Tag

, , , , , ,

freedom theatre suicide note

“Suicide Note from Palestine”

In queste ultime settimane The Freedom Theatre ha presentato due spettacoli nel suo teatro, all’interno del campo profughi di Jenin: il riallestimento di un lavoro di quasi due anni fa e un’opera nuova. Il live streaming ha sopperito alla distanza, consentendo agli spettatori di tutto il mondo di assistere via internet alle performance, di sedere virtualmente fianco a fianco di uomini, donne e ragazzini di Jenin, di affacciarsi per un attimo in quell’angolo di terra, fosse pure un angolino piccolo e “alterato” come può essere un palcoscenico, eppure capace di diventare specchio e coscienza della realtà che lo circonda. La prima opera è Suicide Note from Palestine, una pirotecnica allegoria di grande impatto spettacolare, fortemente fisica e visionaria, che nell’autunno di quest’anno affronterà una tournée negli Usa (l’unica uscita internazionale di questo lavoro finora è stata nell’estate 2013 a Bologna, a Teatri di Vita): al live streaming è seguita, poi, la pubblicazione su YouTube della registrazione integrale dello streaming, tuttora visibile. La seconda è Power/Poison, un’opera più contenuta, raccolta nella gabbia-mondo di un interno borghese in cui si muovono figure famigliari archetipiche, che al momento non ha ulteriori prospettive di circuitazione, anche se la buona resa e l’agilità ne fanno immaginare una lunga vita (sul canale YouTube della compagnia è disponibile solo un trailer).

Si tratta di due spettacoli diretti entrambi da Nabil Al-Raee, affiancato nel primo da Micaela Miranda, ma profondamente diversi. Suicide Note presenta personaggi allegorici per raccontare attraverso un linguaggio diretto, e con un taglio da teatro esplicitamente “politico”, le umiliazioni subite dalla Palestina da parte dei protagonisti della scena internazionale. Usa, Israele, Europa, Paesi Arabi ed Esercito si accalcano – vacui e saccenti come i dottori di Pinocchio, grotteschi e caricaturali come pupazzi – attorno al capezzale di una Palestina annichilita su un letto di contenzione. Le proteste della Palestina rimbalzano sull’arroganza di chi la detiene e di chi finge di stare dalla sua parte: la Palestina è vittima non solo di Israele, ma dei muscolari Stati Uniti, di un’Unione Europea ambigua e di una Nazione Araba inetta e traditrice. E’ proprio la figura fintamente amica che impersona i Paesi Arabi a dare il via alla storia, rivolgendo a una ragazza su un lettino d’ospedale le parole di Psicosi delle 4.48 di Sarah Kane, lo straziante monologo d’addio della drammaturga inglese suicida: “Non hai amici: cosa offri loro per aiutarti?”. Subito accorrono gli altri personaggi che iniziano a chiamare “Palestina” la ragazza, invitandola a fare un discorso all’Onu: in questo discorso lei dichiara di non avere più speranza e annuncia il proprio suicidio come atto politico. Ma questo annuncio non è accolto bene dai suoi interlocutori, che al primo segno di cedimento fisico si prodigano in terapie d’urto per evitare la sua morte. Si susseguono quadri con dialoghi tra Palestina e i singoli interlocutori, alternati a momenti di memoria del passato e di desiderio di rivedere il mare, che restituiscono alla protagonista una nuova forza. Ma è il mattino, suona la sveglia, e si scopre che era tutto un sogno, fatto da una ragazza la notte prima dell’esame di storia: nel sogno, la ragazza era diventata la Palestina.

Power/Poison riflette dinamiche, anche drammaturgiche, più sottili, a tratti quasi pinteriane (Il guardiano è stata una produzione del Freedom Theatre di tre anni fa, diretta dallo stesso regista). Qui ci troviamo in un interno borghese, dove tre fratelli si confrontano nell’attesa del padre che si è allontanato da casa senza far sapere quando sarebbe tornato. Il fratello maggiore cerca di rappresentare la continuità famigliare, incarnando il surrogato dell’adulto, cioè sedendosi sulla sedia, indossando la sua giacca, cercando di gestire la situazione che rischia di sfuggire di mano. Il fratello mediano è in netto conflitto con il primo ed esplora modalità aggressive e violente per sostituirsi a lui o comunque per manifestare la propria irrequietezza. Il più piccolo sembra schiacciato dagli altri due, si rifugia nella lettura, reagisce con elasticità e timore alle sfuriate e agli entusiasmi. Tra litigi e riappacificazioni, i tre non smettono di avvicinarsi e allontanarsi, ma nessuno di loro è in grado – o vuole – uscire dalla casa rimasta senza guida, come una zattera malandata che al tempo stesso è salvezza e minaccia. L’atmosfera domestica e vagamente pinteriana non elude, anche qui, il simbolismo: la casa allo sbando è, ancora una volta, la Palestina senza leader, dilaniata dalle guerre intestine tra chi propugna un ordine rassicurante e il mantenimento di uno status quo disagevole, e chi pensa alla lotta armata e alla rivolta. La figura del terzo fratello è quella in cui si può rispecchiare una “terza via” (in realtà maggioritaria nel sentimento palestinese) rispetto ai politici attendisti e agli ostinati guerrafondai: una via di resistenza, di resilienza, di cultura, che però rischia di soccombere tra le due forze maggiori.

Entrambi gli spettacoli si fondano, in sostanza, sulla condizione dello stallo e sul sentimento dell’assenza. Lo stallo è quello di una Palestina che non riesce a modificare il proprio status di nazione negata, e che qui si esprime nei plot dei due lavori, che si avvitano su sé stessi e nei quali ogni slancio progressivo rimbalza di fronte all’impotenza all’azione vera. I tre fratelli non avranno mai la forza di uscire dalla loro casa o perlomeno di agire all’interno della propria famiglia, nonostante le aspirazioni di uno e i proclami guerrafondai di un altro; mentre la paralisi nella quale è bloccata Palestina in Suicide Note non nasce solo dalla costrizione imposta dai suoi antagonisti, ma anche dalla sua continua oscillazione tra desideri e voluttà suicide. In comune è anche il sentimento dell’assenza, che poi si coniuga perfettamente con lo stallo: assenza del padre e assenza di una terra (di una madre-terra, verrebbe da dire), che sono costantemente espresse, anche esplicitamente, durante gli spettacoli.

Dunque, la radicale diversità drammaturgica, registica e attorale dei due spettacoli (che mi piace unire anche nel chiasmo dei loro titoli: la dimensione “privata” della parola “suicidio” nel titolo del primo spettacolo, esplicitamente politico, incontra la dimensione politica della parola “potere” nel titolo del secondo, apparentemente domestico) riflette un’ispirazione unitaria. Che è, come quasi unanimemente avviene nella produzione culturale palestinese, profondamente legata alla condizione dell’occupazione israeliana e della violazione dei diritti umani. La forza del Freedom Theatre, a parte il valore dei suoi lavori sempre nutriti da una grande energia e da un’incalzante efficacia, sta proprio nel radicamento in una delle stazioni di dolore del popolo palestinese, il campo profughi di Jenin, appunto. Cioè il luogo dove nell’aprile 2002 l’esercito israeliano mise a segno una delle operazioni più cruente e vergognose dell’occupazione: la distruzione del campo stesso e l’uccisione di circa 600 persone, che Mohammed Bakri – uno degli attori palestinesi più famosi (lo abbiamo visto, tra l’altro, in Private di Saverio Costanzo e La masseria delle allodole dei fratelli Taviani) – ha raccontato in un suo potente e controverso documentario dal titolo Jenin Jenin. Il campo, che il visitatore occidentale potrebbe assimilare a una sorta di quartiere degradato della città (oggi non c’è soluzione di continuità fra città e campo), fu creato nel 1953 per accogliere i profughi della Nakba, fuggiti o cacciati dalle terre che nel 1948 erano diventate lo stato di Israele. Per decenni, i profughi e i loro discendenti hanno vissuto qui in una sorta di precariato permanente (che, in un certo senso, è la condizione stessa di tutti i palestinesi), nell’assenza della loro terra, sognando il ritorno nelle loro case, delle quali in molti conservano con orgoglio ancora la chiave (oggetto simbolo della resistenza palestinese) senza sapere se ne esistono ancora le mura. E così, anno dopo anno, nella condizione di stallo – comune a tutti i numerosi campi disseminati in Cisgiordania, a Gaza e nei paesi limitrofi – il desiderio e l’attesa del ritorno alla propria terra si è mescolato con il senso di impotenza, la rabbia, l’urgenza dell’azione (i campi sono facile humus per il reclutamento non solo di partigiani, ma anche di terroristi), il tutto stratificato in un contesto sociale difficile e doloroso, come può essere quello che vede l’improvviso nascere di un insediamento composto da numerosi nuclei provenienti da paesi e città diverse, che gravano su un territorio che non può assorbirli (la disoccupazione nei campi ha dimensioni spaventose).

E’ proprio in questo campo, nel quale vivono oggi oltre 10.000 dei circa 50.000 abitanti della città, che il Freedom Theatre è nato e opera. Tutto ebbe inizio negli anni ’80, durante la prima Intifada, con l’impegno di Arna Mer-Khamis, un’attivista israeliana che creò nel campo profughi di Jenin numerose attività educative per i bambini, schierandosi apertamente contro l’occupazione e indicando nella risposta culturale la forma più significativa di resistenza. Tra queste, anche un’attività teatrale, a cui diede il nome, significativo, di The Stone Theatre (il teatro della pietra). Dopo la morte di Arna nel 1995 e il massacro del 2002, il figlio Juliano Mer-Khamis, rinomato attore in Israele (anche in film diretti da Amos Gitai), decide di tornare a calcare le orme della madre, alla ricerca dei bambini che avevano partecipato a quelle attività con Arna. Ne esce fuori un documentario emozionante, premiato nel 2004 al Tribeca Film Festival: Arna’s Children, in cui Juliano scopre il destino di quei bambini, chi ucciso dagli israeliani, chi in prigione, chi kamikaze. Una dolorosa ecatombe di speranze e sorrisi bruciati dal conflitto, al quale occorre dare un’altra possibilità. Da qui riprende, così, l’urgenza di rifondare un centro culturale in quel campo (la sala di Arna era stata distrutta dall’esercito nel 2002), secondo il principio di “Resistance through Art”. Nel 2006 Juliano dà vita insieme ad altri, tra cui uno di quei ragazzi ormai diventato adulto, Zakaria Zubeidi, al Freedom Theatre, il teatro della libertà. Dopo alcuni anni di intenso lavoro, proprio all’indomani della prima significativa produzione teatrale, nel 2011, Juliano è ucciso da assassini rimasti tuttora ignoti. E’ nella complessità di questa storia e di questo luogo che nasce e vive The Freedom Theatre (ora diretto da Nabil Al-Raee), ben piantato nel campo profughi, ma ormai teatro dell’intera città e soprattutto una delle esperienze teatrali e culturali più significative della Palestina, che il gruppo attraversa portando azioni di playback theatre in altre città e nei villaggi, anche con la carovana teatrale del Freedom Bus, diventando per i nuclei sparsi di popolazione la voce delle loro memorie e delle loro esperienze quotidiane nella vita sotto occupazione (una produzione recentissima, At-Tuwani, è stata realizzata proprio nel villaggio di At-Tuwani dopo un lavoro di ricerca e interviste in loco). The Freedom Theatre oggi, pur con mille difficoltà, realizza un’attività di produzione teatrale, sia per adulti che per bambini, ma anche audiovisiva (fotografia e cinema) e formativa con una scuola professionale triennale (uno degli attori diplomati alla scuola, Eyad Hourani, era tra gli interpreti del film Omar di Hany Abu-Assad nominato agli Oscar l’anno scorso).

freedom theatre power poison

“Power/Poison”

Ogni spettacolo è l’occasione per la comunità di confrontarsi – con orgoglio – con la propria realtà e con la propria storia, assorbendo dal profondo del vissuto personale e collettivo la linfa che dà vita ai tasselli che compongono ogni lavoro. Suicide Note from Palestine e Power/Poison rappresentano al meglio questo percorso, innestandosi al tempo stesso nella storia e attualità della Palestina, nel vissuto quotidiano dei palestinesi e nella complessità della comunità di riferimento. Particolarmente emozionante e toccante, per esempio, è la scena di Suicide Note in cui Palestina si rivolge al mare mentre sul fondo sono proiettate le onde:

Mi manca il mare in tutti questi anni,

il mare che ci dicono che non vedremo mai.

Da ora per molti anni a venire, il mare sarà ancora morto. (…)

Oh mare, oh mare, perché mi hai abbandonato?

Tu sai che sei l’unico posto nel quale non posso mentire

se sono con te, su di te…

la vita non ha senso senza di te, è troppo secca.

La dolorosa assenza e l’anelito al mare è una costante per un popolo strappato proprio dal mare con il quale ha avuto nella sua storia un dialogo estremamente serrato (Salt of this Sea è il titolo del primo film di Annemarie Jacir). A parte Gaza, l’intero litorale palestinese, città e porti compresi, è stato preso dallo stato di Israele, ricacciando i palestinesi nell’entroterra della Cisgiordania, in una condizione innaturale di distacco dal proprio habitat storico. I meno giovani ricordano ancora come da Jenin potevano andare al mare in bicicletta: da qui il mare dista meno di 40 chilometri, praticamente come da Cesena a Rimini, e ora ai palestinesi dei territori occupati è semplicemente interdetto, chiuso al di là del muro costruito da Israele. E proprio da una città di mare e dalla sua provincia, Haifa, è scappata o è stata cacciata la maggior parte dei profughi del campo di Jenin. Ecco che allora l’invocazione al mare di Palestina legata al letto di contenzione racchiude al tempo stesso il senso della perdita storica, della sottrazione dell’identità, dell’umiliazione attuale, e – per gli abitanti del campo – di un dolore tutto privato che si mescola ai ricordi diretti o dei genitori o dei nonni che hanno lasciato forzatamente la loro vita e attività legata al mare.

E’ solo un esempio di questa connessione complessa che la ‘semplicità’ degli spettacoli del Freedom Theatre contiene ed esprime, accreditandosi non solo come punta di diamante della resistenza culturale di fronte a un pubblico internazionale, ma anche come teatro di comunità, capace non solo di riflettere le istanze della comunità in cui opera, attraverso i meccanismi ormai universalmente consolidati e anche qui applicati (dal playback theatre a tutte le varie forme sviluppatesi dagli anni ’60 per un nuovo teatro politico, a cominciare dalle dinamiche del teatro dell’oppresso), ma di reimmettere quelle istanze in visioni drammaturgiche più ampie e complesse. Così, l’abbandono dei tre fratelli da parte del padre, che riprende atmosfere da teatro europeo novecentesco e si proietta in una leggibilità allegorica politica di straordinaria aderenza, si innesta in un vissuto comune e condiviso, che è quello della famiglia rimasta ‘decapitata’ dopo il sequestro del capofamiglia da parte dell’esercito occupante, e la sua detenzione senza alcuna accusa e informazione. Il padre che non ritorna è all’ordine del giorno in una nazione, come quella palestinese, in cui l’esercito occupante arresta in continuazione uomini, donne e bambini, strappandoli improvvisamente e senza accuse precise ai propri cari. Nelle prigioni israeliane ci sono oggi ben oltre 6.000 detenuti palestinesi, molti dei quali in condizioni più volte denunciate da Amnesty International, a cominciare da quelli nella famigerata “detenzione amministrativa” nella quale sono addirittura sospesi tutti i diritti elementari. Tanto più forte è il riferimento a questa situazione, considerando che siamo in un campo profughi nel quale l’esercito israeliano continua a fare sistematiche incursioni notturne, arrestando o uccidendo persone. In un certo senso, si può dire che Power/Poison distilla la sofferenza dell’esperienza quotidiana, comprendendola in un quadro più ampio, che è quello che l’avvicendamento generazionale rischia di perdere di vista. Non che i giovani palestinesi non abbiano chiare le forze in campo, ma la semplice rabbia o il senso (in verità, comune anche ai coetanei occidentali) di frustrazione e no-future rischiano di galleggiare in una confusione che lo studio scolastico della storia non aiuta a dipanare. Lo sguardo enigmaticamente rassegnato di Elia Suleiman verso i giovani palestinesi impegnati nel karaoke nel film Il tempo che ci rimane rispecchia il timore di un’evoluzione sociale in cui le giovani generazioni perdano di vista la memoria e la tradizione. Tanto più in àmbiti ad alto rischio involutivo come sono appunto i campi profughi, nei quali endemici problemi sociali ed economici evolvono verso conflittualità interne e criminalità, che fanno perdere di vista la condizione generale della Palestina, facendo affondare le giovani generazioni o verso una generica rabbia (anche violenta) all’esterno o verso una rabbia (anche violenta) all’interno. In questo senso, gli spettacoli del Freedom Theatre, oltre a offrire di per sé un’alternativa intellettuale alle dinamiche sociali della strada (e dunque, l’arte, la cultura, la possibilità di confrontarsi con la dialettica e la complessità veicolate di per sé da una rappresentazione teatrale), danno la possibilità di recuperare in qualche modo la percezione di sé all’interno di una realtà storica più ampia. Ancora da un monologo di Palestina in Suicide Note: “L’intera nazione gioca con le parole crociate e guarda il calcio e segue le ultime novità delle serie televisive, mentre i fucili israeliani sono puntati alle loro fronti, alla loro terra, alla loro dignità… come posso svegliarli? come posso convincerli che i sogni di Israele sono più grandi dei suoi confini?”. Non è un caso che la televisione sia centrale nello spettacolo – visivamente e concettualmente – in un concentrato di significati: non solo pile di schermi tv formano la cornice della scenografia, non solo il volto di Palestina viene ripreso dalla videocamera e rilanciato durante il suo discorso all’Onu, ma il linguaggio performativo stesso rimanda a un ritmo a tratti videoclipparo e comunque debitore di un certo allure da show televisivo. La tv arriva a configurarsi come ulteriore carceriere di Palestina: non un personaggio fisico, come gli altri ridicoli aguzzini, ma una presenza pervasiva e plasmante, che richiama il sistema mediatico capace di rappresentare e manipolare la verità. E, per altri versi (gli show, lo sport, le serie), a intorpidire la capacità cognitiva e reattiva: appunto, “come posso svegliarli?”.

Una domanda niente affatto retorica, se poi sono proprio i giovani al centro di Power/Poison, non solo in quanto figli di un padre assente, ma proprio in quanto ventenni in cerca di identità, risucchiati dai loro giochi di ragazzi che confinano pericolosamente con i giochi di guerra degli adulti, e che oscillano dall’emulazione dei padri alla ribellione. E se Power/Poison porta sulla scena i giovani, Suicide Note offre uno scarto significativo sui generi: Palestina, infatti, si offre ai nostri sguardi prima di tutto come una donna oppressa da uomini, addirittura una donna senza hijab come ne circolano rarissime per le strade di Jenin: l’umiliazione maschilista della donna si sovrappone come ulteriore critica sociale alla più evidente critica politica. E così, le donne spettatrici ritrovano sé stesse e altre-da-sé nella donna-Palestina, energica e orgogliosa. E i giovani spettatori ritrovano sé stessi e altri-da-sé nei figli abbandonati nella casa-zattera-nazione che galleggia sulla piccola scena di un teatro della Galilea così come sulla grande e distratta scena della geopolitica internazionale.

 

 

Suicide Note from Palestine, regia Nabil Al-Raee, Micaela Miranda; con Ahmad Al-Rokh, Alaa Shehada, Christine El Hodali, Faisal Abu Alheja, Milad Qunebe, Motaz Malhees, Saber Shreim; suono Sami Saadi; scenotecnica Ahmad Mattahen; scenografia Linn Reinius, Gunnar Bergsten; costumi Paulina Almeida; light design Jacob Gough; tecnica Adnan Naghnaghiye; produzione Alan Wright; stage manager Mohammed Yousef; assistente Habeeb Al-Raee; video e fotografia Mohammed Moawiya. Produzione The Freedom Theatre, con il sostegno di Sida (PAN Program, Svezia) e Unione Europea. Prima assoluta: Jenin, The Freedom Theatre, 4 aprile 2013. Prima italiana: Bologna, Festival Cuore di Palestina, Teatri di Vita, 13 luglio 2013.

Visto: in live streaming, 20 dicembre 2014.

Power/Poison, regia e scenografia Nabil Al-Raee; con Alaa Shehada, Milad Qunebe, Motaz Malhees; light design e tecnica Adnan Naghnaghiye; video e fotografia Mohammed Moawiya; stage manager mentor Alan Wright; produzione Mohammed Yousef Abu Atiya; stage management Habeeb Al-Raee; suono Sami Saadi; scenotecnica Ahmad Mattahen. Produzione The Freedom Theatre, con il sostegno di Sida (PAN Program, Svezia) e Unione Europea. Prima assoluta: Jenin, The Freedom Theatre, ottobre 2014.

Visto: in live streaming, 11 gennaio 2015.

Annunci