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Pasolini - Salò

“Salò o le 120 giornate di Sodoma”

La rivista “Resistenza e nuove resistenze” dell’ANPI di Bologna mi ha chiesto un breve intervento su Pasolini e il fascismo. L’intervento è uscito nel numero di questo mese (febbraio 2018) e lo ripropongo qui, rimandando i lettori al sito dell’ANPI per scaricare l’intera rivista in pdf.

Ha molti volti il fascismo nella vita, nell’opera e nel pensiero di Pasolini. Ha il volto del padre Carlo Alberto, orgogliosamente fedele a Mussolini e, dopo la fine della guerra, nostalgico rancoroso. Ha i volti di politici, giornalisti e militanti che attendevano ogni sua uscita pubblica per riceverlo con un linciaggio, chi a parole con campagne giornalistiche infami, chi a denunce in tribunale cercando di limitarne il diritto di parola, chi con vere e proprie aggressioni fisiche. Ha il volto della borghesia consumistica, incarnazione ultima e definitiva del fascismo, della sua capacità di omologazione delle diversità e di resa in schiavitù economica e di pensiero di popoli interi. Pasolini ha tentato di raccontarlo con i suoi articoli sulla stampa e nelle sue opere, arrivando in Salò o le 120 giornate di Sodoma a portarlo sullo schermo in una visionaria trasfigurazione che maschera la società degli anni 70 nelle atroci torture di gerarchi della Repubblica di Salò inflitte a ragazze e ragazzi spinti all’asservimento totale e incondizionato e all’annullamento della volontà e delle differenze. Perché il fascismo storico per Pasolini, pur sempre odioso ed esecrabile anche nell’esercizio patetico di gagliardetti esibiti e di saluti romani della gioventù degli anni recenti, era poca cosa in confronto alla società dei consumi e all’apparente libertà che essa comportava.

Resistenza

Era questa società, per Pasolini, la più riuscita realizzazione del fascismo, mondato del folklore ormai macchiettistico (anche se tuttora capace di suggestionare): era l’illusione della democrazia, misurata solo sulla base della capacità di acquisto e sulla condivisione dei desideri borghesi del possesso, ben diffusi dall’arma più efficace di distruzione di massa del pensiero, cioè la televisione. Quello che chiamava “genocidio antropologico” aveva annientato la civiltà contadina e la classe operaia, portando tutti ad allinearsi al volere supremo del nuovo Potere.

Quando si rese conto che anche la sinistra aveva ceduto ai miti dello sviluppo economico, rinunciando a una lotta più alta per il progresso umano, e non coglieva l’importanza della conservazione, correndo a briglia sciolte verso una malintesa modernità, Pasolini ebbe il coraggio di guardare altrove, abbracciando le poesie del ‘nemico’ Ezra Pound per quanto di resistenza al dio denaro contenevano. E cercando di vedere i giovani fascistelli di quei primi e turbolenti anni 70 in modo diverso dagli altri. Non come nemici portatori del Male assoluto, ma come ragazzi che solo il caso e l’ignoranza avevano portato ad abbracciare un’aberrante ideologia. Era a questi ragazzi che Pasolini si rivolgeva nel suo ultimo periodo, cercando non di demonizzarli, ma di portarli a ragionare sui loro errori: “Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ un atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane ad una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso”. E questa riflessione, scritta un anno prima di essere ucciso (e ancora una volta, da morto, insultato e aggredito dai giornali di destra), è forse quella oggi più importante in un periodo in cui il nuovo fascismo borghese-consumista ha ormai definitivamente vinto, mentre il ‘vecchio’ neofascismo rialza sempre più spavaldamente la testa reclutando – tra le file del più ottuso nazionalismo, razzismo, sessismo e annullamento delle differenze – sempre più giovani per “disperazione e nevrosi”, senza che ci sia qualcuno o qualcosa capace di offrir loro una “diversa esperienza” nella vita, “un solo semplice incontro”. Magari con le parole e la tensione civile di Pasolini.

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