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terzopoulos-1Raccontare le macerie dell’umanità dopo la crisi. Era da poco passata la più devastante guerra mondiale, quando Samuel Beckett decise di portare quelle macerie in scena, materializzandole fisicamente nel macerarsi del linguaggio, che anno dopo anno si sarebbe sempre più corrotto e rarefatto fino alle soglie del silenzio. La crisi economica degli ultimi anni non ha causato milioni di morti, ma forse ha creato condizioni peggiori rispetto a quella bellica, perché manca oggi la prospettiva di una ripartenza e di una ricostruzione: solo macerie destinate a resistere, endemiche, in un paesaggio fatto di sofferenza umana e umiliazione entrata a regime. E allora, come raccontare le macerie innescate da questa crisi, che condizioneranno il nostro presente e futuro? Tornando a Beckett, tornando ai singulti del linguaggio, raccontando l’alienazione attraverso le parole stesse che hanno creato quella crisi: i numeri.

Amor di Theodoros Terzopoulos è l’epifania di una neolingua orwelliana arrivata alla sua evoluzione estrema: tolti tutti gli orpelli, ridotta all’essenza che interessa il sistema reale e vero di potere – che è economico e non politico – cosa rimane, se non il puro flusso dei numeri che corrono instancabili sugli schermi e i pannelli luminosi delle Borse di tutto il mondo? Dow Jones, Nasdaq, stock trading: è questa la nuova Accademia della Crusca per chi voglia essere vincente nel mondo di oggi e di domani. E’ questa l’arma letale che si è abbattuta come una terza guerra mondiale sui nostri destini lasciando solo macerie. Ed è questa la lingua parlata nello spettacolo di Terzopoulos, una cascata incessante di numeri, percentuali, prezzi e quotazioni. Antonis Miriagos incarna quei numeri, annullandosi in essi, un vomito costante di cifre che attraversa il corpo e le mani, un grammelot scoppiettante dove i numeri si rincorrono, si sovrappongono, si fagocitano resuscitando sempre più forti e devastanti. Se Mouth, la protagonista del beckettiano Non io, sputava a raffica memorie e frammenti indecifrabili di un passato dolente, qui Miriagos, sputando fonemi allo stesso ritmo, è il burattino del futuro radioso da cui le memorie e il passato sono stati espunti a favore dell’immanenza assoluta del trionfo finanziario. Che non ha bisogno di parole di contorno, ma solo di cifre, di segni più e meno, di percentuali, di piccoli numeri dietro ai quali si nascondono la ricchezza per alcuni e le macerie economiche ed esistenziali per la maggioranza delle persone e per popoli interi, per intere nazioni, come la Grecia da cui arriva questo spettacolo.

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I numeri attraversano il corpo di Miriagos come tanti Alien pronti a liberarsene dopo essersene nutriti come parassiti: i fremiti convulsi del corpo, i gesti disumanizzati, le dita febbricitanti, il continuo segno di uno squartamento delle viscere accompagnano un monologo che potrebbe sembrare la semplice tranche de vie di un qualsiasi agente di borsa a Wall Street in una qualsiasi quotidiana sessione di scambi azionari. Alien è dentro e presto uscirà, o forse non uscirà mai per potersi nutrire all’infinito di un’umanità ormai alienata a sé stessa. In mezzo al flusso verbale irrompono qua e là parole più intellegibili, come ordini imperativi o come slogan di una quotidianità post-consumista: buy, sell, produce… Gli stessi numeri mostrano ricchezze semantiche che, anziché aprire mondi, li richiudono maggiormente in una gabbia autoreferenziale a cui siamo condannati come meccanismi dell’ingranaggio finanziario e consumista: è così che la parola eksi (il numero 6 in greco), ripetuta velocemente in sequenza, dopo un po’ slitta verso il sex, e poi il success, e poi l’illusoria exit. C’è una “exit” in questo monologo, così come nella crisi che ha ridotto l’umanità in macerie? C’è una Grexit per la Grecia, un’uscita dall’Unione Europea avvertita ingenuamente come motore della crisi? C’è una Exit/Grexit reale dal flusso numerico imposto da un potere finanziario e da un sistema capitalistico e consumistico ormai (pasolinianamente) vincitore in quella terza guerra mondiale silenziosa che abbiamo attraversato? La risposta arriva da una donna: “No exit”.

E’ questo il secondo polo dello spettacolo: mentre Miriagos dà voce e corpo ai numeri che determinano la nostra vita, in piedi su una stretta passerella, all’altra estremità Aglaia Pappa è calata dentro un tubo, su cui è sospeso come la spada di Damocle, un altro tubo, come in una ciclopica macchina da catena di montaggio, un incubo fantascientifico alla Lang (Metropolis) scivolato nell’amara gag chapliniana di Tempi moderni. Si ribaltano, così, i rapporti di Giorni felici di Beckett: qui è Willie l’infaticabile affabulatore, mentre Winnie, pur sempre inghiottita in un buco e impossibilitata a muoversi, tace la maggior parte del tempo, come un soprammobile. Sorridente, sempre sorridente con labbra carminio e capelli biondo platino, insistentemente sorridente durante il profluvio di dati Nasdaq e Dow Jones, di percentuali e valute. A tratti interviene, scandendo il monologo di Miriagos con brevi parole, come per un’asta in cui mette in vendita perfino parti del proprio corpo. E’ il commercio, bellezza! Immersa per metà nel suo tubo-bidone (che a tratti ricorda il bidone di Negg e Nall in Finale di partita, reperti di un altro mondo finiti nella spazzatura), abbaglia col sorriso smagliante l’oceano di cifre, come una valletta imbonitrice o come una spalla sempre pronta a dare la battuta. E’ a lei che lui è rivolto: distano pochi metri, per un attimo si avvicinano, eppure sono irraggiungibili l’una all’altro. La foga dinamica di lui e la staticità di lei rispecchiano il disequilibrio profondo di una condizione sociale figlia della crisi. Lui mastica, anzi è masticato dai numeri del trionfo finanziario e della disfatta umana, e intanto lei sorride, sorride, sorride, calata fino al petto, mentre rimbombi elettronico-industriali riempiono lo spazio con l’imperativo inglese: “Produce!”.

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Sorride, perché tutto è “meraviglioso”, come dice in continuazione Winnie in Giorni felici, amputata nella desolazione di un mondo trompe-l’oeil, inconsapevolmente impegnata a fare buon viso a cattivo gioco. Può anche rinvigorirsi a un certo punto, e come Winnie farsi prendere dal ricordo di bei giorni felici, alzandosi solo per metà dal suo avello, mostrando un vestito sgargiante e accennando passi di flamenco in un’illusoria rivincita spagnoleggiante. E’ l’amor, bellezza! O almeno così credi. Perché poi tutto ripiomba nell’agonia estrema di un mondo al capolinea, inciso con la punta di diamante del controllo monetario e squadernato di fronte a noi “sulla scena di un teatro in fondo all’Europa”, come ripetono entrambi. Eccoci arrivati al dunque, al sentimento di impotenza che attanaglia artisti e spettatori, convenuti in questo spazio “in fondo all’Europa”, che ovviamente è la Grecia in cui Terzopoulos ha creato lo spettacolo e che è da ormai diversi anni l’anello debole di una catena globalizzata che incatena le nostre vite e le nostre scelte a scelte e vite altrui, troppo alte e intoccabili per stare a osservare cosa possa mai succedere “sulla scena di un teatro in fondo all’Europa”. E del resto, in fondo all’Europa c’è anche la Spagna evocata e c’è l’Italia in cui siamo ora, e insomma ci siamo tutti noi.

Questo spettacolo è infatti la rappresentazione delle macerie d’Europa dopo (durante) la grande crisi. E’ il tentativo di trovare un nuovo linguaggio possibile per raccontare l’impensabile, e cioè la disfatta bellica dell’umanità sotto le strategie finanziarie di pochi potenti. E’ la riappropriazione della macerazione del linguaggio beckettiano per rappresentare un’altra apocalisse e altre macerie. E’ il balletto feroce e beffardo del disinganno sull’umanità e su una possibilità di redenzione attraverso una sbiadita evocazione dell’amor. E’ la straziante consapevolezza dell’inutilità delle parole e delle relazioni in un mondo governato dagli interessi e dai numeri sputati a raffica sui led e sugli schermi di una qualunque Piazza Affari del pianeta.

 

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Scorrono, scorrono sempre quei numeri, e intanto, come in Giorni felici, assistiamo alla progressiva scomparsa di Winnie, mentre il tubo inferiore e quello superiore lentamente si rinsaldano risucchiando e facendo scomparire del tutto la donna, i suoi capelli biondo platino e il suo indefettibile sorriso color carminio. Allora lui si arrampica su una parete e invoca: “Amor! Amor! Amor!!!”. Già, dov’era finito l’amor spagnolo del titolo in questa sequenza ininterrotta di numeri, di acquisti, vendite, aste, speculazioni? Dove sta l’amor in questo duetto tra un uomo e una donna, che le convenzioni ci spingono a leggere come un possibile rapporto di coppia? Dove sta l’amor in tutto questo? Ebbene sì, proprio nelle macerie di Beckett! Non finiva forse così anche Giorni felici, con l’amore kitsch del valzer I love you so della Vedova allegra, cantato sottovoce da Winnie sepolta fino al collo, estasiata dall’ennesimo giorno felice vissuto/non-vissuto vicino e distante dal marito muto? E non è una disagevole sensazione di sepoltura fino al collo quella che ci prende mentre Miriagos, a sua volta sepolto dai numeri della Borsa, invoca straziante con incongrua foga kitsch l’amor verso il tubo-Moloch… sulla scena di questo teatro, in questo buco di mondo che è il fondo dell’Europa?

 

 

Amor regia, installazione scenica, testo Theodoros Terzopoulos; con Aglaia Pappa, Antonis Myriagkos; musiche Panagiotis Velianitis; costumi LOUKIA; luci Theodoros Terzopoulos, Konstantinos Bethanis; esecuzione delle installazioni sceniche Charalampos Terzopoulos; direzione tecnica Konstantinos Bethanis; responsabile di produzione Maria Vogiatzi; foto Johanna Weber; produzione Attis Theatre. Prima assoluta: Atene, Attis Theatre, 6 dicembre 2013.

Visto a: Modena, Vie Festival, Teatro delle Passioni, 19 ottobre 2016.

 

 

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