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Cina Biennale Arte

Biennale Arte, Padiglione cinese

Si potrebbe definire un filo rosso della Biennale Arte, o anche un filo d’Arianna nel labirinto dell’arte contemporanea. Materialmente è proprio un filo, il filo del tessuto, quello che da qualche decennio è diventato protagonista di una categoria, che potremmo definire knitting art, sempre più articolata e presente. Nei padiglioni dell’Arsenale di Venezia, che ospitano parte dell’attuale Biennale intitolata Viva Arte Viva, la presenza del filo e delle sue innumerevoli declinazioni e usi non è saltuaria, anzi a tratti sembra dominare le grandi stanze con trame, tessuti, intrecci e ricami: Viva SArte Viva verrebbe da dire, agganciando l’arte alla sartoria (o viceversa) in una necessità di rivedere entrambe una alla luce dell’altra.

La questione della knitting art non è nuova, ma è certo diversa dai primordi in cui ha visto la luce il primo incontro delle aziende tessili con gli artisti, molto ben raccontato nei suoi sviluppi italiani da una recente mostra svoltasi al Museo del Tessuto di Prato, Tra Arte e Moda, che ha fatto luce sulla fitta esperienza creativa degli anni ’50, che ha portato tanti artisti come Fontana, Capogrossi, Gentilini, Munari, Dorazio, Melotti, a confrontarsi con il design tessile, sollecitati in particolare dalla Triennale di Milano. Lì si trattava di trasferire un’estetica riconosciuta e riconoscibile dal supporto della tela a quello del telaio. Del tutto diverso è invece l’approccio di artisti che scelgono il filo come materia prima di una pratica, che alla fine è condizionata dalla stessa materia, e che ovviamente è slegata da un discorso legato al design industriale. Diverso e complesso nella sua definizione, pur dovendo riconoscere l’assoluta ‘semplicità’ e ‘naturalezza’ della materia e dell’oggetto, che ha a che fare con qualcosa che attiene all’esperienza quotidiana di chiunque: il filo con cui sono fatti i vestiti che indossiamo. Complesso perché le opere di questo tipo si insinuano un po’ ovunque senza essere definibili in un modo univoco: arte bidimensionale, scultura, installazione, ma soprattutto sedimento di un’attività performativa. Più di altre modalità creative dell’arte contemporanea, la knitting art evoca il lavoro compiuto dall’artista che si è fatto sarto e si è messo a cucire trame o dipanare matasse seguendo le modalità di un lavoro umile e artigianale millenario. “La felicità è simile, per così dire, a un lavoro femminile che indolenzisce le spalle, a un ricamo”, dice Renée nel dramma Madame de Sade di Yukio Mishima. Ecco, nelle opere di chi ha deciso di lavorare con questa materia senti l’indolenzimento delle spalle dell’artista, ben più di quanto si possa avvertire la potenza muscolare dello scultore o l’affaticamento oculare del videoartista.

Scott Judith

Judith Scott, “Untitled”

Il filo, inoltre, evoca connotazioni significative. Anzitutto stringe saldamente il legame con l’esperienza quotidiana, come ho detto prima, innescando un dialogo muto tra l’opera e i vestiti dell’osservatore. Da qui ne consegue la doppia valenza sociale. Da una parte il filo e le sue trasformazioni hanno a che fare con la fruizione individuale, personale, quasi intima: il vestito è specchio della personalità oppure entra nel gioco del come si vuole apparire, dunque è strettamente legato all’individuo. Dall’altra, di conseguenza, hanno una valenza sociale, pubblica: sono uno dei nostri interfaccia con il mondo, uno dei nostri canali di comunicazione con gli altri. La delicatezza fragile del filo si trasforma così in potente e solida connessione: il filo collega e ci fa ritrovare la strada, ma può essere anche strumento di legame, controllo, condizionamento. Al tempo stesso, il filo nel suo utilizzo più proprio si annulla perdendo la propria riconoscibilità e diventando invisibile supporto a un oggetto funzionale, come un vestito o un tappeto: ancora una metafora della società, se si vuole, o semplice constatazione di una proprietà foriera di ulteriori conseguenze. Ma non andiamo troppo in là. E torniamo al filo del filo, alla Biennale Arte.

Lee Mingwei

Lee Mingwei, “The Mending Project”

L’opera The Mending Project del taiwanese Lee Mingwei è esemplare: un lungo tavolo e due sedie (i tre elementi base di una certa tipologia teatrale cinese), tantissimi fili colorati che si proiettano su due pareti. Su una sedia sta l’artista, sull’altra il visitatore che porta con sé un abito o comunque un tessuto danneggiato, che l’artista rammenda e poi aggiunge alla pila di rammendi già eseguiti che stanno sul tavolo. L’opera/azione è un concentrato di possibilità innescate dal riconoscimento del filo come trait-d’union – letteralmente – che consente di ripristinare uno strappo e al tempo stesso di annodare un nuovo legame, sia pure effimero, tra artista e fruitore (fruitore dell’opera e del restauro), che durante il rammendo possono dialogare. L’idea del dialogo, che rimbalza in un’altra sala della mostra, nel progetto Tavola aperta in cui viene allestito un vero e proprio pranzo con tanti avventori che possono dialogare con l’artista seduto alla grande tavolata in mezzo a loro, riporta al tempo stesso al sapore antico dei lavori sartoriali accompagnati dalle chiacchiere (ma anche dagli scambi di sapere) delle lavoratrici e anche alla temperatura tutta ‘contemporanea’ del rapporto attivo tra attore e spettatore. L’opera di Lee è una performance che solo la partecipazione del pubblico può innescare attraverso una richiesta di aiuto (per il tessuto da riparare): l’arte, potremmo dire, attua un’azione riparatrice, riporta a salute ciò che è rotto. E il mezzo ‘medicinale’ e al tempo stesso l’innesco comunicativo è il filo. Che è, ancora una volta, strumento che appartiene a un vissuto privato, ma al tempo stesso comporta una dimensione sociale. E i fili che collegano i vestiti rammendati e i rocchetti appesi alle pareti diventano a loro volta una fitta trama che va a perdersi su un paesaggio multicolore che ha il sapore di una grande carta geografica.

Medalla

David Medalla, “A Stitch In Time”

Analogo, anche se di segno diverso, A Stitch In Time del filippino David Medalla, ormai un nome storico della sperimentazione fin dagli anni ’60. Decennio da cui arriva, ancora orgogliosamente in progress, questo lavoro che consiste in un grande telo che viene arricchito di interventi materiali da parte dei visitatori: fogli, biglietti, fotografie, piccoli oggetti. Il dialogo è questa volta tra il visitatore e l’opera, costituita da un accumulo di oggetti, ricuciti in un patchwork spontaneistico, che pulsa della contemporaneità nella quale l’opera viene esposta. I fili, in questo caso, si moltiplicano diventando supporto a questa sorta di laici ex-voto, che non si riferiscono a grazie ricevute ma si offrono come ringraziamento all’opportunità di essere parte di un discorso aperto.

Lai

Maria Lai, “Lenzuolo”

E sempre dal secolo scorso (ma giustamente riproposta in chiave contemporanea) arriva l’opera dell’italiana (anzi, sarda) Maria Lai, scomparsa nel 2013 all’età di 94 anni. Nel 1981 Lai realizzò uan performance, qui ampiamente documentata, dal titolo Legarsi alla montagna, che esplorava collettivamente i rituali della partecipazione e del gioco attraverso il recupero di una fiaba dell’Ogliastra. L’intero paese di Ulassai (in cui era nata) viene coinvolto per una grande installazione (oggi si direbbe di urban knitting): tante strisce di tela che collegano le case fino alla cima del monte. Ancora una volta il filo viene esaltato nella sua funzione sociale di coesione e legame con il territorio e la natura, mescolando l’evocazione fabiesca, la ritualità arcaica, la riflessione laica ed estetica. Ma all’Arsenale sono esposte anche altre opere di Maria Lai, tra cui un grande Lenzuolo del 1991, su cui l’artista ha ricamato righe che a colpo d’occhio assomigliano a quelle di un libro (e quanto indolenzimento alle spalle di dev’essere stato, viene da pensare). Il filo assolve ancora una volta il compito di collegare chi lo cuce e chi ne usa il prodotto finito, insomma di comunicare: sottratta la leggibilità dei caratteri e delle parole, rimane il gesto puro della scrittura in una “lingua” pura e assoluta, che compone un testo segreto come un codice inintellegibile e al tempo stesso un testo nel quale chiunque può proiettare la propria storia, forse la propria autobiografia.

Ciacciofera

Michele Ciacciofera, “Janas Code”

Non è un caso che Maria Lai abbia usato la cucitura e la tessitura per alcune sue opere. Il filo sta nella storia arcaica della Sardegna, o meglio nella sua mitologia: le janas sono infatti le creature magiche del pantheon antropologico sardo, che insegnarono la cucitura. Le opere di Maria Lai sono dunque, anche, viaggi nella memoria di un popolo e di una terra. Proprio come l’installazione recentissima di Michele Ciacciofera, creata per la Biennale, che si intitola infatti Janas Code: nove tavoli di legno e pareti arredate, che rimandano alle funerarie domus de janas dove appunto abiterebbero queste fate arcaiche. Tanti oggetti, e ancora una volta libri dai caratteri indecifrabili, probabilmente memori proprio dell’opera di Lai, e soprattutto i fili, colorati, che impacchettano altri oggetti, ma che hanno tutte l’evidenza di una presenza propria e ineludibile. Le fate si svelano, ma al contempo mantengono i loro segreti, con una lingua incomprensibile e con il dono magico dei fili e della loro ambigua funzione.

Atiku

Jelili Atiku, “Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back”

Poco oltre, sembrano far eco ai pacchetti di Ciacciofera le opere senza titolo della statunitense Judith Scott (scomparsa nel 2005). Come una jana dei nostri anni, l’artista, nata con la sindrome di Down, compone blocchi materici e li ‘contiene’ usando fili colorati di tessuto: il mistero del contenuto sfuma nella fascinazione del contenitore, che si pone quasi come rammendo ideale di un mondo polverizzato in frammenti. Questa vertigine arcaica risuona anche nell’opera del nigeriano Jelili Atiku Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back, un’installazione che nasce come residuo di una performance. Il riferimento dell’opera è ancora all’universo creativo femminile, tra tradizione Yoruba, abbigliamento tradizionale ebraico e maschere della Guinea. La performance ha radunato donne di diverse parti del mondo per un’azione, il cui esito multimaterico è visibile all’Arsenale, tutto ‘impacchettato’ da un filo che è al tempo stesso una trama vibrante di flussi di energia, che tiene tutti gli elementi fornendo un orizzonte coerente complessivo, ma anche trappola e costrizione.

Neto

Ernesto Neto, “Um sagrado lugar”

Questo senso quasi sciamanico del filo, del tessuto, della condivisione pubblica e di una visione universale e coerente, ritorna nell’opera del brasiliano Ernesto Neto, uno dei maggiori rappresentanti della knitting art, che alla Biennale espone Um sagrado lugar, un luogo sacro: una grande tenda dalle maglie larghe, con un’apertura nella quale i visitatori possono entrare e restare a piacimento. Un’opera estetica e spirituale, che ancora una volta si serve del tessuto per creare relazione, e ancora una volta innesca il doppio rapporto personale-sociale. Da fuori l’installazione ha il fascino dell’intervento imponente e suggestivo: le persone che stanno dentro animano l’opera e le restituiscono la sua ratio più stringente: la tenda come riposo pacificante dall’esterno, come universo a sé stante, coerente nella sua circolarità e nel movimento ascensionale della struttura. Si può stare dentro per ore e perdere la cognizione del tempo e dello spazio.

Rahmoun

Younès Rahmoun, “Taqiya-Nor”

Un movimento ascensionale che sembra ritornare ai fili che collegano la terra a un telaio in cielo, nell’installazione di Yao Huifen Jingwei, the Bird of Continuum, ospitata nel padiglione cinese della Biennale, dove – curiosamente – i rapporti dell’arte e del pensiero cinese vengono mostrati su una parete con fotografie collegate tra loro, ancora una volta, da fili colorati di tessuto. Nella sua funzione di costruzione di tessuti e vestiti, il filo ritorna ancora più volte all’Arsenale, e ancora una volta è portatore di complessità. Taqiya-Nor del marocchino Younès Rahmoun è un’installazione di 77 berretti di lana su altrettanti supporti illuminati: 77 come i gradi della fede islamica, a cui allude anche il titolo composto da due parole che rimandano una a ciò che è velato e l’altra alla luce. Insomma, i berretti attendono di essere sollevati per lasciar uscire la luce che velano? Un’opera profondamente spirituale, che al contrario di quella di Neto non richiede la partecipazione, ma solo la contemplazione. Ma se poi ci ricordiamo che in arabo “lana” si dice suf (da cui la branca ascetica islamica del sufismo), ecco che il piccolo ambiente in cui è esposta l’installazione assume immediatamente un senso analogo – benché altro – rispetto alla tenda di Neto: siamo entrati in un luogo del mistero, dove il soggiorno è come una preghiera, estetica ed estatica, e – a seconda del visitatore – laica o mistica.

Konate

Abdoulye Konaté, “Brésil (Guaraní)”

Si potrebbe, infine, parlare a lungo anche di altri incontri con il tessuto che l’esposizione per Viva Arte Viva offre. Si pensi ai coloratissimi scampoli di tessuto del maliano Abdoulye Konaté, che in Brésil (Guaraní) formano una grande mappa di oltre 7 metri che ricorda certe suggestioni cromatiche di Kupka. In questo caso, l’opera di Konaté non è altro che il diario immaginifico del suo viaggio in Brasile, restituito attraverso il lavoro di cucitura. Con un gusto per i colori che rimbalza nella Escalade Beyond Chromatic Lands della statunitense Sheila Hicks, che a una parete accatasta enormi balle di fibra pigmentata, come grosse matasse soffici e coloratissime che sembrano invitare a toccare, appoggiarsi, rotolare… Oppure si pensi ai tappeti della spagnola Teresa Lanceta, che si confrontano con la tradizione tessile marocchina, innescando confronti di pratiche e, quindi, attraverso di esse, di culture… Culture che a loro volta si sottraggono agli stereotipi, come è il caso di un altro artista marocchino, Achraf Touloub, che trasfigura la tessitura e i fili in trame cucite sul nylon, con catene di ferro che penzolano come fili scuciti. Che a loro volta sembrano ricordare le opere della svizzera Heidi Bucher, scomparsa nel 1993, che negli anni ’70 esponeva biancheria intima femminile cosparsa di colla bianca ottenendo un effetto straniante, come nelle opere visibili alla Biennale… Mentre, infine, altri artisti puntano decisamente sulla realizzazione di vestiti, come la neozelandese Francis Upritchard, che riveste accuratamente le sue sculture di bronzo e acciaio raffiguranti esseri umani con vestiti che sembrano esaltarne l’alterità di personaggi venuti da un mondo altro, ancora una volta al limite dello sciamanico.

Ma sto perdendo il… filo del discorso, e per oggi mi fermo qui.

 

 

Biennale Arte 2017 – Viva Arte Viva, a cura di Christine Macel, Venezia, Giardini-Arsenale, 13 maggio-26 novembre 2017.

 

 

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