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Chiara Guidi - Jelinek 1

“Nuvole. Casa”

 

La casa è qui, le nuvole – forse – fuori di qui o attorno a noi. Nuvole. Casa è il testo di Elfriede Jelinek, ed è anche la lettura (anzi, lo spettacolo) che Chiara Guidi ne fa. In una casa dove le nuvole sono di carta e si chiamano libri. Dove i convenuti assistono in cerchio a un affabulare verbigerante che sa di racconto attorno al fuoco mentre fuori infuriano le intemperie. Solo che qui, incalzati dalle intemperie del contrabbasso, il fuoco è quello che potrebbe bruciare i libri… e le persone. Che poi libro e persone, per Ray Bradbury, sono la stessa cosa: la carta distrutta dalle fiamme alla temperatura di Fahreneit 451 è sostituita dai corpi delle persone che imparano a memoria i libri; e d’altra parte – come ricordò all’Unesco Amadou Hampâté Bâ – ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia. Ma qui c’è anche un altro fuoco, vitale, e ha il volto e la voce di un ragazzino angelico, ancora agli albori della vita. Perché di angeli parliamo, ben sopra le nuvole, ben sopra le case, eppure angeli immanenti, presenti solo per guidarci, ma già lanciati verso il futuro.

L’incursione di Chiara Guidi nel mondo di Elfriede Jelinek ha il sapore di un viaggio, una meditazione, una rivelazione, ma nella forma del contrasto: il suo Nuvole. Casa è un dialogo serrato e interlocutorio, a tratti aspro ed estremo, tra la voce e la parola, tra la vita e il libro, tra la storia e la memoria, tra l’attrice e la scrittrice. Chiara vs Elfriede. Anche se poi, a vincere, sarà un angelo ragazzino. Pare di percepirlo lo stordimento di Chiara quando lesse la prima volta Nuvole. Casa, sommersa da una complessità verbale che si presentava più come preziosa tessitura ipertestuale che come discorso. Un ipertesto, come tutte le opere di Jelinek, e a maggior ragione questa, dove confluiscono frammenti testuali per ricostruire un mosaico ai limiti dell’impenetrabilità. Jelinek è probabilmente la scrittrice più “contemporanea” della letteratura mondiale: le sue opere sono ipertestuali nell’essenza, non nella forma. Ogni parola rimanda ad altro, e il rimandare è ricco di percorsi in cui ci si può perdere “cliccando” a oltranza: noi ci perdiamo, non lei, ma noi sì, navigatori dell’effimero in balia della sua voce polifonica. Nei testi di Jelinek sono concentrate inestricabilmente cronache, memorie, echi e biblioteche. E allora Nuvole. Casa può vivere meglio proprio in una biblioteca, sintesi arcaica, ma vitale e concreta, di un web immateriale: e infatti è qui che Chiara Guidi ha deciso di dare voce a questo ipertesto. Siamo in un’antica sala quadrata dell’antico Archiginnasio di Bologna, tutta rivestita di legno, con gli scaffali fino all’alto soffitto, ricolmi di libri dei secoli passati: in alto, a grandi lettere, gli argomenti dei volumi conservati qui – archeologia e belle arti – che sembrano inserirsi a pieno titolo nel flusso dell’inesauribile logos. Sulle panche, pesanti tomi di enciclopedia segnano il posto riservato agli spettatori. Il patto è chiaro: il libro è la chiave e lo spettatore è invitato a prenderne atto, anzi a maneggiare, anche fisicamente, quella chiave. Qualcuno decide di tenere il libro in mano, qualcun altro di sedercisi sopra, qualcuno lo appoggia a terra, un altro lo scansa: una telecamera nascosta potrebbe rivelare una fenomenologia significativa o, forse, soltanto casuale.

 

Chiara Guidi - Jelinek 2

“Nuvole. Casa”

 

Le parole di Jelinek, accompagnate a tratti dal contrabbasso di Daniele Roccato, hanno la voce di Chiara Guidi, che si incunea nel testo cercandone una melodia, modulando suoni e aprendo frequenti pause all’ascolto dell’eco o del silenzio. Le parole affollano la testa annichilendo le possibilità di discernimento nel discorso. Sembra come se le migliaia di volumi presenti in questa sala-casa di nuvole di carta si siano ammassate nel disperato tentativo di arrivare alle nostre orecchie attraverso una parola dalla pagina di uno, un’altra dalla pagina di un altro, e così via. Un centone di filosofia e politica in cui navigano parole ricorrenti che formano un discorso oceanico sulla patria e sulle sue chiusure: è l’Austria gretta e xenofoba (oggetto e bersaglio costante della scrittrice), ma potrebbe anche essere la casa stessa da cui Jelinek non esce (neanche per ritirare il Premio Nobel), e in fin dei conti è la sala in cui tutti noi siamo raccolti in ascolto in questo momento, una casa di carta come i milioni di pagine chiuse contenute sugli scaffali che ci circondano, accogliente e rassicurante come il gaio mondo cartaceo del cortometraggio The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore. “Noi”, parola chiave della xenofobia e del testo che viene letto (“Noi siamo noi e da tutti i luoghi scacciamo via gli altri”), siamo proprio noi qui: noi seduti sulle panche dell’Archiginnasio, chiusi nella torre d’avorio di una cultura secolare, che è la nostra corazza, ma è anche la barriera che ci impedisce di comunicare con l’esterno, di comprendere – forse – quell’esterno dalle cui finestre sigillate arrivano a tratti rumori lontani. Hic manebimus optime.

 

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore

William Joyce e Brandon Oldenburg, “The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore”

 

A riecheggiare e ribadire quel “noi” è un ragazzino entrato improvvisamente nella sala. Dissonante, ben più del contrabbasso. All’inizio, una fugace apparizione: piccolo e riccioluto, con una divisa nera antica da collegio, e una mantella, porta fagotti di plastica con alcuni reperti che intuiamo essere preziosi. Poi, la sua figura si precisa meglio e si rivela essere il deuteragonista di un contrasto che la lettura del testo non aveva previsto: evocato da alcune parole di Jelinek dette da Guidi (“casa”, “noi”: ma in realtà sembra lui stesso suggerire o anticipare quelle parole che poi rimambalzeranno nel testo, come se sapesse già tutto), il ragazzo prende forma drammatica deviando il corso della lettura verso l’azione scenica e, soprattutto, verso un senso nuovo e diverso di quest’opera. Mentre lei continua a leggere, cercando quasi perplessa un contatto dialogico col ragazzo, quest’ultimo apre uno dei suoi fagotti, dove sono riposti vecchi libri, si infila guanti di lattice e inizia a sfogliare, fino a trovare i segni di un incendio che ha divorato pezzi dei volumi. Eccolo, il fuoco divoratore di libri, che finirà per divorare gli esseri umani, come ammoniva centocinquant’anni fa Heine: nella semplicità di una frase ottocentesca recitata con voce infantile (“Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani”) è racchiuso il trait-d’union della miseria e dell’orrore della nostra storia, che collega due secoli, Novecento e Duemila, dal nazismo dei roghi di libri e dei camini di Auschwitz all’Isis dell’iconoclastia e dell’uccisione di uomini vivi col fuoco. Eppure noi siamo qui, circondati da libri, e la storia – quella – pare arrivare più attraverso le solenni mura di carta secolare che ci avvolgono che non attraverso gli echi scomposti delle notizie quotidiane. La storia? Ecco cosa mancava, pur sembrando presente, occhieggiante dagli scaffali, insinuante dalle parole di Jelinek che parlano dello scontro tra “noi” e “gli altri”, sia esso riferito al nazismo o all’Isis, all’Austria infelix o all’Italia xenofoba. Il punto è proprio questo: con i nostri occhi assistiamo a uno scontro in atto tra le parole del libro da cui la lettrice legge e di tutti i libri che ci circondano e che teniamo sulle ginocchia, e la tensione vitale al fuori, alla vita, al futuro. Uno scontro tra la storia coniugata al passato e la storia che tocca a noi scrivere nel futuro: tra chi sta seduto leggendo o suonando e il ragazzo che in piedi si muove leggero, interrogando e supplicando.

 

Paul Klee - Angelus Novus

Paul Klee, “Angelus Novus”

 

E alla fine, capiamo che il ragazzo non è altri che l’Angelus Novus, quello del quadro di Paul Klee evocato da Walter Benjamin, riccioluto ed etereo come lui. E’ l’angelo della storia: “Ha il viso rivolto al passato. – scrive Benjamin – Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”. Il “mosaico” verbale di Jelinek sulla patria e sul nazionalismo, male della storia e dell’attualità, lascia la propria centralità all’angelo della storia. Adesso si capisce il suo pianto di fronte ai volumi bruciati: il dolore dei libri feriti, nelle mani del ragazzo, è quello di un’umanità offesa che non è possibile risarcire. “Non ci sono parole che leniscono le ferite della storia – dice alla lettrice – forse solo la poesia”. E’ il peso tragico delle rovine della storia che grava sulle spalle dell’angelo-ragazzo: l’impossibilità di “ricomporre l’infranto”. La partecipazione a una lettura in una biblioteca rivela essere tutt’altro, e ci ritroviamo convenuti ad assistere all’epifania dell’Angelus Novus, alle sue lacrime per la catastrofe della storia rappresa nella carta incenerita dei volumi. Il volume che ogni spettatore ha tra le mani sembra ardere e piangere al tempo stesso, sembra chiederci una compassione che non siamo in grado di capire. Che l’angelo stesso non è in grado di capire. A lui il compito di farci interrogare sul senso della storia e della nostra presenza nel flusso della storia. Di fronte alla lettrice, costruisce allora un totem di libri: una pila di volumi presi dalle mani degli spettatori, sulla quale applica il suo ritratto, cioè il quadro di Paul Klee caduto dal libro della lettrice. Il totem è diventato, così, il suo alter-ego, composto dai libri integri – dalle parole che non sanno lenire le ferite – e da quelli bruciati. Vengono in mente le immagini del Colore del melograno di Paradzanov, quando il giovanissimo poeta, custode della biblioteca, giace a braccia spalancate in un paesaggio di libri aperti, stesi sui tetti del monastero, con le pagine vibranti e fluttuanti, come tante ali di angeli della poesia. Lì i libri vivono all’aria aperta, carichi di una poesia che trascende la parola per farsi immagine e stupore, mentre qui l’angelo della storia può solo immaginare una poesia che in questa sala-casa-patria-mondo non si riesce a materializzare: “Non ci sono parole che leniscono le ferite della storia”. E così l’angelo della storia appoggia sul totem della storia composto da libri rigidi e chiusi, con l’immagine di Klee, la sua mantella, fluttuante come le ali impigliate nella memoria e al tempo stesso spiegate e proiettate verso il futuro dalla tempesta di cui parla Benjamin, rievocata dal contrabbasso.

 

Il colore del melograno

Sergej Paradzanov, “Il colore del melograno”

 

Il confronto tra il ragazzo e la lettrice è dilaniante, divaricante. Le parole di Jelinek sembrano prendere atto di ciò che sta succedendo – a dispetto dell’originale Nuvole. Casa – in una lettura che è diventata spettacolo a poco a poco, rappresentazione del dilaniante e divaricante rapporto tra storia e futuro, tra vita e sua descrizione. Quelle parole parlano di un presente bloccato ambiguamente nell’orizzonte stretto di un nazionalismo meschino che sa tanto, anche, di accogliente riparo casalingo: qual è il rapporto con la Storia? E dunque con il suo angelo? La lettrice, sempre più frastornata e dubbiosa, continua la sua lettura: “La fine della Storia a noi è mancata”. E ancora: “Solo da noi siamo a casa”. L’angelo-ragazzo assume ora l’immagine paradisiaca o bucolica del bambino col flauto, ma lo strumento non emette suono, e lui soffia disperato: come poter creare poesia nella tempesta della storia? Dove trovare le parole della poesia che possano lenire le ferite della storia? “Alle fronde dei salici (…) – risponderebbe Quasimodo – anche le nostre cetre erano appese. Oscillavano lievi al triste vento”. E allora la soluzione è un’altra, quella indicata dall’angelo-ragazzo, che è Angelo della Storia, ma che è anche Ragazzo: “Vogliamo rinascere!”. Sono quasi le stesse parole del filosofo delle religioni raccontato da Ermanno Olmi nel suo film (però retorico e non riuscito) Centochiodi: “Bisogna che ognuno torni a nascere”, dice il novello Cristo mentre inchioda i libri sul pavimento dell’antica biblioteca. Altro che i libri volanti di Morris Lessmore o quelli dalle pagine fluttuanti di Paradzanov: qui le pagine su cui la storia ha inciso parole e memorie sono bloccate a terra con lunghi chiodi, in un destino di “archeologia” e “belle arti” (come leggiamo sugli scaffali di questa nostra sala), incapaci di aprire le ali verso l’esterno e verso il futuro. Il filosofo-Cristo di Olmi decide di schiacciare le parole dei libri sul pavimento della biblioteca, di abbandonare la via contemplativa per la via attiva, ma in quel rifiuto della memoria libresca si nasconde in realtà il rifiuto della storia e, a ben vedere, la volontà a fuggire dalla storia, ricreando sulle sponde del grande fiume un paradiso pauperistico e alienato, irreale e perciò anti-storico. Mentre qui si tratterebbe, semmai, di prendere la storia nella sua accezione più alta, di accettare la sua sfida: la rinascita evocata dall’angelo-ragazzo, al contrario del Cristo-filosofo, non è sogno di un altrove, ma necessità di futuro, cioè – in definitiva – necessità della Storia. Perché il futuro è parte della Storia, sia pure ancora da scrivere.

 

Centochiodi

Ermanno Olmi, “Centochiodi”

 

La scrittura (ancora scrittura, cioè parole che finiranno in un libro) di questo futuro ha al tempo stesso l’emozionata trepidazione dell’ignoto e la sconsolata presa d’atto dell’impossibilità di un vero cambiamento. Ancora Benjamin: “Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”. Mentre l’angelo procede verso il futuro con lo sguardo verso il passato, a ogni passo scopre ulteriori rovine. Improvvisamente l’angelo della storia col volto e la voce da ragazzino e Elfriede Jelinek letta da Chiara Guidi sembrano sovrapporsi: il testo di Nuvole. Casa, nella sua ostica intellegibilità, nel suo arruffato volteggiare di ali e capelli (e parlo di capelli non a caso, per Jelinek, vista la sua fissazione per pettini e chiome ordinate), ci trasmette la stessa inquietante visione apocalittica di uno sguardo verso il passato lanciato da chi, a tentoni, procede verso il futuro: “Come dissotterrati tesori troneggiamo sulla cima del monte. Il campo contempliamo sul quale, seme insanguinato della storia, disseminati siamo per rinascere”. Così esce dalla sala il ragazzo, camminando all’indietro con lo sguardo rivolto verso di noi; così esce la lettrice/Jelinek, quasi risucchiata verso il futuro. Mentre noi spettatori, testimoni del desiderio di rinascita, rimaniamo nella sala del passato, in cui è rimasto il totem senza vita dell’angelo, e in cui il contrabbasso sembra spronarci a seguire anche noi il futuro che non conosciamo, ad abbandonare il presente e la storia, e magari a sognare di spezzare la maledizione di Benjamin: perché la voce di un ragazzino che invita al futuro ci spinge a pensare – contro ogni realismo, contro ogni cinismo – che in quel futuro non ci siano più ferite da lenire, non ci siano più libri e uomini in fiamme, non ci siano più nuvole o case da difendere, ma solo la gioia della vita.

 

 

 

Nuvole. Casa, di Elfriede Jelinek; traduzione Luigi Reitani; di e con Chiara Guidi; musiche di Daniele Roccato eseguite al contrabbasso dall’autore; e con la partecipazione di Filippo Zimmermann; produzione Societas Raffaello Sanzio e Festival Focus Jelinek. Progetto “Favole del potere – Elfriede Jelinek nelle biblioteche”. Prima assoluta: Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 23 ottobre 2014.

Visto a: Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, 14 marzo 2015.

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