A Stefano errante

Dieci anni fa, l’8 maggio 2012 ci ha lasciato Stefano Tassinari. Sollecitato da Stefania De Salvador, ho scritto questo breve ricordo per il libro “Nel filo del ricordo, La militanza politica, il lavoro culturale, le passioni di Stefano Tassinari raccontate dai compagni di strada”, in uscita nelle prossime settimane per le edizioni Red Star Press.

Caro Stefano,
ti scrivo da una lontana vicinanza, quella che ha caratterizzato gli intrecci delle nostre strade e che è anche quella di oggi: tu, da qualche parte, nelle pagine che hai scritto, nei ricordi che hai lasciato, nei terreni che hai seminato, e io qui, a dedicarti ormai da anni un pezzo del nostro festival con un titolo a te rubato, Lettere dal fronte interno, dove le parole raccontano vite e svelano politiche. Per questo, l’unica possibilità che ho ora è scriverti una lettera, sapendoti lontano ma in ascolto, distante ma partecipe, assente ma sollecitatore.

Errante: così ti immagino adesso, e così ti sentivo quando abbiamo cominciato a conoscerci, una trentina di anni fa. S’intitola proprio così, Errante, il numero monografico di Società di pensieri per il quale ti chiesi un pezzo che rispecchiasse i tuoi “pensieri inquieti e necessari”. Era l’errare dell’errore (e forse sorriderai sornione, adesso, leggendo quest’allitterazione un po’ troppo facile rispetto alle tue pagine, dove la parola è musica senza gli inganni della retorica), ed era l’errare di chi ha intrapreso un lungo viaggio, con pochi punti a far da baricentro, e molte direttrici da inseguire. Un viaggio nel mondo, nella politica, nella verità, nella parola. La parola. Ricordo che all’epoca i titoli dei tuoi libri iniziavano per “A” – All’idea che sopraggiunge, Ai soli distanti – e anche lo scritto per la nostra piccola rivista lo intitolasti A ridosso del giorno, e iniziava così: “Accosto di lato”. Ho sempre amato il tuo uso di quella vocale, e te lo dissi lasciandoti un po’ sorpreso: era come una dedica, come un’apertura, come se si spalancasse la voce nella lettura, e con la voce si spalancassero il cuore e la mente. Confesso ora di avertela “rubata” anni dopo, nel titolo di un nostro film All’amore assente.

Ecco, mi accorgo ora di quante dediche dichiarate o nascoste abbiamo disseminato nel nostro lavoro. È che la naturalezza della frequentazione andava di pari passo con la straordinarietà del tuo sguardo e la lucidità del tuo pensiero. Che si parlasse di letteratura o di politica, di giornalismo o di teatro. Non è stata una frequentazione costante, ma a ogni ritrovarsi c’era sempre una fiamma che si riaccendeva. Quando pensavi a una possibile iniziativa a teatro, o mi prendevi in giro come un ex incendiario diventato pompiere… E sempre come se ogni cosa e ogni parola avesse un peso specifico diverso da quello del chiacchiericcio, dell’opinionismo, del dilettantismo, del letterarismo: un peso specifico dettato dalla consapevolezza e dalla responsabilità di quella parola in quel contesto, come se fosse sempre l’ultima parola possibile, a chiudere un discorso e ad aprire un’altra possibilità. Ricordo ancora quella giornata d’estate insieme alla Festa de l’Unità di Porto San Giorgio, dove mi invitasti con Guido Calvi a parlare di Pasolini, nel trentennale dell’omicidio: era come se lì si dovessero ridefinire i punti dell’argomento, riallineando i fatti e le parole: non fu uno dei soliti incontri d’occasione, ma un’affermazione pubblica di responsabilità civile. Questione di esserci o di non esserci, senza scorciatoie, sempre definitivo, sempre controvento.

In realtà, abbiamo condiviso più modi di essere che progetti. Colleghi giornalisti quando ci conoscemmo nei primi anni ’90, tra una notizia da rincorrere e una conferenza stampa da seguire (tu per il tg di Rete 7, io per L’Unità), cercando di combinare la parola con la verità, e soprattutto con le gabbie dorate e arrugginite degli editori. Colleghi di passione teatrale, in cerca di scene dove l’autenticità cercasse strade nuove per riformare la società. Anzi, rivoluzionare. Anzi, mettere a fuoco: mettendoci il fuoco della passione e l’ardore dell’intelligenza. Le tue recensioni culturali e teatrali, di forte spessore critico, erano un fiore inatteso e raro in quella giungla di tv private poco curate e in quella Bologna con pochi intellettuali col coraggio della critica militante. Fosti il primo ad accorgerti di quel piccolo spazio di periferia fondato da Andrea Adriatico, che dopo qualche anno sarebbe diventata la mia casa, Teatri di Vita; il primo a entrare con una troupe ancor prima dell’inaugurazione, a seguire quei passi iniziali con entusiasmo e servizi giornalistici appassionati, con la volontà di capire e rimettere in gioco le tue aspettative, anche quando certi spettacoli facevano a meno di quella che per te era l’irrinunciabile misura di tutto, la parola.

La parola del giornalismo e la parola della letteratura, la parola che si fa voce e la parola che rinuncia alla voce per farsi pensiero, la parola che incontra la musica e l’immagine e la parola che si fa cinema e documentario. La parola che è politica e poetica al tempo stesso, ed è sempre un viaggio verso un altrove che è il nostro qui e ora, che è il nostro passato – che per te era un connubio, amaramente abbandonato, di azione e utopia –, e che è il nostro futuro, verso un luogo in cui quella parola si sarebbe fatta critica permanente: il tuo ultimo appassionato impegno con la rivista Letteraria. Un progetto quasi (pasolinianamente) anti-moderno: riportare con rigore la letteratura al centro del confronto sociale e la società al centro del dibattito letterario.

E forse avrei ancora altro da dirti in questa sgangherata Lettera dal fronte interno, ma è tempo di salutarci, eppure mi manca una formula di saluto che non ti faccia scrollare la testa con un sorriso. Ma poi, in questa vicina lontananza non servono troppe parole, e le parole non bastano mai.

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