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Franco Scaldati in “Gli uomini di questa città io non li conosco”

La bellezza è degli sconfitti, il futuro è degli sconfitti. Franco Scaldati, poeta sconfitto, infuso di bellezza, vive nel futuro: attraversato il suo presente, sta attraversando anche il nostro presente, dove i vincitori di oggi scavano la loro fossa, per attenderci un po’ più in là, insieme a tutti gli sconfitti infusi di bellezza. “Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questa è il grande splendore dell’esistenza”. Con queste parole di meravigliosa e straziante grazia vitale scritte da Scaldati si chiude il film di Franco Maresco dedicato all’artista palermitano, poeta assoluto del teatro italiano, voce e corpo per parole che sono musica e al tempo stesso immagine, senso, folgorazione: insomma, bellezza.

Gli uomini di questa città io non li conosco è il titolo provocatorio, che rimbalza dai titoli di testa sulle sequenze finali: spettatori teatrali del capoluogo siciliano che non sanno chi sia stato quello che senza esagerazioni si può definire il più grande ricamatore della parola scenica – lui, sarto per professione – che quella città ha partorito e uno dei grandi e anomali autori teatrali italiani degli ultimi decenni. Un film necessario, che si apre con lo stesso Scaldati, che a petto nudo recita una stupefacente ode alla rosa, che da sola vale la visione del film: lui grande e grosso, con la barba da Socrate visionario o da Odino mediterraneo, che diventa l’ode che egli stesso recita, con i muscoli del petto e i tendini del collo che si torcono nello spasimo dell’estasi poetica e teatrale.

Il documentario ripercorre la vita e il teatro di Scaldati, dalla nascita (1943) alla morte (2013): brani di repertorio, documenti filmati d’epoca, interviste, su cui Maresco con la distaccata indolenza da Cinico tv racconta e spiega, mescolando un arido livello didattico a una partecipazione da fan e amico. L’impianto, del resto, è profondamente palermitano: il tentativo è quello di mettere in luce soprattutto questo dialogo mancato tra la città e il suo poeta, andando in parallelo tra l’evoluzione drammaturgica e teatrale di Scaldati e le trasformazioni di Palermo. Si parte dalle incredibili immagini di Cortile Cascino, il quartiere più miserabile della città, nello sguardo di Robert Young, che nel 1961 si addentrava con la cinepresa nei vicoli immondi di questa Calcutta italiana, dove la povertà si sposava con una vitalità che aveva gli occhi vivaci di piccoli bambini nel fango. E’ da qui che la storia prende avvio, attraversando gli scempi urbanistici e i morti per mafia per approdare alla nuova civiltà berlusconiana. E’ da qui che anche Scaldati prende avvio per un teatro di resistenza alla barbarie e all’omologazione, con le armi della poesia. Inevitabilmente marginale. Un sarto delle parole che tesse una lingua antica e inedita al tempo stesso: un palermitano che sembra scaturire dalle profondità di quel Cortile Cascino in cui la vergogna e la felicità si prendono scandalosamente per mano, come in una visione pasoliniana, e che arriva sul palcoscenico con la forza della novità di fronte a spettatori anestetizzati dal palermitano folcloristico e mediatico.

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Franco Scaldati e Franco Maresco in “Gli uomini di questa città io non li conosco”

La sua forza è stata la lingua, ma da sola non sarebbe bastata. La sua forza è stato il corpo, come dimostra nelle interpretazioni delicate o vigorose: corpo sciamanico, perché obbligato a misurarsi con la poesia e con la bellezza, per le quali non bastano corpi ordinari. E la sua forza è stata la capacità di penetrare nel cuore degli uomini per coglierne glorie e bassezze, facendo emergere quelle glorie e quelle bassezze in lunghi monologhi appassionati o in drammi risaliti dall’afasia beckettiana verso una verbigerazione dalla potente fisicità: parole che sono cose e che raccontano favole che sono realtà. Ho avuto l’occasione di incontrarlo una volta sola, nel 1993: aveva scritto e diretto Sul muro c’è l’ombra di una farfalla, con il suo laboratorio femmine dell’Ombra, in una grotta di Santarcangelo. Il suo testo invadeva la penombra di quegli anfratti con suoni completamente impenetrabili per me, in quel palermitano antico e stretto, che suonava come fosse la riesumazione di un aramaico perduto o l’invenzione pura di una nuova lingua, tanto fantastica quanto profondamente concreta, fisica, materica.

Scaldati era pura parola e puro corpo, gigante buono e anima maledetta, pronto a inabissarsi nei gorghi della vita e a riemergere con il fiore della morte. Questo film è un piccolo e incompleto tassello, ma davvero importante e necessario, da vedere, e sarà utile se farà emergere l’assenza di Franco Scaldati. Molte sono le testimonianze che ne restituiscono diversi aspetti nello svolgersi della sua complessa e faticosa vicenda artistica, che l’ha portato dalle prime scene sperimentali degli arrembanti anni ’70 alla creazione del suo primo folgorante lavoro, Il pozzo dei pazzi, per proseguire poi con Lucio, attraverso i tanti testi che leggeva/recitava fino a Totò e Vicé, e ancora attraverso le varie esperienze nei teatri palermitani, da una parte la fiducia ben poco ripagata nel Teatro Biondo (vista dai ‘puri’ come un tradimento) e dall’altra il lavoro nel sociale con il laboratorio Femmine dell’ombra con Antonella di Salvo. Scorrono i volti dei suoi attori, a cominciare dall’inseparabile Gaspare Cucinella, e dei tanti che in diversa misura l’hanno incontrato, da Letizia Battaglia a Emma Dante, da Giuseppe Tornatore a Roberta Torre, mentre lo stesso Maresco ricorda le collaborazioni, come per Cinico tv e Il ritorno di Cagliostro. Il punto centrale del film è l’indifferenza di Palermo per il suo poeta. Ma il punto vero è l’indifferenza del teatro italiano per uno dei suoi più folgoranti autori. In questo senso, trovo sostanziale l’intervista a Enzo Vetrano e Stefano Randisi, che hanno portato in scena Totò e Vicé rapportandosi a Scaldati come a un classico, e che ora invocano la sua diffusione attraverso la traduzione delle sue opere. Il siciliano impenetrabile di Scaldati, che ne ha reso marginale la presenza, resta nella sua grandezza linguistica, ma è indispensabile che le sue opere vengano tradotte in italiano e che attraversino nuovamente i palcoscenici incarnate da attori diversi, come si conviene a qualunque grande classico straniero. Perché solo allora anche i più pigri potranno rendersi conto che Scaldati non è stato solo un fenomeno locale di bizzarro e anomalo poeta-attore, ma un drammaturgo tra i più potenti del teatro italiano dei suoi anni, e che le sue parole hanno ancora tanto da dire oggi e negli anni a venire. Perché sono parole di bellezza, e quindi sono parole di sconfitta: e il futuro è degli sconfitti.

 

 

 

Gli uomini di questa città io non li conosco. Vita e teatro di Franco Scaldati, regia di Franco Maresco. Soggetto e sceneggiatura di Franco Maresco e Claudia Uzzo. Collaborazione alla sceneggiatura di Francesco Guttuso. Direttore della fotografia Tommaso Lusena De Sarmiento. Montaggio Franco Maresco e Francesco Guttuso. Musiche originali Salvatore Bonafede. Con Franco Scaldati, Roberto Andò, Letizia Battaglia, Gaspare Cucinella, Mimmo Cuticchio, Emma Dante, Goffredo Fofi, Melino Imparato, Mario Martone, Stefano Randisi, Giuseppe Tornatore, Roberta Torre, Enzo Vetrano, Matteo Bavera, Umberto Cantone, Gino Carista, Pietro Carriglio, Elio De Capitani, Antonella Di Salvo, Aurora Falcone, i fratelli Ferina, Toti Giambertone, Paolo e Vannina La Bruna, Emiliano Morreale, Gabriele e Giuseppe Scaldati, Cosimo Scordato, Ninni Truden, Valentina Valentini. Produzione Ila Palma – Dream Film, in collaborazione con Rai Cinema e la Compagnia di Franco Scaldati. Italia 2015.

 

 

 

 

 

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