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Nicola Borghesi 1

Una baraccopoli abbandonata e dimenticata diventa improvvisamente allettante per affaristi senza scrupoli che ordinano lo sgombero. Sono decine, centinaia le storie di sgomberi di terre e case neglette sulle quali si appuntano gli sguardi (spesso avidi, talvolta in buona fede) di politici e imprenditori. Quella volta, Cesare Zavattini raccontò uno sgombero di massa, dove i cattivi-cattivi cacciavano i buoni-buoni, non a caso guidati da un personaggio di nome Totò-il-buono. Ma quel racconto, che assommava allegoricamente le drammatiche peripezie di migliaia di poveri sottoproletari del dopoguerra, era una fiaba: i buoni-buoni, alla fine, aiutati dalla magia, volavano via cantando “Ci basta una capanna / per vivere e morir / ci basta un po’ di terra / per vivere e morir / chiediamo un par di scarpe / e anche un po’ di pan / a queste condizioni / crederemo nel doman / a queste condizioni / crederemo nel doman”… Ci pensò poi Pasolini, esattamente dieci anni dopo il film di Vittorio De Sica Miracolo a Milano, a raccontare un’altra fiaba sulle baraccopoli e sui sottoproletari, Accattone. Una fiaba nera. Una fiaba tragica. Dove Totò-il-buono, con tutti i suoi compagni buoni-buoni, veniva soppiantato da una realtà più vera, quella di Accattone il magnaccia: povero Cristo, che nella contraddizione del suo essere buono e cattivo al tempo stesso mostrava più limpidamente la sua umanità e l’umanità – complessa e contraddittoria, ma non per questo meno sacra e intoccabile – dei sottoproletari delle baracche.

Mi è tornato in mente tutto ciò assistendo allo spettacolo di Nicola Borghesi Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso. Per sgomberare subito il campo da possibili fraintendimenti, dico subito che si tratta di uno spettacolo ben fatto, piacevole, intelligente, ben diretto, ben interpretato e soprattutto con una notevole cura drammaturgica. Al di là dello sguardo “da addetto ai lavori”, come semplice spettatore, aggiungo che si tratta di uno spettacolo suggestivo e intrigante. Ma qualcosa non torna. Perché ci riporta indietro alla fiaba di Zavattini e De Sica, ma in un contesto radicalmente diverso, facendo affogare in un’empatia sentimentale – alla Frank Capra (che io adoro), per intenderci – ciò che più efficacemente avrebbe forse richiesto un diverso linguaggio. Politico?

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Teatro politico o teatro empatico? Trasformando Il giardino dei ciliegi in una storia tutta bolognese – e tutta emblematica delle ambiguità della politica bolognese – Borghesi sceglie effettivamente di condurre il discorso intrecciando i due piani: politica (poca) ed empatia (molta). Con il sapore di un discorso verista o neorealista enunciato con un linguaggio contemporaneo postdrammatico (qualche critico ha tirato in ballo Milo Rau o i Rimini Protokoll, le cui scelte – per la verità – sono radicalmente diverse). L’atto d’accusa contro quella che un tempo si definiva la Bologna bottegaia, ben incarnata dall’apice simbolico di quest’ultimo anno, cioè il centro commerciale alimentare FICO, prende le sembianze di un atto d’amore verso una coppia di sgomberati, finiti nel tritacarne delle convenienze economiche e degli interessi politici, e ora senza più nulla. L’accusa è precisa, incalzante, travolgente. L’amore anche. E alla fine non sai se essere più arrabbiato con il Comune di Bologna che ha sacrificato l’umanità per permettere la nascita di FICO, oppure se essere più innamorato di Annalisa e Giuliano che hanno dovuto abbandonare la loro vita precedente ma non per questo la loro umanità. Il bel cortocircuito suggerito, che sovrappone (in modo intelligente e acuto) la loro storia al Giardino di Cechov, non aiuta in questo senso: si tratta certamente di un formidabile dispositivo drammaturgico, ma è a sua volta ambiguo, sia nei contenuti che più in generale. Nei contenuti, la commedia di Cechov parla della caduta di una famiglia un tempo ricca, in un ambiente tutto alto-borghese, nel quale i meccanismi della proprietà e del commercio erano basilari e condivisi. Il giardino dei ciliegi porta in evidenza i giochi mercantili che fanno e disfano fortune, a dispetto dei sentimenti, illustrando attraverso il particulare l’avvicendamento storico dalla proprietà terriera aristocratica alla rampante nuova borghesia. Qui, invece, parliamo di altro: di una famiglia che vive ai margini, con un proprio lavoro e una propria dignità, e che ha rifiutato, proprio con il suo posizionamento ‘marginale’, di sottostare a quei modelli che pure le vittime del Giardino condividevano con i loro sfruttatori. No, Annalisa e Giuliano quei modelli li avevano proprio rifiutati, vivendo serenamente per 30 anni in una casupola nella campagna periferica di Bologna, concessa in comodato d’uso dal Comune, per vivere nella pienezza della vita che si erano costruiti, portando avanti, con la loro associazione, un lavoro riconosciuto dalle stesse istituzioni per il controllo della fauna e altre azioni socialmente importanti (sistemazione provvisoria di animali per conto delle autorità, soppressione di piccioni in esubero, accoglienza di detenuti, ecc). Due concittadini di cui i bolognesi non si sono mai accorti, sperduti laggiù in pianura, nel loro mondo in una campagna animata da tante bestie, e però socialmente utili, utilissimi. Perlomeno finché non sono arrivati i dollaroni. Cioè finché non si è pensato di creare, proprio lì, il Grande Centro Commerciale Alimentare che avrebbe dovuto rilanciare la centralità bolognese del cibo. Bologna la grassa si apprestava, dunque, a riscuotere le ricchezze di cotanta fama. Alle spalle, tra gli altri, proprio di Annalisa e Giuliano, sfrattati da quella casupola che avevano in comodato d’uso e dove svolgevano un servizio pubblico, e spediti nel famigerato residence Galaxy, zattera cementizia per sgomberati.

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Questa è la storia raccontata nello spettacolo, che si sovrappone e interseca con quella di Cechov, portando alla luce snodi analoghi, anche se – come dicevo – si tratta di storie e contesti assai diversi. Proprio per questo, il Giardino di Borghesi (al netto dell’ottima riuscita artistica) non centra la vera questione, rischiando di porsi più che altro come dispositivo narrativo virtuosistico. Insomma, il parallelismo è suggestivo, ma non ci racconta esattamente cosa stia avvenendo. Perché Borghesi trasferisce su un piano mitico la realtà, smorzandone di fatto la drammaticità e la problematicità. Certo, è sempre utile parlare per metafora, ma allora forse sarebbe meglio mantenere la metafora fino in fondo anziché svelarla ogni volta, per giunta in modo insistente. Perché poi, quando a parlare sono Annalisa e Giuliano – protagonisti nella vita vera e ‘personae’ nello spettacolo – tutto il resto svanisce, e rimani davvero a bocca aperta (e con commozione) ad ascoltarli. E proprio da queste fratture emerge il disagio, tra il seguire le evoluzioni dei pur bravi attori (a tratti istrionici, come nel monologo alla Dario Fo dei murales di Blu) che recitano delle parti oppure che recitano il loro non recitare e il parlare dimesso ma formidabilmente potente dei due ‘pezzi di vita vera’ che dicono la loro storia oppure che fanno finta di recitare. Quando la realtà e il suo ‘mito’ (cioè il suo racconto) si presentano a calcare lo stesso spazio, il secondo rischia sempre di soccombere rispetto alla prima.

Da qui ne consegue un’altra impressione di disagio, che peraltro è molto ben presente allo stesso autore, tanto da dichiararla intelligentemente, inserendola nell’enunciazione stessa della storia. E cioè che il racconto dello sgombero della povera coppia è fatto da artisti di un’altra fascia sociale, e che lo spettacolo stesso è incommensurabilmente inadeguato nel restituire il racconto di quelle vite e di quella storia. Insomma, si tratta di un’ambiguità ideologica irriducibile e irrisolvibile, di cui Borghesi è cosciente e che porta alla ribalta in particolare in una scena che ho trovato piacevolmente esemplare: quella in cui Lodovico Guenzi (che è in scena insieme allo stesso Borghesi e a Paola Aiello) racconta il suo ingresso a FICO. Guenzi è il cantante del gruppo indie Lo Stato Sociale, che al Festival di Sanremo ha sbancato con Una vita in vacanza, hit orecchiabile e divertente per tutti. Bene, dopo averci raccontato dello sgombero di Annalisa e Giuliano per far posto alla cosiddetta “riqualificazione dell’area” (perché i politici e gli affaristi sanno nascondere bene le azioni dietro le parole) in vista della creazione di FICO, Guenzi confessa di essere entrato nel famigerato Moloch inviso a tutti gli antagonisti, e di aver sentito proprio lì la sua canzone mandata come sottofondo durante il rito consumistico-mangereccio. Mentre lo dice sta lì, in proscenio, immobile, come paralizzato, anzi sicuramente paralizzato, impotente, mentre la canzone la sentiamo anche noi… e ci verrebbe voglia di cantarla, di ballarla come l’ultraottantenne Paddy Jones, di comprare anche noi la mortadella dop o il cotechino igp… Insomma, è FICO il mostro? O forse non siamo noi stessi quel mostro, per colpa della nostra indifferenza, o della nostra complicità, o del fatto che ci chiamiamo Lo Stato Sociale e andiamo a Sanremo, o del fatto che da buoni borghesi andiamo in un teatro borghese a vedere i poveri Annalisa e Giuliano e a sentire la loro storia prima di tornarcene nelle nostre case e continuare la nostra vita tra il lavoro, il dopolavoro e un saltino al centro commerciale…? Sia chiaro che il punto non è la contraddizione, che è sana perché vera (mentre occorre diffidare dai duri-e-puri!), e che Guenzi ha il coraggio di esplicitare in quella scena così semplice e così significativa. Il punto è che bisogna stare attenti a non cadere in un altro rischio. Che invece, secondo me, è quello in cui Il giardino dei ciliegi cade e che lo rende, come dicevo, intrigante ma anche ambiguo.

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Come dicevo, la consapevolezza della differente condizione sociale degli attori professionisti e dei due attori non professionisti è dichiarata, così come il punto da cui si parla: quello di due che sulla loro pelle hanno vissuto lo sgombero (tanto legittimo quanto disumano), e quello di giovani artisti che cercano di trovare una storia interessante per fare uno spettacolo che faccia colpo. La dichiarazione avviene correttamente con una esposizione di sé, senza nascondersi dietro altri nomi. Insomma, in modo insistentemente autobiografico. Ed è a questo punto che cade il discorso, perché, giustamente, di fronte a due persone così ‘incredibili’ (per i nostri standard) come Annalisa e Giuliano, nessuno può rimanere davvero indifferente. E infatti Borghesi e gli altri non rimangono indifferenti, scivolando sull’emozione. E sul buonismo. Il punto, insomma, è che, per tutto lo spettacolo, l’emozione più forte non è l’indignazione, la presa di coscienza, il furore politico, la condanna del consumismo e dell’affarismo, la denuncia del genocidio antropologico (Pasolini), ma il grande amore per i due protagonisti. Annalisa-la-buona e Giuliano-il-buono sono visti con gli occhi zavattiniani di chi canterebbe “Ci basta una capanna / per vivere e morir / ci basta un po’ di terra / per vivere e morir…”: se si segue con attenzione la loro storia così come viene raccontata in questo spettacolo, i versi della canzone di Miracolo a Milano sembrano adattarsi molto meglio dei dialoghi di Cechov. Al contrario di Milo Rau o dei Rimini Protokoll, incorrettamente evocati dai critici, Borghesi non porta in scena persone del mondo reale, ma la loro proiezione innamorata. “Com’è buono lei…”, diceva Fracchia, il personaggio di Paolo Villaggio. Come suono buoni loro…, dicono in continuazione Nicola, Paola e Lodovico, raccontandoci di quanto sono rimasti impressionati andandoli a trovare, di quanto sia magica la casupola piena di gabbie in cui vivevano, e così via. Come sono buoni che, pur avendo poche decine di euro in banca (lo ripetono almeno due volte), li hanno invitati a pranzo e hanno cucinato il polipo (lo ripetono più volte)… Scena dopo scena Annalisa e Giuliano tendono a evaporare, mentre al loro posto si materializzano le dichiarazioni d’amore nei loro confronti, come in una trasmissione alla Barbara D’Urso o alla Magalli, quelle che ci dovrebbero smuovere alla lacrimuccia o perlomeno all’empatia per il caso personale, testimoniato da amici che cantano le virtù dei malcapitati di turno. Il disagio cresce con il crescere delle lodi nei confronti di Annalisa e Giuliano. Ma che spettacolo è, allora? Lo spettacolo che racconta la fascinazione di Nicola, Paola e Lodovico per questi due anti-eroi della Città della Mortadella? Anzi, che racconta il loro innamoramento per due buoni-buoni-che-più-buoni-non-si-può?

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Sono rimasto a lungo sospeso in questo disagio, pur nell’apprezzamento dello spettacolo, senza sapere come metterlo bene a fuoco, finché Facebook non è arrivato con la rivelazione, grazie a un post scritto proprio da Nicola Borghesi lo scorso 3 aprile, in cui è scritto “Da qualche anno abbiamo deciso che il nostro lavoro è tentare di magnificare le identità delle persone. Le due persone con le quali abbiamo stretto il rapporto di magnificazione più stretto sono Giuliano e Annalisa”. Ecco, appunto. Magnificare le persone. Il processo sembra simile a quello di tante altre esperienze teatrali che portano le persone in scena per raccontare sé stessi, ma il senso è un altro: non raccontare un pezzo di realtà, non stimolare una consapevolezza critica o politica, ma magnificare le persone. Parola dal significato inequivocabile e che – come suol dirsi – taglia la testa al toro. Il vocabolario Treccani dice che “magnificare” significa “esaltare con parole di alta lode; vantare con lodi esagerate, decantare”. E in effetti questo abbiamo visto nello spettacolo: l’esaltazione e la lode esagerata di Annalisa e Giuliano. Accompagnata certamente da una critica alla Bologna consumista che annulla le diversità, ma vista più che altro come una spiacevole fatalità, un po’ come la perdita del giardino dei ciliegi a cui Ljuba non può sottrarsi. E alla fine, il racconto non suscita indignazione o presa di coscienza, ma instilla solo un sapore malinconicamente dolceamaro, come quello che accompagna la fine di qualcosa di bello, attutito dal fatto che comunque Annalisa-la-buona e Giuliano-il-buono sono qui con noi, nell’innegabile empatia che riescono a creare. E te li aspetti da un momento all’altro prendere la scopa volante di Miracolo a Milano, rinnovare quel miracolo a Bologna, scappando “verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno” e ricostruire il loro piccolo mondo antico e agreste. Quella stupefacente Arcadia che erano riusciti – a nostra insaputa – a preservare prima che i tentacoli di FICO si appropriassero di quel lembo estremo della città, trasformandolo nel luna-park della mortadella e del cotechino, dove correre tutti quanti per sentirsi perennemente e favolosamente in Una vita in vacanza.

 

Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso, ideazione e drammaturgia Kepler – 452 (Aiello, Baraldi, Borghesi); regia Nicola Borghesi; con Annalisa e Giuliano Bianchi, Paola Aiello, Nicola Borghesi, Lodovico Guenzi; regista assistente Enrico Baraldi; assistente alla regia Michela Buscema; luci Vincent Longuemare; suoni Alberto “Bebo” Guidetti; scene e costumi Letizia Calori; video Chiara Caliò; foto Luca Del Pia; produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione. Prima assoluta: Bologna, Arena del Sole, 17 marzo 2018.

Visto a: Bologna, Arena del Sole, 23 marzo 2018.

 

 

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