabile padronanza scenica). Ma instillano suggestioni e pensieri. Perché osano parlare di qualcosa di cui è difficile parlare in termini nuovi e diretti, e lo sanno fare con la delicatezza giusta, senza scivolare negli stereotipi. Curiosamente, il film e lo spettacolo condividono una stessa sensibilità cromatica e fotografica virata sui toni pastello: le azioni sono quasi sussurrate da tonalità tenui di verde, di azzurro, di ocra, di prugna… visivamente non c’è drammaticità, perché sono storie che non hanno una reale drammaticità.

journey

Journey di Koen de Preter

 

LaBruce ha detto che il proprio film ha tra le sue fonti di ispirazione Harold e Maude di Hal Ashby (1971), che, pur essendo un film sicuramente migliore da molti punti di vista, non ha la stessa capacità d’urto, e soprattutto non racconta la stessa storia. Harold è un ragazzo 18enne di una ricca annoiata famiglia borghese, che non ha stimoli nella vita e che, nel momento cruciale del passaggio d’età, non ha alcun riferimento morale che gli possa dare fiducia. Lo trova nell’80enne bizzarra e anticonformista Maude, cosicché la storia d’amore tra i due funziona da dispositivo di sblocco psicologico-morale e crescita per l’adolescente. Completamente diversa è, invece, la storia di Lake, che è un coetaneo già maturo e inserito in scelte sociali importanti, e che è attratto sessualmente da uomini anziani (cosa evidentemente difficile da capire e accettare, se può capitare di leggere affermazioni come questa in una recensione: “un giovane con un’anima anziana che scopre di avere una strana fissa per gli uomini vecchi”, Gabriele Capolino su Cineblog): lo vediamo eccitarsi mentre, come bagnino, fa la respirazione bocca a bocca a un anziano a bordo piscina, e poi lo vediamo che si accinge, con assoluta serenità e con sguardo malandrino, a cercare e a farsi una storia di puro sesso con uno stupito degente della clinica. L’incontro con il normalissimo Melvin lo porta a vivere la sua prima grande avventura d’amore (la clinica si chiama Coup de Coeur, tanto per continuare con una facile ma necessaria onomastica). Nella scelta stessa dei personaggi, la ‘rivoluzione’ di LaBruce è evidente: dal personaggio estremo, che sembrava funzionare come garanzia di storie e azioni (anche pornografiche) estreme ma che rimanevano nell’ambito del grottesco fantastico para-goliardico (i terroristi hard, lo zombi superdotato), si passa qui a personaggi normali, senza alcuna stranezza o caratterizzazione anomala: cosa che finisce per sconvolgere maggiormente le aspettative. La normalità dei personaggi anziani sta anche nel loro non essere portatori di risorse straordinarie: nello spettacolo di de Preter, Alphea non è stravagante e non compare trasfigurata, mentre in Gerontophilia Melvin, al contrario della bizzarra Maude, non ha alcun tipo di fascinazione o seduzione (ricchezza, potenza, stramberia o ascendenza pedagogica), se non il proprio essere un uomo comune, che può contare, come tutti, sulla simpatia, sul carattere, e sul corpo.

Punto centrale del film è proprio il corpo, ossia l’attrazione, prima di tutto fisica, del ragazzo verso l’anziano, che ribalta il luogo comune del desiderio degli anziani verso i più giovani. Così come accade in Journey, dove, infatti, lo scatto sentimentale iniziale procede dal giovane verso l’anziana e si materializza in ciò che può incarnare il mix di santità e rivoluzione: il corpo desiderato dell’anziano. Che, nello sguardo di LaBruce e di de Preter, non ha nulla di “strano”. Se nella società dell’esaltazione giovanilistica l’attrazione per un corpo non giovane (o non giovanile) può rappresentare l’espressione di una sensibilità alterata rispetto alla Norma, in Gerontophilia e in Journey sembrano addirittura svanire le categorie giovane/anziano, mostrando come il corpo dell’ultra80enne sia un corpo desiderabile in sé e per sé e, soprattutto, non diverso (in quanto a rappresentazione simbolica della proiezione erotica) dal corpo del giovane che lo desidera. Così, risulta particolarmente potente la scelta di LaBruce, regista cult gay, che ha al suo attivo una lunga filmografia di opere porno-sperimentali, non solo di escludere per la prima volta da un suo film le scene hard, ma anche di non mostrare mai il corpo nudo del ragazzo (intravisto solo di schiena) e di mostrare invece solo il corpo del vecchio in nudo frontale (di fronte al quale Lake si masturba): corpo che non si manifesta nel segno stereotipato delle rughe e della flaccidità, come ci si potrebbe aspettare, ma nel segno della fascinazione, perché visto attraverso lo sguardo del soggetto innamorato e desiderante. Ed è altrettanto potente la scelta di de Preter di mettere in primo piano Alphea mentre i due si spogliano, lasciando sé stesso seminascosto, ed esponendo di fronte agli occhi dello spettatore la visione – di schiena – della pelle e dei muscoli di lei che si mostrano lentamente, come per condividere con il pubblico l’esperienza della lenta e progressiva fascinazione per un fisico desiderato.

Il desiderio è il sentimento chiave delle due opere, talmente grande da superare le ritrosie del soggetto desiderato. Anche questo è un punto comune alle due opere. Nello spettacolo, Alphea cerca, nei primi momenti, di allontanare da sé le avances del ragazzo: il Journey del titolo è, dunque, non soltanto il viaggio dell’Uomo attraverso le età, ma, in un certo senso, il viaggio del corteggiamento dell’innamorato verso l’amata, un viaggio che parte dal primo casuale incontro per arrivare al compimento. Viaggio romantico e sentimentale, che segue senza scossoni tappe comuni a tutte le storie d’amore. Nel film di LaBruce, Melvin sembra a lungo stupito dell’attrazione provata dal ragazzo: si concede all’amore quasi con sorpresa. E si concede quasi con divertimento perfino alla formidabile gelosia di Lake: non è l’anziano a essere geloso del bellissimo Lake, ma viceversa, con reazioni anche isteriche se un altro giovane si ferma a parlare con Melvin.

Gerontophilia e Journey sono, nel minimalismo dei loro racconti, delle sfide ai nostri pregiudizi. Capaci di incidere maggiormente, proprio perché rifuggono dal weird e dall’alternativo, ponendo la questione del desiderio verso il corpo anziano in termini di normale innamoramento, senza sovvertimenti o morbosità. La stessa reazione del pubblico non è nella direzione del turbamento, ma semmai della partecipazione: si è disposti a osservare con simpatia i baci che i giovani strappano ai loro partner più grandi di 50-60 anni, a seguire le evoluzioni delle loro storie che ricalcano le storie di tutti, e perfino a emozionarsi quando i loro corpi nudi si toccano e si amano, con un candore e una semplicità imprevedibili. Santi e rivoluzionari.

 

Gerontophilia regia di Bruce La Bruce; soggetto di Bruce La Bruce; sceneggiatura di Bruce La Bruce e Daniel Allen Cox; con Pier-Gabriel Lajoie, Walter Borden, Katie Boland, Marie-Hélène Thibault, Yardly Kavanagh, Jean-Alexandre Létourneau, Brian D. Wright, Nastassia Markiewicz. Canada, Francia 2013.

 

Journey coreografia Koen de Preter; con Alphea Pouget, Koen de Preter; drammaturgia: Annette van Zwoll; luci e scenografia Klaar Vermeulen; colonna sonora Koen de Preter, Tom Herteweg; costumi Elisabeth Kinn Svensson; produttori esecutivi Koen de Preter, Klein Verzeit; coproduzione Kunstencentrum Vooruit Gent, C-Mine Culturcentrum Genk e Takt Neerpel. Prima assoluta: Cultuurcentrum ccBe, Berchem (Belgio), 28 marzo 2013.

Visto a: Bologna, Festival Gender Bender, Teatri di Vita, 29 ottobre 2014.

Annunci