Centi, furore e solitudine dell’eroe

“Era un poeta vero e completo negli umori che lo rivestivano, nelle rabbie che lo frequentavano, nelle lucide intuizioni, negli entusiasmi generosi e negli addolorati risentimenti”: così Roberto Roversi ricorda Gilberto Centi, scomparso nel 2000 a soli 53 anni, di cui esce finalmente, esattamente 20 anni dopo la morte, il volume che raccoglie parte delle sue scritture: Il diario dell’eroe. Una costruzione per “approssimazione”, come sottolinea il curatore Vincenzo Bagnoli, al progetto complessivo di Centi: un “diario” in forma di poesia e prosa, disseminato in una quantità di parti pubblicate e inedite e di performance, che coincide quasi con la sua stessa vita, suggerendo l’idea di un progetto di per sé utopico. Questa prima traccia in volume del “diario” infinito di Centi aiuta non solo a ricucire quei fili disseminati, scoprendone un’importante unitarietà concettuale e letteraria, ma anche a ricordare il suo stesso autore, che a Bologna per 25 anni, dal 1975 alla morte, ha vissuto e lavorato, e soprattutto osservato una realtà in grande trasformazione sociale e politica, avendo sempre due grandi punti fermi: l’avversione a ogni forma di potere e omologazione, e la scrittura come strumento principale per manifestare quella avversione. Qualche giorno fa Loredana Alberti, compagna di strada in molte avventure di poesia, ha parlato, commentando l’uscita del libro, della “tragicità sconsolata e nello stesso tempo l’eroico furore di Gilberto, di Roberto [Roversi], di poeti che vivono nel silenzio e nell’ombra con il caldo dell’altro umano che consola, sconsola”: e mi sembra una delle sintesi più belle.

Gilberto Centi si trasfigurava nella poesia, che era la sua dimensione più propria, il linguaggio nel quale ricuciva i fili della sua vita, del suo pensiero, del suo dolore. Un linguaggio profetico-apocalittico, temprato in antifona sul ritmo rock che era la colonna sonora delle sue giornate, e al tempo stesso temperato alla lezione della scrittura americana dove la poesia beat sfuma nel pop, allargandosi in versi ampi fino alla prosa, ma capace anche di recepire gli echi di un decadentismo o crepuscolarismo italico, apparentemente quanto di più lontano dalla sua adesione a una controcultura alternativa e antisistema. Insomma, una poesia unica, complessa, contorta, costruita per concrezioni concettuali e verbali, visionaria e dolente. Uno squarcio sulla pelle, che lascia intravedere un corpo messo a nudo e un’anima indifesa. La poesia era il suo modo di difendersi. E di ironizzare su di sé. Consapevole di come la centralità del suo universo corrispondesse alla marginalità di quell’universo che spiava dal suo punto d’osservazione.
Ciò che mi ha sorpreso di più nel libro è il fatto che l’unica epigrafe presente all’inizio di una sua poesia siano dei versi di Giovanni Pascoli dall’opera La Poesia (p. 53). Non te lo immagineresti nel rivoluzionario movimentista, alternativo e underground, che giustamente le diverse testimonianze pubblicate nel volume raccontano. Soprattutto se poi ritrovi un’altra poesia di Pascoli, L’ora di Barga, citata abbondantemente in un altro brano (p. 146): due indizi sono più di una casualità. Il fatto è che i poeti veri non si muovono per etichette e categorie, ma si riconoscono tra loro quando il dolore precipita nei versi, quando “Nostalgia arriva con Tristezza che le fa da palo” (p. 30). D’altra parte, sempre nelle poesie riportate in questo libro, non è un caso che praticamente l’unico altro poeta citato in modo significativo, oltre a Pascoli, sia Sandro Penna, in occasione della sua morte. Pascoli e Penna (e sì, c’è anche una citazione di Pasolini). Se ne rende conto Centi a un certo punto, quando parla del suo “comunismo ipersentimentale”, del suo essere “decadente e romantico. oggettivamente impossibilitato a portare avanti un discorso rivoluzionario coerente”, della sua “sensibilità sfrenata”, del “pandemonio sentimentale” della sua “cultura borghese” (p. 169), evidentemente macerato in questa che avverte ingiustamente come contraddizione.

Veniva dall’Aquila, con cui aveva un legame forte e contraddittorio, e ha scelto Bologna: “sapeva che la Provincia è il cuore vivo del Paese. da quel cuore era fuggito. e certe volte se ne compiaceva. e però quando vi tornava di questo sentimento un po’ si vergognava” (pp. 75-76). Due città estreme: le radici materne e popolari da una parte, ingabbiate tra le montagne, e la grande città universitaria, della politica e dei movimenti dall’altra, spalancata sulla pianura. Due città che hanno una cosa in comune: sono lontane dal mare. E allora è nuovamente sorprendente che il mare sia un’ossessione ricorrente nella scrittura di Centi, anzi una costante presenza evocativa e fisica. Il mare da una parte, quasi sempre vasto e minaccioso, e la sua piccola stanza dall’altra. Due luoghi, uno ideale e uno concreto, imprescindibili nella sua opera. Due spazi assoluti e fondanti. La stanza era davvero il suo microscopico appartamento bolognese, in via del Fossato (coincidenza fortunata di un nome evocativo di uno spazio chiuso, di un castello impenetrabile), nel quale rinchiudersi ambiguamente contro gli attacchi esterni: “la stanza era il carcere. la cancrena. e tu a dibatterti” (p. 24). Un appartamento che racchiudeva il suo universo: non che non ne uscisse – Centi non era il ‘recluso’ Holan, e neanche l’amato e riservato Roversi –, ma quell’appartamento era a misura del suo abitatore, era la sua estensione, era lo spazio testimone della sua scrittura, e nel suo immaginario era diventato lo spazio in cui la sua scrittura diventava a sua volta spazio.
Diario dell’eroe, l’opera che apre il libro a cui dà il titolo, è folgorante da questo punto di vista, con una perfetta descrizione topografico-visionaria della sua condizione di anti-eroe, fin dall’incipit:

al centro della stanza – accerchiato – preferì ancora la veglia.
dinanzi il clamore dell’oceano.
a destra il ragno.
a sinistra il muro livido di buio.
e alle spalle colpi di pistola. (p. 23)

Eroico e perdente, forse eroico in quanto sconfitto o dolente: “lui seduto sopra una sedia di paglia. a un passo dall’oceano” (p. 29), oppure “sul letto. disteso. faccia a soffocarsi sopra il cuscino. a piangere e piangere” (p. 141). In questo autoritratto anti-vitalistico si intrecciano il dato esistenziale e quello politico. La “vita disseminata di colpi di pistola” (p. 24) è affrontata nelle notti insonni in cui “combinare l’intrigo tra Sogno e Pratica nel mondo” (p. 26), “nell’ora più tenera e indifesa – quando arriva la polizia travestita” (p. 79): e si noti il potente corto circuito tra l’immagine quasi romantica della notte “tenera e indifesa” con l’irruzione del dato cronachistico-politico, come a suggellare la doppia tensione della sua scrittura e del suo pensiero.La rivoluzione comunista o l’antagonismo passavano per Centi attraverso l’intensa inquietudine di chi si sente sradicato e straniero ovunque si trovi, fosse pure al centro della sua stanza assediata dal mare:

e tu ripeti che non debbo distrarmi – tener d’occhio l’azzurro
a toppe / il cielo artigianale di carletto /
e insomma che la Rivoluzione è stata Fatta.
allora m’avvicino con tutto il pianto di provincia
che mi caratterizza e grido andiamo
e mi guardi e mi guardate
(…)
allora –compagno– mi guardo attorno
e trovo che si potrebbe far qualcosa, azzardo: 
«potremmo sostituirlo noialtri, il mare.” (p. 115)

Sarebbe da tuffarsi in quel mare evocato da Centi, e magari annegarcisi, come probabilmente faceva lui, eroicamente, quando scriveva ossessivamente quel nome: “Il mare sta dappertutto” (p. 145). Perché “il mare gli arrivò al collo. Lo prese con impeto per la gola e lo baciò sulle labbra” (p. 146). Perché

il mare è l’altro mondo dove il respiro manca.
il mare è suono. è un falso allarme. è un animale.
è l’altro me che aspetta al varco / aspetto straniero e dondolante.
mare è la distanza che ci separa dal sogno (p. 99).

Perché “il nemico è il mare” (p. 120) eppure è anche “l’essenziale: il mare” (p. 115).
La scrittura di Centi ha un’ispirazione quasi profetica (in senso biblico), ma capace di recepire anche i toni più intimi e chiaroscurali, come se i due livelli – i due sguardi sulla realtà – si completassero l’uno con l’altro. La grande visione di brani di prosa poetica come I simulatori o Storia in punti di fuga, sostenuta da un’imponente anafora dal respiro ginsberghiano (“quando… quando…”, “mentre… mentre…”), spalanca lo sguardo sulla Storia, in cui la realtà del conflitto si sposa con il sogno della Rivoluzione, e dove riecheggia il clima rovente di una Bologna movimentista o antagonista: “corse ma un poliziotto biondastro più lesto degli altri sparò. lui cadde. quello ancora sparò. / il ragazzo capì e non capì come forse succede quando si muore – disteso per terra – tra guerra e non guerra” (p. 60). Eppure questo aspetto è solo una faccia della medaglia della poesia di Centi, che scaturisce da una condizione intima che sembra riverberarsi nella lotta rivoluzionaria antiborghese, o che – al contrario – sembra essere il riverbero di quella lotta. Sono pagine dove il dolore si rapprende alle parole, ma senza lamenti: lo straordinario lavoro di precisione di Centi sulle parole, sulle frasi, sui concetti che voleva esprimere, la sua puntigliosità autocritica non avrebbero permesso che il dolore sopraffacesse la poesia. Era semmai la poesia a nutrirsi di esso e a rimandarlo distillato e cristallizzato, lasciando a lui la pratica del dolore esistenziale e al lettore l’esercizio della sua rappresentazione.

Nella stessa Storia in punti di fuga si legge di “quando il dolore ci divise – il dolore che separa il dolore che seduce” (p. 57). L’immagine suggerisce un ulteriore filo rosso che attraversa il libro: “l’inferno tiepido che curi” (p. 32), ossia un ruggente e irrequieto spleen in cui “la ‘tristezza esistenziale’ è già una condizione politica”, e che riconosce parlando di Claudio Lolli (p. 205), come se il cantante del ’77 bolognese fosse un suo alter ego o perlomeno un interlocutore affine. Una fragilità che (ancora pascolianamente?) ha a che fare con la sensibilità di un bambino: “l’innocenza che mi resta è più indifesa – meno protetta di quella del bambino” (p. 36). E poi la solitudine, non quella di chi è isolato, ma di chi ritrova in sé un tormento non condivisibile con altri, ma anzi moltiplicato dall’ossessione di sé (“in effetti lo so. che sono assediato da innumerevoli me”, p. 172; “oddio – mi pare di rimbambire con tutte queste colpe attorno. dentro. dappertutto”, p. 177). L’anti-eroe di Centi è “così solo che mi manca anche il Nemico – intrappolato in mezzo alle macerie. povero. stanco. mutilato” (p. 68). Perché “in solitudine si scrive per riempire il mondo di parole. per far chiasso. per intellettualizzare il rumore. bisogna con grande fermezza forse lentamente arrivare a non scrivere più niente. saranno straordinarie le ultime parole. o buffe. o qualcos’altro. ma ragionevoli per determinazione” (p. 175). Il rapporto tra solitudine e scrittura è stretto, necessitante, ontologico: “scrivere è entrare nell’affermazione della solitudine, dove incombe la fascinazione del tempo. è consegnarsi al rischio dell’assenza di tempo, dove regna l’eterno ricominciamento. è passare dall’io all’egli. è dissimulare” (p. 120).

E’ così che la morte diventa parte dell’accerchiamento a cui si sente sottoposto il poeta-eroe. E che passa, come fosse un Corazzini reduce in un mondo che lo irride, attraverso testimoni inattesi: non il ‘compagno’ di lotta ammazzato, non la vittima del Potere, ma intimi compagni di affetti familiari. E’ così che troviamo la bellissima Lettera del detenuto a uno sconosciuto, dedicata al fratellino Pier Giorgio morto al 40esimo giorno di vita e mai conosciuto, oppure la disperata Diario per le ultime ore di Woody, dedicata al cane morente, figura che ritorna anche in altre pagine come se fosse l’oggetto lontano di un amore segreto. La morte è immaginata da Centi nella personificazione di Mob, ripresa da quel poema visionario-apocalittico che è l’Ahasuerus di Edgar Quinet, che probabilmente può aver rappresentato per lui un riferimento significativo: “Mob – la morte – che arriva sempre e non arriva mai” (p. 44), e che invita l’eroe a riposare nella propria casa, per dormire dolcemente e mai più risvegliarsi, oppure ad affrontare un viaggio sul suo pullman infernale, lanciato verso il nulla (pp. 100-101). D’altra parte, “solo la vita è una nemica” (p. 125): concetto che è diverso dal “male di vivere” montaliano, ed è semmai l’idea di un’esistenza che è di per sé conflitto e divaricazione: “prendo atto che vivere è un’impresa / che così congegnata m’è lontana, anzi nemica” (p.34).
E’ per questo, per affrontare una vita “nemica” che l’orizzonte fisico delle poesie di Centi oscilla tra la vastità di un mare minaccioso e i sicuri ma angoscianti confini della propria abitazione, come un fortino insidioso circondato dal fossato. E così, “trasvolo di movimento in movimento. da mattonella a chilometro quadrato. incessante cammino per la stanza per 15 anni consumata da tutti i nostri sguardi. parlare di me è una giustificazione vergognosa per dire di parlare del mondo” (p. 172). La stanza diventa il labirinto soffocante di visioni kafkiane, come ne Il viaggio dell’eroe o nell’inquietante Desert desire:

arriveranno tra un’ora. busseranno.
chissà che aspetto avranno. quale sarà la prima parola. se resteranno in piedi o siederanno.
arriveranno tra cinquanta minuti. busseranno.
(mi abbracceranno?) (p. 105).

La stanza è “cavità” e “spelonca”: “penso che vorrei fuggire, che non so dove, che non fuggirò. e vado a caccia di coraggio” (p. 33). La stanza è agonia e salvezza, perché agonia e salvezza sono il dono portato dalla scrittura, a cui Centi dedica molte riflessioni, dall’ironico “faccio il grande scrittore alla macchina da scrivere. faccio qualcosa perché debbo pur giustificare questo non uscire mai” (pp. 172-173) al definitivo “scrivere era trasgredire. risalire dal giù del mare” (p. 26), a cui segue un autoritratto spietato: “sono a disagio perché il mio essere un Irregolare non ha più via di scampo nella giovinezza – di per se stessa riparo o giustificazione della Trasgressione. / ma Trasgredire/ a questo punto/ non è altro che Fluire” (p. 28). L’anti-eroe di Centi scopre che il suo essere “irregolare” e trasgressivo è condizione esistenziale e permanente, non giovanile e dunque non superabile con il tempo, cosa che da una parte è affermazione assoluta di libertà, anarchica e antiborghese, ma dall’altra non può nascondere un sentimento di inadeguatezza:

non sei più la misura di tutte le cose – ma la misura
di te e reggi appena questa tremenda fatica.
sei un italiano sottile – pane e crepacuore. (p. 32)

E parole. Quelle che servono a Centi per materializzare i fantasmi, perché, come scrive in quella che è forse la sua dichiarazione di poetica più intensa e più sfuggente,

La parola è un refuso millenario che non argomenta.
Impreparati a questo dopoguerra
c’è chi lo nega e chi aspetta che si spenga
viaggiando in una frase.
Ma la parola è guerra. (pp. 70-71)

Nei versi di Centi è tutto un rincorrersi di appunti sul senso della parola e del silenzio, della scrittura e della poesia, che si esprime “con uragani brevi e improvvisi” (p. 80). E d’altronde, “il mio giorno restringe l’Immaginazione che s’apre quando la notte alza le sue vele” (p. 64).

Il libro Il diario dell’eroe raccoglie, come dicevo, anche diverse testimonianze di compagni di strada, che ricordano l’instancabile impegno dell’autore come organizzatore e sobillatore di poesia (con Carla Castelli, per esempio, aveva ideato e curato un importante Censimento della poesia a Bologna), o come “guerrigliero della comunicazione”, come scrive Valerio Monteventi. Di Gilberto io ricordo soprattutto la passione, quella che trasmetteva con la sua instancabile sete di poesia, con la sua puntigliosa capacità di leggere e analizzare, con lo sguardo affilato e il sorriso sornione di chi aderiva a ciò che lo circondava e al tempo stesso ne era lontano, con quella figura da reduce della vita che osserva il tempo fluire da una lontananza siderale: “se la solitudine è questa – allora non c’è proprio rimedio. e morirò di cuore o per cancro. diventerò cattivo. certamente la strada deve essere questa: già odio le risate dei vicini. Tempo altri due inverni e sarò il Solitario – con qualcosa di strano attorno o in fondo alla gola” (p. 176).

Gilberto Centi, Il diario dell’eroe, a cura di Vincenzo Bagnoli, con scritti di Mavi Gianni, Cesare Ferioli, Valerio Monteventi e Wu Ming, Bologna, Pendragon, 2020, pp. 240, euro 15.

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