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CollettivO CineticO, “A different kind of age”

Per Francesca Pennini le regole sono il dispositivo di conoscenza e riproduzione della realtà. Non esiste possibilità di comprendere il reale al di fuori delle regole e non esiste la possibilità di creare al di fuori delle regole. Parlando di una coreografa si può pensare che mi riferisca alle regole legate alle tecniche e ai linguaggi della danza e dello spettacolo: no, si tratta proprio di regole e di schemi di classificazione e di ricostruzione, che oscillano tra la metodologia scientifica e le istruzioni di un gioco, entrambe rigide e ineludibili, che innescano processi deduttivi o di semplice analisi fenomenologica e classificatoria. La danza, se c’è, sta lì dentro, inserita nella quadratura del cerchio inseguita dall’artista, in spettacoli dove gli schemi incontrano i corpi e dove la misurazione del mondo si infrange con l’incommensurabilità di quel mondo. Rivelando, dietro la semplicità del meccanismo ludico, spunti originali per un discorso sull’identità.

La rassegna Ipercinetica, dedicata a Bologna al lavoro di Francesca Pennini e del suo CollettivO CineticO, ha portato in primo piano una ossessione regolatoria che, anziché schiacciare le potenzialità creative, ne è invece un formidabile stimolo. Ogni spettacolo è concepito sulla base di regole, elaborato attraverso regole e infine realizzato facendo delle regole il proprio oggetto. L’ossessione si trasferisce sulla scena e, da lì, sul pubblico, che viene costantemente informato delle regole stesse. Lo spettatore aderisce così completamente alla visione di Pennini (e del drammaturgo Angelo Pedroni) e osserva lo spettacolo sposando quelle regole e verificandone l’applicazione. Lo sguardo dello spettatore non è più rivolto allo spettacolo come evoluzione di un accadimento, ma come traduzione di regole e rispetto di regole. Il gusto, il divertimento, l’emozione nascono dal vedere come le regole vengono applicate e interpretate. Perché c’è sempre una via di fuga dalle regole, che è la loro interpretazione soggettiva, cioè il corpo. Che per sua natura non risponde facilmente a uno schema, se non molto generico: ogni corpo è diverso e reagisce diversamente, e nella collisione tra corpi e regole si materializza il senso.

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CollettivO CineticO, “Sherlock Holmes” (foto di Elisaveta Skalovska)

Due spettacoli della personale in particolare suggeriscono questa lettura (e ne parlerò dopo), ma anche gli altri ribadiscono la presenza di regole e schemi come motori di senso e di azione. Per esempio, i 10 Miniballetti nascono concettualmente come ripresa di coreografie ideate e appuntate da Francesca bambina in un quaderno e adesso finalmente realizzate: “Ogni coreografia è identificata da un numero, un titolo e un livello di difficoltà espresso in stelline”. In |x| No, non distruggeremo il Teatro della Soffitta gli spettatori guidano con una tastiera i tre performer, bendati e armati di una mazza da baseball, attraverso lo spazio: “Il codice di istruzioni è basato sul sistema vettoriale ed il pubblico ha trenta minuti per decifrarlo ed apprenderlo per tentativi, osservando e gestendo le conseguenze dei comandi impartiti”. In altre parole, i performer sono in balia del pubblico e dei suoi comandi, ma d’altra parte gli spettatori stessi sono in balia di un regolamento che pre-ordina e prevede il loro comportamento, non molto diversamente dalle modalità con cui i giocatori di un videogame sono ‘giocati’ dal videogame stesso che credono di dominare. Lo stesso XD scritture retiniche sull’oscenità dei denti, nel suo apparente dadaismo pop-fumettistico fa intuire la presenza di una grammatica e di una sintassi (ossia, regole) rigidissime. Mentre nello spettacolo per bambini Sherlock Holmes tutto si basa sulle regole deduttive con le quali un’impresa di pulizie di un teatro ricostruisce lo spettacolo (di danza contemporanea, cosa che scatena gag autoironiche) andato in scena la sera precedente: ancora una volta le regole sono dichiarate e il processo deduttivo è condiviso con il pubblico. E infine, nello studio Orizzontale grande vengono sovrapposti e intrecciati la nomenclatura del corpo secondo la medicina cinese, il Trionfo di Venere di Francesco del Cossa nel Palazzo Schifanoia e le regole del baseball. Come nella tradizione che dall’OuLiPo di Raymond Queneau arriva giù giù a Georges Perec e alle autorevoli filiazioni italiane dell’OpLePo, la creazione esplora le potenzialità attraverso schemi vincolanti (e giocosi) che consentono invenzioni nelle quali il fruitore è invitato a collaborare a due livelli: nel verificare l’applicazione fantasiosa delle regole e nel provare a giocare con le regole stesse. Pennini sembra aderire a questa voluttà combinatoria, portando la sfida un po’ oltre, spostandola dal luogo controllabile della scrittura a quello meno controllabile del corpo non educato, cioè del non danzatore professionista. E qui cominciano le vertigini interpretative.

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CollettivO CineticO, “Amleto” (foto di Marco Davolio)

Amleto e A different kind of age portano in evidenza proprio la centralità delle regole e degli schemi, anzi il loro essere oggetto primario sotto mentite spoglie, grazie alla presenza destrutturante dei corpi non educati e tuttavia costretti. Ho detto corpi, ma avrei dovuto dire identità: il punto comune ai due lavori, infatti, è che il corpo non educato è portatore di un’identità, laddove il corpo educato si sottrae alla riconoscibilità identitaria. E proprio la riflessione sull’identità nella dialettica tra riduzione e irriducibilità alle regole (che, per definizione, comportano l’omologazione) sembra essere il senso più forte di questi spettacoli.

Amleto è esemplare in questo senso. Il meccanismo è quello di un bizzarro talent show. Quattro persone normali (non danzatori) si contendono attraverso alcune prove il ruolo di Amleto: compaiono numerati e incappucciati da un sacchetto di carta con due buchi per gli occhi, una non-maschera per un non-volto. Le regole sono spiegate da una voce off, che conduce il gioco attraverso le varie prove (di recitazione, canto e movimento, tutte ovviamente molto bizzarre e divertenti) e selezioni, effettuati sulla base di un applausometro che raccoglie le preferenze del pubblico. I valletti sono tre performer (danzatori), che indossano maschere al tempo stesso inquietanti da officianti di rituali sadomaso e censorie per rimuoverne la soggettività. All’inizio dello spettacolo i tre danzatori, legati tra di loro, corrono in tondo, in un loop infinito, con un senso quasi dantesco di pena eterna, ma per il momento il pubblico avverte questo strano girotondo con una funzione da “sigla” dello show. Alla fine, il vincitore si ritrova assimilato proprio ai tre performer, che sostituiscono la sua non-maschera di carta con la maschera nera: lo spettacolo si chiude con la corsa circolare in loop dei tre danzatori e del vincitore, ormai indistinguibili e tutti legati tra di loro. Il sipario cala mentre la corsa prosegue, in eterno, gettando una luce sinistra, diabolica e tragica, su quello che per un’ora è stato percepito come un gioco. Di fronte all’impasse amletico dell’essere o non essere, chi decide di essere – di giocare – e di vincere è condannato al ruolo gregario di valletto, rimanendo per sempre in un limbo irrisolto, forse pre-vitale o mortale.

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CollettivO CineticO, “Amleto” (foto di Fabio Bortot)

Ma, come dicevo, il punto sembra essere proprio il rapporto fra le regole e l’individuo. I tre performer dal corpo educato sono totalmente omologati e interscambiabili, piccoli Umpa Lumpa seriali che fanno del servizio e della sottomissione la loro ragione di presenza: sono la materializzazione della necessità della regola, sempre legati con corde elastiche tra di loro o a un ancoraggio che ne impedisce l’improbabile fuga, sempre costretti a movimenti fondamentalmente geometrici e comunque devoti alla posizione netta e ‘pitagorica’. I quattro aspiranti Amleto, invece, pur ‘decapitati’ alla visione del pubblico, debordano di personalità, non solo grazie ai dettagli biografici concessi dalla solita voce, ma soprattutto per la verità (?) dei lori corpi, dei loro movimenti e delle loro voci. Alla fine, è proprio questa diversità fisica a essere azzerata dal gioco: lo spettatore crede di votare “il più” (il più bravo o simpatico o fantasioso o…), ma in realtà non fa altro che obbedire alla voce e ai suoi fini più implacabilmente devastanti: uno dopo l’altro gli aspiranti Amleto che non passano il turno vengono stesi a terra – e dunque uccisi – mentre il vincitore viene assimilato ai tre performer cloni. In entrambi i casi, l’identità differente viene cancellata, grazie a un pubblico che è complice inconsapevole di questo genocidio antropologico (per dirla con Pasolini) che usa il gioco e il riferimento televisivo per far trionfare la massificazione.

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CollettivO CineticO, “A different kind of age”

Diversamente ma non troppo può essere letto anche A different kind of age, che ancora una volta esprime da subito la differenza tra il performer dal corpo educato, di cui non sapremo mai niente per tutta la durata dello spettacolo, e le persone ‘normali’ dai corpi non educati, di cui invece scopriremo tante cose. E il finale, ancora una volta, porterà all’azzeramento. Lo spettacolo si presenta quasi come un gioco di società fra due squadre di 9 persone l’una. Le regole sono scritte e determinano la creazione stessa (e qui il riferimento più che all’Oulipo va a John Cage, che è indicato da Pennini allusivamente nell’ultima parola del titolo: “age” da “Cage”): è infatti dalle parole proiettate che si materializzano cose e persone. Il performer entra, attiva un pc con il quale dà le regole che vengono proiettate sul fondo della scena. Di lui non sappiamo e non sapremo nulla: il volto scoperto, in questo caso, non definisce una reale identità. Soprattutto non sappiamo se sia il demiurgo (di certo non colui che ha inventato le regole, tutt’al più colui che le trasferisce) o – anche qui come in Amleto – un semplice valletto, visto che egli stesso obbedisce beckettianamente (Atto senza parole) a input che, con tutta evidenza, non conosce in anticipo. Dalla scena vuota, attraverso gli ordini arrivati sullo schermo manovrato dal performer, si arriva così a definire uno spazio abitabile. E abitato. Appunto, dai 18 corpi non educati: 9 adolescenti da una parte del palco e 9 “over 60” dall’altra.

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CollettivO CineticO, “A different kind of age”

Anche in questo caso, il pubblico viene informato delle regole: ciascuno dei 18 partecipanti conosce le regole per interagire con le scene e possiede un proprio inventario personalizzato di movimenti, ma non sa quando verrà chiamato e in relazione a quali richieste. Le regole sono esposte, il pubblico ne diventa depositario e il gioco può cominciare. La prima parte è una ‘semplice’ esposizione di “esemplari”: sullo schermo vengono indicate delle caratteristiche e tutti coloro che ne sono in possesso devono alzarsi dalle panche e semplicemente esporsi per un minuto di fronte al pubblico: esemplari aggressivi, ribelli, pelosi, innamorati, scurrili, belli… Il gioco è ‘facile’ e al tempo stesso sottile, perché si confronta con la questione dell’autopercezione e soprattutto dell’autorappresentazione dell’individuo, portando gli “esemplari” a definirsi sempre più nelle loro differenze e personalità di fronte al pubblico. Una fenomenologia/antropologia che ha inevitabili ricadute sugli spettatori, i quali partecipano cercando di collegare la definizione comparsa sullo schermo con il corpo che si presenta come tale: si sentono risate, commenti (anche un po’ pettegoli), stupori (come nella richiesta di “esemplari che non hanno paura di niente”, che vedono alzarsi esclusivamente gli over 60), compassioni (come alla comparsa di una over 60 che avanza in scena solitaria rispondendo all’appello per “esemplari che credono che il giorno più bello della loro vita sia passato”)…

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CollettivO CineticO, “A different kind of age”

La seconda parte (“comportamenti”) mette in relazione le caratteristiche con la richiesta di particolari movimenti. Si passa così dalla selezione per così dire “curriculare” al vero e proprio “provino”: in realtà, una osservazione in vitro di cavie di laboratorio. In questa parte è ancora più forte la diversificazione, o meglio il riconoscimento delle differenze, perché ciascun “esemplare” si comporta in maniera diversa. Infine, la terza parte (“formazioni”) riporta gli “esemplari” al gruppo, cioè alla creazione di cori o tableaux vivants basati su input generici, come “allarme” o “costruzione”… O “plagio”, con cui Pennini sembra voler dichiarare una copiatura – ma più precisamente un riferimento creativo – di Kontakthof, che Pina Bausch realizzò con adolescenti e con over 65. L’ultimo input (“decostruzione”) comporta lo smantellamento dell’intera scena, demiurgo ed esemplari compresi, e quindi la fine dello spettacolo.

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CollettivO CineticO, “A different kind of age”

A different kind of age è solo apparentemente uno spettacolo sulle differenze generazionali, che pure a un primo livello si presentano come soggetto del lavoro. E’ semmai uno spettacolo sulla compressione degli individui nello spazio determinato dalle regole, sulla loro riduzione a esecutori di regole, dove la personalità soggettiva emerge solo in quanto evocata (all’inizio ogni partecipante si presenta solo dopo che il suo nome è apparso sullo schermo: più che un appello sembra una evocazione, un battesimo). Come in Amleto il rapporto apparentemente ‘amichevole’ tra regole e corpi (tra omologazione e individui) maschera uno scontro in cui sono gli individui a soccombere: morti o integrati come nel primo spettacolo, oppure alla fine azzerati e annullati come in A different kind of age. Le regole, filtro per la conoscenza della realtà e per la sua rappresentazione, dissimulano il loro carattere plasmante e omologante. Pennini si diverte a giocare pericolosamente con le sue regole, esplorandone i confini e le conseguenze, forzando i corpi e gli individui. Ma soprattutto portando gli spettatori sul limite estremo della complicità e della consapevolezza, giocando prima di tutto con loro, veri destinatari di quelle regole, alle quali essi si affidano placidamente e inconsapevolmente, vestendo il ruolo dei veri integrati. Come nella vita reale.

 

Amleto, concept, regia e voce Francesca Pennini; drammaturgia Angelo Pedroni, Francesca Pennini; azione e creazione Carmine Parise, Angelo Pedroni, Stefano Sardi; azione e recitazione 4 candidati in competizione per il ruolo di Amleto; consulenza tecnica e programmazione applausometro Simone Arganini, Roberto Rettura; co-produzione CollettivO CineticO, Teatro Franco Parenti Milano; concessione spazi prove Teatro Comunale di Ferrara. Prima assoluta (studio): Milano, Teatro Franco Parenti, 17 maggio 2013.

Visto a: Bologna, Teatri di Vita, 23 marzo 2016, nell’ambito di Ipercinetica, a cura di Emilia Romagna Teatro.

A different kind of age, regia e coreografia Francesca Pennini; drammaturgia Angelo Pedroni, Francesca Pennini; con Tilahun Andreoli, Ombretta Berti, Samuele Bindini, Thomas Calvez, Marco Calzolari, Rita Campalani, Camilla Caselli, Mauro Cavallari, Gabriella Fabbri, Jacques Lazzari, Matteo Misurati, Nadia Nardini, Angelo Pedroni, Francesca Pellegatti, Roberto Penzo, Emma Saba, Domenico Santanicola, Martina Simonato, Alessandro Tagliati; produzione CollettivO CineticO. Prima assoluta: Bologna, Arena del Sole, 22 aprile 2016.

Visto a:Bologna, Arena del Sole, 22 aprile 2016, nell’ambito di Ipercinetica, a cura di Emilia Romagna Teatro.

 

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