Nel nome dei padri e dei figli

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“When the rain stops falling”

Non volevo ritornare sull’allestimento di When the rain stops falling diretto da Lisa Ferlazzo Natoli. Quello che avevo scritto due anni fa, in occasione della mise en espace preparatoria, non ha bisogno di aggiunte, se non per dire che il risultato finale è eccellente e che tutte le promesse di allora sono state mantenute oltre le aspettative. Insomma, la regista ha mantenuto rigore ed equilibrio, riuscendo a portare a termine l’impresa di dare corpo e vita a un testo magnifico, grazie a ottimi e appassionati attori e a uno studio dello spazio e delle luci di grande sensibilità ed efficacia. Insomma, cosa potevo aggiungere? Poi, è successo che negli questi stessi giorni in cui ho visto lo spettacolo, ho anche potuto vedere un film d’animazione di qualche anno fa, Tokyo Godfathers, e al Festival di Sanremo ha vinto la canzone Soldi. E tutto ha assunto una piega differente.
In soli tre giorni tre opere diversissime tra loro da tutti i punti di vista hanno insistito su un tema analogo. L’eredità paterna e materna. Il distacco generazionale, tra incomprensione e abbandono. La responsabilità di tanti Saturni che divorano i propri figli, o semplicemente li abbandonano o semplicemente non li capiscono. E, specularmente, la difficoltà della responsabilità di figli negletti nel recuperare il terreno ignoto dell’autostima e dell’affermazione di sé, provando – forse inutilmente – a rinsaldare la frattura genitoriale.

Dell’opera scritta da Andrew Bovell e diretta da Ferlazzo Natoli ho già scritto e a quelle parole rimando. Il senso da tragedia greca delle colpe dei padri che ricadono sui figli si stempera attraverso la sensibilità moderna della crisi dell’identità individuale per approdare alla pessimismo postmoderno in cui tutti i piani si fondono e confondono senza più prospettive future che non siano l’incombere della fine. Qui il rapporto tra genitori e figli è sotto il segno della ferita se non della vera e propria asportazione. La madre allontana il padre pedofilo da un figlio, che a sua volta si allontana da lei alla ricerca del padre sconosciuto, e che trova una ragazza figlia di genitori suicidi. Dalla loro unione nasce un figlio che non conosce il padre (morto prima della sua nascita) e che si allontana da madre e patrigno, e che poi abbandona a sua volta il figlio. E’ una sequenza incalzante e spietata di errori, di distanze, di separazioni, di negazioni del rapporto paterno-materno-filiale. Il tutto scolpito a sbalzo su una pioggia incessante che attraversa i decenni, dal nostro passato al nostro futuro, e che grava sul plot come un presagio apocalittico (la sensazione della scultura a sbalzo mi viene, nel caso specifico di questo spettacolo, dalla qualità visiva del rapporto con lo sfondo e con le luci che si impastano con i corpi degli attori portandoli in un rilievo che però li tiene legati, quasi imprigionati, anzi invischiati in quello sfondo di pioggia).

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“Tokyo Godfathers”

La nemesi degli abbandoni assumeva toni tragicomici nel film d’animazione Tokyo Godfathers di Satoshi Kon, realizzato nel 2004, quattro anni prima la scrittura del testo di Bovell: un labirinto di tracce e false piste sul tema genitoriale, che parte dal ritrovamento di una neonata, abbandonata in mezzo alla spazzatura, da parte di tre senzatetto, che decidono di rintracciare gli snaturati genitori. Ma questa sorta di sbilenca Sacra Famiglia che adotta la piccola proprio nella notte di Natale non solo naviga a vista nella precarietà dell’esistenza, ma trascina dentro di sé un dolore ben più grande, che ancora una volta ha a che fare con la famiglia. Il “padre” di questa Sacra Famiglia fa credere di essere un ciclista che non è stato in grado di salvare la vita della figlia malata e, a cascata, della moglie, ma si scopre in realtà aver semplicemente abbandonato la sua famiglia, ròso dalla colpa di aver sperperato il denaro. La “madre” è una trans che scarica sulla trovatella il dolore di essere stata a sua volta abbandonata alla nascita, trovando rifugio presso la tenutaria di un locale notturno che lei chiama madre. E la terza è una ragazzina, che è fuggita di casa dopo aver accoltellato il padre, accusato di non avere mai tempo per lei e disponibilità di ascolto. Questi tre esemplari del fallimento dell’accoglienza e del dialogo familiare, che nel loro ménage nella baracca reiterano l’incomunicabilità e l’astio reciproco, diventano così paladini della riunificazione, attraversando l’intera Tokyo per riportare la neonata ai genitori, sotto una neve incessante, che – come la pioggia di When the rain stops falling – scandisce la storia come una misteriosa volontà divina che si manifesta sotto forma meteorologica per esaltare la terribilità degli eventi.
Durante la narrazione sono innumerevoli le esche su questo tema (il padre che deve accompagnare la figlia alle nozze, l’accogliente famiglia del killer straniero…), così come le agnizioni (portando a riconciliazioni più o meno esplicite fra genitori e figli), così come i colpi di scena (i genitori della neonata che in realtà non sono i veri genitori)… Al di là dell’inevitabile lieto fine, il film porta con sé il senso della difficoltà di un dialogo paterno-filiale, che si trascina per scontri e fratture. Ormai archiviato il fin troppo canonico e sopravvalutato complesso di Edipo, del tutto assente dal testo di Bovell così come dal film di Kon, la società contemporanea deve fare i conti con ben altro complesso che sembra attanagliarla: il senso di inadeguatezza, la paura della responsabilità, il rifiuto dell’identità. Il timore dei padri non risiede nella futura paternità dei figli, ma nel disagio della propria condizione e nello stallo delle proprie azioni e dei propri sentimenti. E i figli non uccidono più i padri, ma hanno solo bisogno del loro amore. Un dialogo apparentemente impossibile, il cui fallimento getta le basi di un intero fallimento sociale.

Mahmood
Mahmood

La canzone Soldi di Mahmood arriva a dare il suggello a questo orizzonte, facendo rimbalzare nelle periferie urbane italiane le atmosfere anglo-australiane di When the rain stops falling e quelle giapponesi di Tokyo Godfathers, e ridefinendole in un ambiente domestico nel quale pressoché chiunque può riconoscersi: dunque, non casi-limite come quelli descritti nello spettacolo e nel film, ma la classica – e non per questo meno terribile – “normalità”. Che è quella della famiglia borghese nella quale gli affetti sono sostituiti dalla preoccupazione per i beni materiali. L’incomunicabilità tra genitori e figli, l’incolmabile divario è qui rappreso nel mantra dei “soldi”: di fronte a un adolescente in cerca di riferimenti e di amore, l’ossessione paterna per i soldi, che simboleggia tutte le ossessioni materiali genitoriali che i figli conoscono bene (per esempio, la costante preoccupazione perché il figlio mangi, in assenza di analoga preoccupazione che il figlio stia bene nel profondo), scava uno straziante abisso comunicativo con chi – al di là della materialità – ha bisogno di altro dal mondo degli affetti adulti. Ragazzi che chiedono amore e ricevono soldi, giovani che tornano a casa con l’entusiasmo di una scoperta o di un’emozione e trovano genitori che chiedono solo se hai fatto i soldi: “Pensavi solo ai soldi soldi / Come se avessi avuto soldi / Dimmi se ti manco o te ne fotti / Mi chiedevi come va come va come va / Adesso come va come va come va / Ciò che devi dire non l’hai detto (…) Io da te non ho voluto soldi…”.
Mahmood ribalta la tradizionale esaltazione del successo cantata da molti rapper, offrendo parole come testimonianza di una inadeguatezza genitoriale nel rispondere a un anelito filiale non verso il successo, i soldi, l’affermazione materiale, ma verso la comprensione. E che accomuna la confessione di questa canzone alla ricerca di Gabriel Law in Australia o alla dimessa e straziante richiesta di Andrew Price di rivedere il padre che l’ha abbandonato, o ancora alla coltellata di disperazione della piccola Miyuki che cerca di richiamare l’attenzione del padre alla propria esistenza o alla disarmante pietas della figlia abbandonata che dice al padre Gin che per lei non era importante il benessere materiale ma la sua presenza. E a questo punto non serve più il presagio apocalittico di un incessante fenomeno meteorologico, che sia pioggia o neve, perché l’apocalisse entra dentro le piccole e normali vite di chiunque, sotto qualsiasi cielo, e si manifesta nell’incessante tormenta di parole spezzate e di ossessioni materiali che si abbattono nel quotidiano delle relazioni familiari.

 

When the Rain Stops Falling (Quando la pioggia finirà) di Andrew Bovell; da un progetto di lacasadargilla; regia Lisa Ferlazzo Natoli; traduzione Margherita Mauro; con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro, Francesco Villano; scene Carlo Sala; costumi Gianluca Falaschi; disegno luci Luigi Biondi; disegno del suono Alessandro Ferroni; disegno video Maddalena Parise; produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due con il sostegno dell’Ambasciata d’Australia e Qantas. Prima assoluta: Bologna, Arena del Sole, 6 febbraio 2019.
Visto a: Bologna, Arena del Sole, 7 febbraio 2019.

Tokyo Godfathers (Giappone, 2003); regia Satoshi Kon, Shôgo Furuya; soggetto Satoshi Kon; sceneggiatura Satoshi Kon, Keiko Nobumoto; fotografia Katsutoshi Sugai.

Soldi di Mahmood, Dario Faini, Charlie Charles; Island Records, 2019.

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