Didì, Gogò e Zombeckett

L’attesa è finita. Nonostante le parole di Estragon e Vladimir, nonostante il titolo, nonostante Aspettando Godot dell’attesa sia l’apice della rappresentazione, o dell’esorcismo. È finita da tempo, perché non solo Godot non arriverà – e questo lo sappiamo –, non solo non si sa chi o cosa sia, ma soprattutto l’interrogarsi su Godot è superfluo. Perlomeno nell’interpretazione che ne dà Theodoros Terzopoulos in uno spettacolo che porta il titolo di un’attesa e parla semmai di una resa, e che alla tensione impotente e stralunata di due vagabondi sostituisce l’immobile teatrino rituale di cinque fantasmi, la funzione funebre di chi non avrebbe più alcun Godot da attendere, i morti. Questo Aspettando Godot è una sonata di fantasmi.

La scena dello spettacolo diretto da Terzopoulos è un catafalco o un’urna o una cappella, insomma un enorme cubo nero adagiato nel nulla, di fronte al quale sta un vaso di fiori bianchi come un’offerta votiva di fronte a una tomba al cimitero. Non c’è il famoso albero che come un tormentone ritorna nel testo di Samuel Beckett a indicare la possibilità di una via d’uscita, la morte. Quella via d’uscita è già avvenuta, e no, non certo per il suicidio evocato da Estragon e Vladimir: è la morte non come atto ma come condizione. Ed è lì che la cogliamo, in quella scatola nera che all’inizio si apre leggermente a metà in una lunga fessura orizzontale in cui stanno, come salme in un loculo, Didì e Gogò, dal volto e dal corpo macchiati di sangue, intorpiditi dalla rigidità eppure ancora guizzanti come spettri sanguigni e carnali appena risvegliati dal sonno eterno. Anche il loro dialogo guizza con una vitalità insospettata, che sembra voler spezzare la pressione della struttura che schiaccia i due corpi, ma di fatto conferma la sensazione della rievocazione di parole ormai appartenenti a una vita passata. Enzo Vetrano e Stefano Randisi sono arrivati a questi due personaggi dopo un’intensa carriera di coppie dalla lunaticità quasi beckettiana, ma sembra che qui siano i loro Totò e Vicè a riecheggiare in Didì e Gogò. Ovviamente è Franco Scaldati a essersi ispirato al duo beckettiano nella scrittura, ma il suo Totò e Vicè era impregnato di un senso profondo della morte che si intreccia alla vita fino a confondere i personaggi in una dimensione sospesa, fantasmatica, esistenzialmente ambigua, di maschere morte che vagano nella vita. E ora quei personaggi per i quali  “cu è mortu è vivu e cu è vivu è mortu” (chi è morto è vivo e chi è vivo è morto) sembrano rivivere – o rimorire – nei beckettiani Didì e Gogò, nel loculo in cui sono stati compressi da Terzopoulos regista e scenografo.

Il cubo nero si apre ancora, allargando la fessura, aprendo un’altra fessura verticale che ricombina l’immagine come la superficie di un plumbeo cubo di Rubik o di un Mondrian monocromo e simmetrico, e che porta allusivamente alle sembianze schematiche di una croce. È così che Pozzo irrompe nello spazio del cubo fessurato, incidendo una membrana con una lama, ma è come se in realtà fosse l’ulteriore figurina di una tavola pittorica religiosa, di un tabernacolo proveniente da un secolo antico, di una croce bizantina istoriata. Ed è così che Lucky penetra nella composizione, sbucando con la testa come Winnie in Giorni felici per poi staccarsene, avanzando all’esterno del cubo e recitando il suo flusso di coscienza come fosse la faticosa ricucitura di tanti frammenti scomposti di un monologo perduto. Perduto, passato, quasi dimenticato: ancora la sensazione che le parole di questo Aspettando Godot siano reperti di qualcosa che è già avvenuto e non può tornare. O di un rito (funebre, appunto) tramandato da una qualche religione abbandonata. Ci pensa il ragazzo-angelo alla fine del primo atto a rievocare l’ombra di quel rito perduto, comparendo all’interno di una vera croce: a ribadire, dunque, l’indispensabilità della croce, e al tempo stesso a negarne la sacralità sostituendo il suo volto a quello assente di Cristo. Con l’annuncio del ragazzo, fisionomicamente simile a Pozzo (l’unico personaggio portatore di un discorso funzionale è fisicamente simile a quello che spezza palesemente ogni leggibilità del discorso), termina così il teatrino dei cinque fantasmi convenuti in questa notte dei morti viventi a ripetere parole perdute, come una recita mesta da attori di avanspettacolo, dove lo spleen si confonde con la ripetizione di battute umoristiche e le giocolerie verbali tanto care a Beckett. Termina la recita nel cubo-carillon, dove risuona l’Agnus Dei di Samuel Barber: musica sacra del 900 composta nel ricordo di quella di secoli prima, idealmente postuma come le parole dette. Si nasce a cavallo di una tomba, dice Pozzo, ed è dentro una tomba che si vive, indica Terzopoulos, o che si ripensa alla vita dopo la morte.

Nel passaggio al secondo atto, introdotto da violenti suoni di guerra, il teatrino perde il suo triste ma idilliaco copione e si spalanca alla vertigine dell’abisso. Non più semplicemente fantasmi, i cinque personaggi sono ora veri e propri zombi, evocati – come in qualsiasi b-movie che si rispetti – da un’apocalisse disumana che ne ha trasformato le identità, anche da morti. La guerra, concreta o simbolica, ma forse più concreta che simbolica: quella che ancora era memoria viva di Beckett autore di Aspettando Godot e quella del tutto presente e vicina che riempie le cronache e le trepidazioni di noi europei del 2023. La lama usata da Pozzo si moltiplica in una filza di coltelli che cala dall’alto, tante piccole spade di Damocle come una pioggia geometrica di minaccia e dolore, che sembra moltiplicare i coltelli pendenti di Jannis Kounellis (le stesse due metà superiori del cubo che sovrastano Didì e Gogò ricordano il senso di Kounellis per i volumi e le strutture sospese). Ovvero, la burla del primo atto si trasforma in tragedia, o meglio nella caricatura grottesca di quella tragedia antica che vibra sotterranea in tutto il teatro di Terzopoulos. Inutile comunque cercare riscontri limpidi con il mito greco: se Didì, Gogò, Pozzo, Lucky e il Ragazzo sembrano altrettanti Prometei incatenati a quel cubo cimiteriale, non hanno certo l’eroismo alieno di chi ha sfidato gli dèi, ma l’antieroismo umano di chi ha rinunciato a sfidare e sa solo aspettare, o solo dichiarare di farlo.

Ora Didì e Gogò, che pure nel primo atto si alzavano, rimangono sempre stesi, schiacciati dal loro inane sproloquio e dal macigno geometrico che li sovrasta. Il teatrino rituale del primo atto diventa un macabro carosello horror, in cui parole e gesti si levano a reclamare con dolore ciò che prima era semplicemente evocato con malinconia. Scorrono brividi perché la tanto ribadita attesa è ormai finita: Godot è quel cubo nero, è questo teatrino, è l’epifania di un universo morto che ritorna grondante sangue, come in una tragedia greca di delitti aberranti, a chiedere il riscatto, a chiederci il sacrificio. Pozzo avanza muto in scena e indietreggia nel cubo, strisciando, quasi trasformato in una metamorfosi animale. Il ragazzo-angelo, misterioso come un angelo dell’Apocalisse, avanza e indietreggia strappando fogli da un libro o un quaderno. Dal dopovita siamo passati al dopostoria, e anche la musica di Ciakovskij o Barber ha lasciato il posto all’inquietante sonorità elettronica di Velianitis.
Alla fine, dall’alto, piove ancora qualcosa: è una filza di libri insanguinati. Forse libri viventi, corpi di carta, trafitti dai coltelli calati precedentemente. Forse il destino di una memoria storica ed esistenziale destinata a marcire. Forse l’istantanea di un 2023 che ha rinnegato l’idea di progresso e civiltà. Forse, più semplicemente, l’evidenza di un Godot sfuggito da quei libri aperti dove rimane solo la traccia cruenta dell’amputazione di un senso umano dalla storia. E gli zombi (ci) stanno ad aspettare.

Aspettando Godot di Samuel Beckett; traduzione Carlo Fruttero; regia, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos; con (in o. a.) Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano e Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola; musiche originali Panayiotis Velianitis; consulenza drammaturgica e assistenza alla regia Michalis Traitsis; training attoriale metodo Terzopoulos Giulio Germano Cervi; progettazione led Roberto Riccò; direttore tecnico Massimo Gianaroli; direttore di scena Gianluca Bolla; produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini in collaborazione con Attis Theatre Company.

Visto a: Modena, Teatro Storchi, 15 gennaio 2023.

Foto di scena Johanna Weber

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