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Pasolini studente a Bologna

Consumista e comunista: così Pasolini definiva Bologna nel 1975, pochi mesi prima della sua uccisione. Non proprio sazia e disperata, come poi disse il cardinal Biffi qualche decennio dopo, ma pur sempre una città dell’ossimoro: anzi, di una contraddizione lacerante e apparentemente inconciliabile. Come poter essere al tempo stesso comunisti e consumisti? Sazi e disperati? Bologna ha dato i natali oltre 90 anni fa, il 5 marzo 1922, proprio a Pasolini, un bolognese per caso, figlio di padre rudemente romagnolo e di madre dolcemente friulana, poeta esplicitamente votato alla contraddizione, che con lui si trasformò da normale dialettica intellettuale a vera macerazione interiore, dissidio quasi schizofrenico, manicheismo fuso in un abbraccio insolubile. In quella Bologna, Pasolini visse gli anni più intensi e fecondi della formazione: il liceo Galvani, l’Università, i circoli studenteschi. Potremmo forse dire: Bologna fascista e illuminata... Un’altra contraddizione, che Pasolini visse nel pieno della sua fame di cultura da teen-ager, folgorato dalla precoce e folgorante lettura di Rimbaud; dalle lezioni di storia dell’arte di Roberto Longhi che svelava i segreti di Masolino e Masaccio; dalla lettura di Freud comprato sulle bancarelle del Portico della Morte; dalla visione dei film nel cineclub animato dal giovanissimo Renzo Renzi con la scoperta della poetica illusione di René Clair o Jean Renoir o dell’adorato Chaplin; dai sogni di poesia, pittura e teatro fatti con i suoi compagni, Roberto Roversi, Francesco Leonetti e Luciano Serra. La Bologna che vede le sue prime uscite pubbliche: la prima opera teatrale presentata alla competizione dei Ludi Iuveniles all’età di 16 anni (e il primo soggetto cinematografico, poco dopo, per il concorso del Cineguf); il primo volume, Poesie a Casarsa, fatto stampare nella libreria antiquaria Mario Landi in piazza San Domenico; i primi interventi da giovanissimo intellettuale e animatore di pensiero nelle riviste degli adolescenti bolognesi “Il Setaccio” e “Architrave”. La Bologna dei Prati di Caprara in cui giocare a calcio con gli amici, emulando gli assi del Bologna di Renato Dall’Ara, la squadra “che tremare il mondo fa”, che vince scudetti a man bassa e che poi Pasolini avrebbe intervistato al gran completo per Comizi d’amore

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Franco Citti e Ninetto Davoli al Portico dei Servi in “Edipo re”

Da quella Bologna, da tutte quelle Bologne, Pasolini fuggì, sotto i bombardamenti, a un passo dalla laurea proprio con Longhi con una tesi mai finita sull’arte contemporanea, per rifugiarsi in Friuli, nella materna e affascinante Casarsa, luogo di scoperta di una parlata da trasformare in Lingua e di una gioventù da esaltare con la rivelazione della agognata-temuta omosessualità. Casarsa, Roma, e poi altri luoghi, soprattutto altri confini e sconfinamenti, verso l’Africa “unica alternativa” e verso quel terzo mondo che Pasolini, in modo intellettualmente e visivamente inedito, sovrappose ai luoghi e ai volti della sua Italia. Di quasi tutta la sua Italia. Perché Bologna, la Bologna con “l’aria barbaricamente azzurra sul cotto”, la Bologna che è “dopo Venezia la più bella città d’Italia”, rimase sempre per lui un mondo a parte. A Casarsa il cuore, a Roma il sesso, e a Bologna – forse – la testa: così si potrebbe grossolanamente immaginare l’anatomia urbana di Pasolini. Nel capoluogo emiliano della formazione ritornò, ma sempre per ribadire la peculiarità nobilmente intellettuale di questa città con un polmone universitario: per fondare la rivista “Officina” negli anni ’50, per esempio, ancora con i compagni di un tempo e con altri nuovi come Gianni Scalia. Oppure per girare le scene finali di “Edipo re”, con Edipo-Pasolini, cieco, che vaga sotto il portico dei Servi e che suona il flauto della poesia profetica in piazza Maggiore, nell’indifferenza di una città che non sa che farsene di poeti o veggenti. O ancora per girare una scena del suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, con gli esterni a Villa Aldini. Fu in quell’occasione che un altro suo compagno d’un tempo emigrato a Roma come lui e lucido artista, Fabio Mauri, lo coinvolse come performer in una sua installazione dal titolo Intellettuale: Pasolini doveva star seduto su una sedia, in cima alle scale d’ingresso della Galleria d’Arte Moderna, nel bell’edificio disegnato da Leone Pancaldi e inaugurato proprio in quell’occasione, mentre sul suo corpo scorrevano alcune scene del Vangelo secondo Matteo. Lui lì, immobile e teso, col volto di Cristo sul suo petto, mentre i visitatori osservavano e poi proseguivano la visita: Bologna curiosa e navigata, si potrebbe ancora dire, come quella che oggi frequenta in massa ogni spazio e ogni evento sfizioso e mondano, con la sensazione di aver già visto tutto o di averlo già capito.

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L’installazione di Fabio Mauri (a destra) con Pasolini (al centro) a Bologna

Bologna che non dimentica e che non ha memoria: un’altra contraddizione che attraversa la storia, anche in maniera drammatica, di questa città martire e gaudente. E che attraversa anche il rapporto con Pasolini. D’altra parte, se non fu mai vero amore da parte sua, ma semmai fascinazione intellettuale per la città più colta d’Italia, non è stato vero amore da parte di Bologna, che, curiosa e navigata, ammira Pasolini e poi passa oltre, come in quella performance di Fabio Mauri. Eppure, qualcosa in questi decenni è sbocciato qua e là: molte iniziative pubbliche, altre più sotterranee; e in questo fatidico 2015 del quarantesimo anniversario dell’ignobile assassinio si moltiplicano gli appuntamenti, a cominciare in aprile da quello creato da un’eccellenza della danza contemporanea come Virgilio Sieni, appositamente per questa città: Cena Pasolini. Pasolini è presente, come una fiaccola che passa di mano in mano, ma sempre con la sensazione di non riuscire mai a fare abbastanza per ricordarlo e per rendere omaggio a quel poeta-regista-drammaturgo-intellettuale che mezzo secolo fa ha iniziato a denunciare il tragico crollo di una civiltà e il sorgere di una nuova aberrante condizione nella quale oggi siamo totalmente immersi, senza possibilità di scorgere la benché minima alternativa: “non ho più speranza”, diceva Pasolini in uno studio televisivo circondato dai suoi vecchi compagni di studi bolognesi, pochi giorni prima di essere ammazzato sul lido di Ostia, a un altro bolognese curioso e navigato come Enzo Biagi, e tuttavia incapace di capire quelle parole. Eppure, anche senza speranza per il cambiamento di una civiltà che è quella in cui viviamo, continuare ad ascoltare Pasolini è più che un atto di apprendimento: è una necessità vitale. Lo capì da subito la “vedova inconsolabile”, un’altra bolognese scappata da Bologna, Laura Betti: dopo la morte di Pasolini, fu lei a volere pervicacemente che la memoria non scomparisse, e che anzi si trasformasse in ulteriore pensiero. E fu lei a voler far ritornare le “ceneri” ideali di quel bolognese per caso, cioè il patrimonio che lei aveva raccolto, spesso in solitudine, in anni di disperata e vitale costruzione di un monumento di documenti. E se ancora Bologna non è diventata una sorta di “Bologna Pasolini”, come sono i vicini paesi di Grizzana Morandi o Sasso Marconi, e mai lo diventerà (per fortuna), possiamo comunque essere orgogliosi di avere nella nostra città proprio il monumento che gli ha dedicato Laura Betti, diventato oggi Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini (“gemello diverso” di quell’altro, vivacissimo, sorto nella materna Casarsa), uno dei fiori all’occhiello della Cineteca di Bologna. In una città consumista e non più comunista, che forse oggi Pasolini non capirebbe più.

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