Tag

, , ,

quotidiana-com_sembra-ma-non-soffro

quotidiana.com, “Sembra ma non soffro”

 

La seconda tappa della Trilogia dell’inesistente della Compagnia quotidiana.com fa la sua comparsa a Bologna, al Teatro dei 25, venerdì 27 e sabato 28 febbraio. Sembra ma non soffro è un dialogo sbilenco scritto e interpretato da Paola Vannoni e Roberto Scappin, andato in scena la prima volta nel 2010. Ma l’inesausta spirale inconcludente di parole e silenzi lo rendono ancora attuale, insieme alle altre due tappe della trilogia.

Non ci sono vie d’uscita nei testi di quotidiana.com, e neanche vie d’entrata. Le parole perimetrano lo spazio del pensiero in fulminei collegamenti che chiudono qualsiasi possibilità di evoluzione: il discorso, così, si affloscia, ristagna, riecheggia tra le pareti chiuse di parole e silenzi. Non ci sono vie d’uscita negli spettacoli di quotidiana.com, e neanche vie d’entrata. Paola e Roberto, semplicemente, stanno: non entrano in scena e non ne escono. Vivono rinchiusi nell’impalpabile confine della scena entro cui, a tratti, si muovono indolenti e rassegnati. Senza neanche percepire il confine perimetrale di quel quadrato perfetto, spesso delimitato da luci a terra, nel quale si trovano pochi oggetti dalla funzionalità stilizzata: due sedie e magari un tavolo, ovvero le condizioni minime della teatrabilità secondo una certa tradizione cinese. L’astrazione geometrica pura dello spazio è l’ambiente ideale per accogliere la geometria dei loro discorsi e della loro fisicità. Una fisicità apparentemente naturale, e invece innaturale nelle fissità delle pose a riposo o nei teatrini in cui «performare» (così dicono in Grattati e vinci) improbabili coreografie, che ricordano semmai i goffi balletti di Stanlio e Ollio, e che si fanno gioco delle convenzioni teatrali contemporanee (lui che si tira giù le mutande: «la fine del teatro»).

La staticità dell’azione (della non-azione, a essere corretti) è un formidabile contraltare al dinamismo di certi voli pindarici del discorso, che improvvisamente esplodono per poi ripiombare nel vuoto di senso, pur senza essere non-sense. Dialoghi sui massimi sistemi o sui minimi sproloqui, ovvero teatro dell’oscillazione e della sproporzione tra temi universali e piccole occorrenze della vita quotidiana. Una centralità della parola scarnificata ed essenziale, che sembra ritornare indietro fino a Beckett: Paola e Roberto, come Estragon e Vladimir o come una consumata coppia di cabarettisti, si esibiscono in perplessi botta-e-risposta che rimbalzano vertiginosamente dal sacro al profano, risucchiando lo spettatore in una logica parallela a quella reale. Un incalzare di interrogativi o conseguenze che entra in inquietante rotta di collisione con i meccanismi logici con cui maneggiamo i nostri discorsi più mostruosamente ‘normali’, come in un dialogo da tinello schizzato via da una commedia di Ionesco o da un pigro pomeriggio dei nostri giorni inconcludenti: «adesso taci per ripicca?», «no, stavo pensando di chiederti se potevo dire una cosa», «certo che puoi dirla», «che i fermenti lattici funzionano» (Sembra ma non soffro). Discorsi vuoti, infarciti di citazioni più o meno colte, più o meno pop, e comunque sempre ‘più o meno’, ossia galleggianti nell’aurea mediocritas della zattera quadrata del pensiero debole a cui si aggrappano, apatici, i due protagonisti di queste anti-tragedie.

Il quadrato dello spazio scenico diventa così lo spazio geometrico assoluto, tipico della vignetta da strip fumettistica, e Paola e Roberto, seduti uno di fronte all’altro, sembrano moltiplicare all’infinito la staticità, il parlare e il tacere della Donna seduta di Copi. Seduti o in piedi, ma pur sempre incorniciati dallo spazio quadrato da cui non è possibile uscire. In attesa. Di qualcuno, di qualcosa, di un’epifania assoluta e rivelatrice che irrompa deflagrante nel relativismo piccolo-borghese di un lui e una lei le cui parole e i cui pensieri girano a vuoto. Un’attesa che comporta impotenza e senso di estraneità e sottolinea la passività di una condizione dell’esistenza che viene sempre rapportata a un qualche Moloch esterno, aggredito con l’esercizio del dubbio (anche autocritico) e del cinismo: la politica, la società, la storia, le convenienze borghesi e, nel successivo Opere di omissione, la mafia. Oppure il Moloch della religione, che ritorna prepotentemente in tutti i testi, qualificandosi come terreno privilegiato di scontro e confronto, oggetto di curiosità e irrisione, ma pur sempre argomento ‘pesante’ e portante in tutta la drammaturgia di quotidiana.com. Al punto che l’argomento religioso si innerva profondamente nell’intero Sembra ma non soffro, fin dall’immagine d’apertura dei due attori sugli inginocchiatoi, presentati allo spettatore in una significativa frontalità da iconografia sacra, ma anche in un’altrettanto significativa funzione di barriera di divisione tra il pubblico e gli attori.

«Non sento niente… non sento assolutamente niente» (Grattati e vinci): l’abulia incontra l’apatia, l’atarassia. I due individui in scena strascicano parole e pensieri come probabilmente le loro vite, proiettate chissà dove, fuori scena, mentre dentro la scena quadrata rimangono solo ombre che discettano, come se volontà e passione ne muovessero ancora l’esistenza, prima di rotolare nella chiacchiera e di arrendersi infine a un silenzio gravido di profonde pensosità – o del niente. La conversazione, tipico strumento dell’ottocentesca pièce bien faite, risorge nel secolo attuale sbocconcellata e balbettante, sempre in bilico tra intrattenimento e serietà, sempre destinata ad abdicare di fronte alla realtà: «la conversazione non impegna, non può trapassare in azione», ricorda Peter Szondi.

Una vita inutile: la canzone di Tenco ripresa alla fine di Tragedia tutta esteriore racchiude alla perfezione le ciarle filosofiche o barzellettiere della conversazione, che nascono da sincere e profonde motivazioni per poi arenarsi in un senso di inutilità di qualsiasi espressione e, ancora, nello stallo di due persone còlte nell’inanità della loro comunicazione, che lasciano che il mondo scivoli loro addosso, cercando di non rimanere troppo turbate se non quanto basta per fingersi vive. Due persone, anzi una coppia: come Diabolik e Eva Kant, dicono in Grattati e vinci. La coppia è nucleo drammaturgico della Trilogia dell’inesistente, ma è anche microcosmo in cui si rispecchia la realtà, deformandosi attraverso un linguaggio che evapora verso l’afasia. Come la Donna e l’Uomo di Orgia di Pasolini, Paola e Roberto si stuzzicano in un gioco sadomasochistico tutto racchiuso in una verbalità che però rinuncia alla poesia, e anche alla prosa, planando semmai verso la fulminea sticomitia comunicativa dei nostri giorni, in battute che sono veri e propri aforismi oppure schermaglie di impareggiabile acidità da sophisticated comedy irrancidita: come nel geniale scambio dialogico della pallina, con cui inizia Tragedia tutta esteriore, anche se qui, più delle parole, contano i silenzi, che determinano cesure ritmiche perfette per far esplodere il Witz al massimo grado di efficacia. Schermaglie senza un vero scontro: il contrasto si appiana nell’eventualità, il conflitto nel darsi manforte, magari ripetendo uno le battute dell’altro, con tono gravido di ammirazione come se la battuta dell’altro avesse squarciato il velo della Verità.

La recitazione è fatta di sospensioni, di vocali strascicate, di tonalità allusive, di silenzi ‘loquaci’, di pochi gesti lenti e simbolici, come se ci fosse un retropensiero a cui far riferimento, come se ci fosse un pensiero purchessia. Come se ci fosse qualcosa dentro. Ma la tragedia è solo esteriore e la sofferenza è solo un’apparenza: sembra. I titoli delle prime due pièces restituiscono argutamente il senso di una superficialità che irride i temi assoluti trattati, a cominciare dall’interrogazione reiterata sulla vita e sulla morte. Siamo, semmai, dalle parti di un esistenzialismo prêt-à-porter, che spettacolo dopo spettacolo si evidenzia perfino nei costumi, sempre più casuali, sempre più indirizzati all’occasionalità da happening: dai bianchi vestiti-uniforme in Tragedia tutta esteriore, che rifulgono nella gabbia luminosa azzurra, a jeans e maglietta nera identici in Sembra ma non soffro, fino alla diversificazione apparentemente sciatta dei vestiti in Grattati e vinci, il cui titolo ‘svacca’ beffardamente nel gioco linguistico col nome della lotteria istantanea, perdendo qualsiasi riferimento al tema del dolore presente nei primi due (‘tragedia’, ‘soffro’), indicando invece un edonismo altrettanto superficiale e, in definitiva, fasullo.

Se l’omologazione della Normalità borghese annunciata da Pasolini permea ormai la nostra società, la coppia borghese della Trilogia dell’inesistente non ha più un altrove verso cui guardare, non ha più un desiderio o un turbamento. Le rimane solo l’umorismo (arma borghese, sempre per Pasolini), che insaporisce una parola enigmatica e a tratti enigmistica, che rimanda al gioco di parole nella sua formulazione meno scherzosa e più aspra e tagliente, alla falsificazione e alla simulazione. Le battute, sferzanti, arrivano come guizzi inattesi attraverso una dizione anti-accademica e una voce che, nella sua naturalezza apparentemente anti-attorale, porge quelle battute con impressionante glacialità con perfetta dosatura del ritmo. E, alla fine, le battute affossano le vette intuìte della poesia, della filosofia, della politica, smussandole in un placido altopiano salottiero di sorrisi e risate, che amalgama nell’insipienza i nostri ultimi residui d’umanità.

 

 

(Questo testo è stato pubblicato nel libro di Paola Vannoni e Roberto Scappin Compagnia quotidiana.com, Trilogia dell’inesistente. Esercizi di condizione umana, Mondaino, L’arboreto Edizioni, 2013, in cui sono riportati i testi teatrali della trilogia e altri interventi critici di Graziano Graziani e Simone Nebbia)

Annunci