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La memoria è un viaggio inebriante nel passato con i piedi ben piantati nel presente. Il suo sguardo, come in trance, è sempre sfocato, nebbioso, aggrappato spasmodicamente a dettagli dai contorni consumati e imprecisi. E il suo malinconico senso sta nel fastidioso senno-di-poi. La memoria è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, come avrebbe potuto dire Shakespeare. Il film Recollection di Kamal Aljafari è un sogno della memoria, pozzo visionario di frammenti, intima cartografia di una Palestina perduta, e operazione di risarcimento en poète della storia cancellata dalla distruzione israeliana. Ma la storia non si può cancellare, nonostante la propaganda, e riaffora alla memoria proprio dove meno la si aspetta. Magari in un b-movie del ‘nemico’. Ed è quello che il documentario mostra, con un approccio genialmente originale, ritagliando vecchi film e portando in primo piano scorci urbani della città di Jaffa, baluardo della resistenza palestinese del ’48 e oggi mero zoo safari per turisti che possono addentrarsi in un tipico villaggio arabo ormai devitalizzato da una posticcia ristrutturazione urbanistico-antropologica.

Aljafari ha recuperato i film girati a Jaffa dagli anni ’60, ne ha cancellato digitalmente gli attori israeliani, lasciando solo il paesaggio urbano, quasi sempre vecchio e spesso in rovina, andando a scrutare con lo zoom – come il fotografo di Blow up di Antonioni – negli angoli più remoti della pellicola, scovando tracce di vita quotidiana e comparse più o meno ignare e curiosi che fanno capolino da dietro un angolo o su un terrazzo, talmente minuscoli da passare inosservati allo spettatore dei film originari, e ora ingigantiti, sfocatissimi e sgranati, ridiventati protagonisti. Recollection è una pura sequenza, senza commento, di questi frammenti.

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A cominciare dagli anni ’60 molti film furono girati a Jaffa. Era il set ideale per i b-movie Bourekas, un genere tipico israeliano di commedia-melodramma basato sugli stereotipi etnici delle diverse popolazioni ebraiche e quindi sui loro conflitti culturali. Un genere molto popolare che, mettendo in relazione personaggi delle diverse etnie (il ragazzo popolare mizrahi, ebreo arabo, e la bella ricca ashkenazi, ebrea europea), funzionava anche da collante per un paese costruito da poco a tavolino e faticosamente impegnato a definire un’identità nazionale unitaria. Per questo, piuttosto che usare gli sfondi della modernissima Tel Aviv, che avrebbe rievocato la recente formazione di uno Stato “di importazione”, l’industria cinematografica dei b-movie si concentrò su Jaffa, l’antica città araba, sfondo ideale per dare una sensazione di antichità e vita vissuta. Tutto questo mentre interi sobborghi venivano rasi al suolo e sepolti affinché non rimanessero troppe tracce della secolare presenza palestinese.

Lo slogan propagandistico “un popolo senza terra per una terra senza popolo”, con cui il movimento sionista aveva convinto il mondo, si era scontrato con l’evidenza di una terra abitata da un popolo fiorente, che quindi andava ‘rimosso’: via le persone, ma soprattutto via le tracce fisiche della loro storia. Una narrazione di successo che è riuscita a fare breccia, imponendosi ovunque a dispetto della storia. A Bologna, negli stessi giorni della rassegna Immagine irrequieta, organizzata da MeMO-Mediterraneo Medio Oriente, in cui è stato presentato il film, un’esposizione fa toccare con mano il successo di questa alterazione della memoria. Nella mostra Lumière! L’invenzione del cinematografo, curata dall’Institut Lumière e presentata dalla Cineteca di Bologna, vengono presentate, tra l’altro, le prime bobine di reportage dal mondo, girate alla fine dell’800, messe a confronto con le webcam in diretta dagli stessi luoghi. Ebbene, le pellicole riguardanti i territori palestinesi (all’epoca nell’Impero Ottomano) sono introdotte dal cartello “Israele”, cioè un’entità politica allora inesistente; e in parallelo, anche la webcam che inquadra in modo fisso un’area di Gerusalemme Est (che fa parte dei Territori Palestinesi, e che è attualmente sotto occupazione militare israeliana, condannata dalla comunità internazionale) è segnata come “Israele”. All’errore storico che attribuisce un territorio a un paese ancora inesistente corrisponde un errore attuale che attribuisce sovranità di un territorio occupato temporaneamente al suo occupante. Alterando la memoria storica è facile, poi, alterare i fatti attuali. La mostra Lumière, presentata come un indiscutibile operazione storico-filologico-didattica, rifila un falso ai visitatori: e il bello è che forse i suoi curatori non lo sanno neanche, perché magari hanno semplicemente recepito passivamente una propaganda martellante basata sulla strategia di alterazione della memoria e di cancellazione materiale, che dal passato si proietta sul presente, dove le rimozioni (materiali e ideali) continuano.

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“Oggi non riusciamo nemmeno a immaginare come fosse un tempo quel paesaggio, dove ogni mulino pareva un riflesso in un occhio dipinto. E quando questi riflessi si smorzarono, andò smorzandosi per così dire l’intera contrada. Talvolta, guardandomi attorno, ho l’impressione che tutto sia già morto… E adesso non c’è più nulla, non c’è più nessuno”: le parole di W.G. Sebald (uno dei riferimenti concettuali di questo film) in Gli anelli di Saturno sono il viatico per comprendere l’opera di ricostruzione della memoria compiuta da Aljafari attraverso i tasselli infinitesimali seminati involontariamente nei film israeliani. Non c’è più nulla, non c’è più nessuno, eppure – come si leggerà poi nei titoli di coda – “A picture lasts longer than a human being”, e oggi quelle immagini di memoria riaffermano la vita di un mondo perduto.

Recollection compie, insomma, un’opera di riappropriazione della memoria, espunta dalla narrazione ufficiale dei vincitori, ma rimasta inconsapevolmente negli angoli più remoti della tradizione cinematografica pop. Per farlo, Aljafari distrugge ogni riferimento ai film originari: il suo intento non è dimostrativo, non vuole spiegare. Solo nel primo minuto ci mostra il suo metodo di lavoro, facendo svanire come per magia gli attori dei film (e perfino Ben Gurion da una sequenza documentaristica), dopodiché il film si sviluppa senza neanche una spiegazione fino ai titoli di coda (nei quali non si citano neanche le fonti filmiche: la rimozione è totale), lasciando lo spettatore a sé stesso. Aljafari ci chiede soltanto di abbandonarci al suo viaggio di esplorazione della memoria, di affogare nelle immagini, spesso ripetitive, senza alcunché che apparentemente ne giustifichi la visione, spesso sgranate, a volte completamente inintellegibili, al limite dell’astratto. Sì, la memoria è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. E dal sogno della memoria riemergono angoli di case, strade, muri, macerie, le onde del mare, e talvolta anche le figure umane, ridotte dallo zoom digitale a puro ectoplasma. Certo, possiamo immaginare che dove vediamo il vuoto ci fossero attori impegnati in una qualche scena romantica o avventurosa e che al loro posto sia stata fatta una ricostruzione digitale (la memoria, dunque, è anche ricostruzione), oppure che quel piccolo particolare gonfiato a dismisura potesse stare forse nell’angolino in fondo di un’inquadratura o di una sequenza molto più ampia… Ma non è questo il punto. Il punto non è la curiosità dell’operazione, ma il movimento appassionato, emotivo, intimo e pubblico, di qualcuno che, come in un dormiveglia, ripercorre le tracce di una storia negata. Ridando dignità ai margini, agli sfondi, all’insignificanza decretata dai Bourekas e oggi ritornata protagonista, al centro dell’obiettivo.

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Recollection è, in fin dei conti, la sinfonia di una città. Una città morta, dimenticata. Che concettualmente si radica nella tradizione del film seminale di Walter Ruttmann Berlin. Die Sinfonie der Großstadt o in parte di A propos de Nice di Jean Vigo: l’arretramento della narrazione che lascia emergere il protagonismo della città attraverso le sue architetture, la sua morfologia, la sua superficie, ma soprattutto attraverso il tessuto sociale che le dà forma e anima. Nizza e Berlino, vive e vitali da una parte, e dall’altra Jaffa, la cui vita e vitalità sono nascoste e rimangono solo nella memoria, in attesa di una riattivazione condivisa con lo spettatore.

Ed è questo un punto nevralgico del film: il fortissimo coinvolgimento del pubblico, chiamato non a osservare, ma a fare esercizio di memoria con l’autore. Di più: a compiere con lui una esplorazione investigativa. Dopo aver compreso come il nucleo ‘narrativo’ del film sia costituito esclusivamente dallo scrutare con attenzione certosina angoli di pellicola apparentemente muti fino a individuare qualcosa, magari una piccola macchiolina che si manifesta infine per la testa di una persona, lo spettatore si perde per tutta la durata del film a scrutare anch’egli – con l’animo dilettantesco di uno storico, di un filologo, di un detective – dentro le campiture apparentemente uniformi di colori e paesaggi, tra le macerie sgranate all’inverosimile, nelle imperfezioni e nelle pieghe dell’immagine. Perduti dall’assenza di spiegazioni, di storie, di dialoghi, di utili àncore, travolti da sequenze di cui perdiamo spesso il senso, talvolta tendenti al puro formalismo descrittivo di certi documentari di Joris Ivens o a un astrattismo degno di certo cinema sperimentale d’antan, corriamo con il nostro sguardo dietro lo sguardo di Aljafari – ci uniamo al suo – alla ricerca di tracce, di vita, in una città fantasma. Partecipazione a un intimo viaggio onirico (siamo a Jaffa, ma potremmo essere ovunque, anche nei luoghi mutati della nostra infanzia), e al tempo stesso condivisione di un atto politico di riappropriazione della storia (potremmo essere ovunque, ma siamo a Jaffa, città martire della resistenza palestinese).

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In tutto questo, è straziante la visione quasi costante delle rovine, nelle quali si addentra l’occhio-zoom di Aljafari, e il nostro. Sono chiaramente l’evidenza di battaglie cruente (a un certo punto, l’obiettivo ha un guizzo e insiste a lungo sulla scalfittura all’angolo di una casa, forse un vecchio colpo d’arma da fuoco) e anche quartieri destinati alla demolizione per la costruzione di edifici moderni. Con questa scusa di modernizzazione fu cancellato Manshiyya, uno dei tanti insediamenti palestinesi distrutti e sepolti confidando in un ben pilotato oblio (da cui un’associazione israeliana della memoria, come Zochrot, sta strappandolo insieme a tantissimi altri villaggi cancellati). Era un sobborgo settentrionale di Jaffa. Dopo le uccisioni e deportazioni del ’48 che azzerarono la popolazione di 13.000 abitanti, le case ancora in piedi, rimaste vuote, furono prese dagli israeliani, finché il governo decise negli anni ’60 di non farne rimanere più traccia: l’intero sobborgo fu raso al suolo e le macerie sepolte sotto l’espansione meridionale di Tel Aviv, in parte sotto case e grattacieli e in parte sotto l’ampia passeggiata a mare, attuale meta di biciclettate e jogging. Rimasero solo una moschea e il rudere di una casa diventato ora – a sfregio definitivo – museo dell’Irgun, il gruppo ebraico terroristico che sostenne militarmente la nascita di Israele.

Eppure Manshiyya, cancellata dai bulldozer, è rimasta ancora viva, come gli altri sobborghi e quartieri di Jaffa: sito archeologico immateriale, pura luce negli sfondi dei maldestri Bourekas, oggetto di memoria, visibile perlomeno nei film girati da quelle parti prima della sua distruzione. E come Manshiyya, ecco Ajami e gli altri sobborghi: una sequenza di case e strade deserte e distrutte. In Recollection Jaffa con i suoi sobborghi ci si presenta così, vuota e devastata o semplicemente abbandonata, quasi prosciugata da presenze umane, come una anti-Berlino o anti-Nizza, semmai più vicina a un blockbuster post-apocalittico.

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E’ come osservare il mondo dopo la sua fine, con pochi superstiti che si trascinano come fantasmi con la consapevolezza di essere gli ultimi testimoni di un’immensa tragedia, o di essere i primi abitatori di un mondo ostile, da riconquistare. Oppure, al contrario, sembra di vedere quel mondo “come se”: come se in quella città, dopo aver dissolto con il cancellino digitale gli attori dei Bourekas e le tracce del nuovo Stato israeliano, fossero rimasti sempre e solo i vecchi abitanti, i palestinesi e quei pochi ebrei con cui convivevano pacificamente prima della Nakba. Illusioni, perché la memoria è sogno, dunque illusione: illusione della permanenza di ciò che non è più e non può tornare, e illusione di dettagli che il dormiveglia ci rimanda corrotti, informi, imprecisi, irreali. Come una sequenza di due o tre secondi che si ripete a un certo punto, lasciando ben visibile, contrariamente alle premesse metodologiche, un attore israeliano, Uri Zohar, sullo sfondo del mare di Jaffa e Tel Aviv, che picchia un fantoccio a grandezza naturale.

Non c’è prima né dopo, non c’è narrazione – l’ho già detto –, le microscene con Zohar sono assurde, illogiche, surreali: pura violenza su qualcosa di inerme, ma in fin dei conti sproporzionata, ridicola, insensata. E’ un frammento di memoria? O la scheggia allegorica di una realtà quotidiana e storica di violenza, finita chissà come – nel dormiveglia – in mezzo a quei frammenti di memoria? La rimozione degli artisti israeliani è elusa anche con la cantante israeliana Ofra Haza, che sale e scende le scale: ma l’intera sequenza è mostrata capovolta, e anche in questo caso… è uno scherzo della memoria o un ribaltamento simbolico?

Ma lo spaesamento è costante e potentissimo soprattutto nella divaricazione stridente tra le immagini e l’audio, che rimanda a un paesaggio sonoro astratto e indecifrabile, inquietante e doloroso, mai coerente con ciò che si vede. Perché è nel rapporto tra le immagini e i suoni che si concretizza ciò che scrivevo all’inizio: la memoria è un viaggio inebriante nel passato con i piedi ben piantati nel presente, e l’attrito non ci può lasciare indifferenti. I suoni, infatti, non nascono da frammenti di memoria: Aljafari ha posizionato i microfoni dentro le fessure dei muri o nelle profondità del mare in corrispondenza delle discariche di macerie di case palestinesi, registrando di fatto una lunga sinfonia concreta dell’assenza. Per i 70 minuti della durata del film ascoltiamo la voce dei muri e delle macerie. Senza saperlo. Un ascolto straniante. Onirico, ancora.

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E poi, arrivano i titoli di coda, che non solo svelano finalmente il meccanismo di Recollection, ma raccontano anche altro. Alle sole immagini si sostituiscono le sole parole scritte: didascalie postume di immagini che non possiamo più rivedere e che dobbiamo cercare di ricordare, obbligati a esercitarci in un’inattesa e difficile memoria a breve termine (ecco, adesso capiamo meglio cosa significhi giocare con la memoria!). Un lunghissimo testo di Aljafari, che scorre su fondo nero prima dei titoli di coda, rivela come ciò che abbiamo visto sia strettamente collegato alla sua infanzia: in quelle strade il regista è cresciuto, anche vedendo girare proprio quei film che ora ha sezionato… quello che si vedeva a un certo punto era l’angolo in cui amava appoggiarsi a lungo da bambino, ascoltando la radio a transistor del nonno… quella bambina con la cartella della scuola potrebbe essere stata sua madre… quel signore che passava sullo sfondo era suo zio Mahmoud in una strada di Ajami mentre tornava dall’ospedale… quell’auto blu era il taxi di Ahmad Farraj, cugino di sua nonna, che aveva sposato un’ebrea curda irakena di nome Margo… quel vecchio sulla porta del caffè era Issa Khimel, il cui padre fu impiccato dai turchi per spionaggio… quell’uomo con gli occhiali da sole era El Imam, sposato con Ane, che aveva una sorella, Karkura, che non le rivolgeva parola… e così via. Un’interminabile, emozionante, serie di nomi e situazioni e aneddoti, che fotografano la quotidianità brulicante di quegli scorci che finora avevamo visto come fossero atterrati da un pianeta lontano. Improvvisamente quelle macchioline non sono più fantasmi o reperti archeologici, ma pezzi concreti di vita, testimoni reali di una storia vera.

Romanzo autobiografico o epopea collettiva, il testo conclusivo compie uno scarto, spostando il discorso dalla memoria e dal sogno al ricordo e alla realtà. Abbiamo sfogliato l’album intimo di Aljafari, siamo entrati nel mondo personale della sua infanzia e adolescenza, osservando immagini sgranate e confuse di strade deserte e ascoltando il canto dolente di muri sgretolati; e ne usciamo con la sensazione di un brulicare di vita, di persone, di storie, di sapori e odori che non sono più, ma che continuiamo ad avvertire e possiamo immaginare, testimoni di un’epoca che si rifiuta di essere considerata passata e che resiste nonostante tutto.

 

 

Recollection (Germania-Palestina 2015), regia e sceneggiatura di Kamal Aljafari; montaggio Kamal Aljafari e Daniel Franke; registrazione audio Jacob Kirkegaard; montaggio audio Gilles Benardeau; produzione Kamal Aljafari.

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