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Pasolini sulla tomba di Gramsci.

Pasolini sulla tomba di Gramsci.

Novembre è stato il mese più intenso di iniziative per ricordare i 40 anni dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Le iniziative continueranno ancora a lungo per alcuni mesi; anzi, molto probabilmente si diraderanno, ma non si fermeranno praticamente mai. Voglio riproporre qui, al termine del mese clou delle manifestazioni pasoliniane, un intervento che ho scritto sul numero di ottobre della rivista della Fondazione Toscana Spettacolo Il teatro e il mondo, diretta da Curzio Maltese, in uno speciale dedicato proprio a Pasolini.

 

“La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione”, scriveva Pasolini. Quando gli anni aumentano, quella sorta di film-biografia tende a scolorire o a irrigidirsi: se poi si parla di Pasolini, che a ogni anniversario vede moltiplicarsi omaggi, celebrazioni, pubblicazioni, in una sovraesposizione che qualcuno ha definito “pasolinificio”, c’è anche il pericolo che quel “film” tenda a scomparire, soverchiato dalle troppe parole dietro cui si nasconde una “verità” ormai sbiadita. E invece, anno dopo anno, la figura, l’arte e la riflessione di Pasolini emergono dal brusio di fondo, con tutta l’energia di una voce contemporanea e attuale.

Profondamente calato nel presente della sua epoca, Pasolini ha saputo leggere come pochi altri la realtà che lo circondava, riuscendo a cogliere i deboli fili delle grande mutazioni epocali della società italiana, pressoché invisibili agli altri, proprio grazie a un dialogo diretto e costante con quella società: non quella dei salotti borghesi, ma anche quella umile del proletariato contadino o operaio, e soprattutto quella negletta del sottoproletariato. La consuetudine esistenziale ed erotica con gli individui più deboli e ignorati gli ha consentito di percepire nei loro slittamenti culturali le imminenti trasformazioni verso un’irresistibile e irreversibile omologazione borghese e l’annullamento delle classi e delle differenze. L’errata attribuzione a Pasolini di doti “profetiche” nasce dal rifiuto di riconoscergli la capacità di essere non profeta ma testimone.

Pasolini sta dunque ben impiantato nei suoi decenni, che per l’Italia sono stati quelli della grande emancipazione e della grande trasformazione, i cui ambigui “frutti” sarebbero stati raccolti poi nei successivi anni ’80 che avrebbero messo a regime in maniera ormai scoperta i meccanismi della massificazione (in particolare attraverso l’odiata televisione) per preparare il ventennio di cultura berlusconiana che è riuscita a permeare tutto dei suoi metodi e della sua agenda, in una attuazione dei modelli prefigurati da Pasolini (che, in un soggetto cinematografico mai realizzato, raccontava proprio dell’ascesa politica di un egocentrico padrone della tv). Aver vissuto gli anni 40 della guerra e del dopoguerra dall’angolo remoto di un Friuli-Piccola Patria, in cui sperimentare modalità di partecipazione e di arte legata alla comunità, ha dato a Pasolini una capacità di ascolto delle periferie, che poi sarebbe fiorito nella confidenza con le periferie di Roma e quelle del Terzo Mondo, da cui aveva saputo intuire il grande esodo migratorio dei tanti “Alì dagli occhi azzurri” sulle coste esauste di un Occidente senza più vigore. E poi, gli anni 50 e 60: il grande dibattito politico ed estetico, il boom economico, i movimenti giovanili… insomma, Gramsci e le sue ceneri nella sua fatidica opera poetica civile, così come Togliatti e i suoi funerali nel film-apologo Uccellacci e uccellini: ossia, l’ideologia e la sua morte, in un’Italia lasciata orfana in mano alla borghesia “più ignorante d’Europa”. E’ proprio questa capacità di analisi, mai come analista, ma sempre come poeta, cioè come qualcuno che ‘intuisce’ per grazia intellettuale e dedizione appassionata alla vita, che rende Pasolini così attuale e vivo ancora oggi. Pasolini ha saputo cogliere l’inizio della crisi nel momento in cui questa avveniva, a dispetto degli osservatori della sua epoca attardati, magari, nel confondere i segni dell’imminente omologazione e massificazione con gli esempi fulgidi di un roseo futuro di progresso, oppure come generici smottamenti esistenziali o decadenti. E perciò è proprio alla capacità intuitiva e poetica di Pasolini che cerchiamo di guardare – ai suoi scritti, alle sue poesie, ai suoi film, alle sue tragedie – dalla prospettiva odierna, quando ormai il genocidio antropologico della fine degli anni 60 e inizi anni 70, da lui denunciato, ha mostrato le evoluzioni più impressionanti. Figli di un’epoca che non conosce altro se non il trionfo della massificazione paventato da Pasolini, guardiamo a lui per comprendere come questa condizione sia nata e si sia sviluppata: per conoscere le alterità che ci sono precluse, quelle idealizzate da Pasolini, per le quali ricevette accuse di passatismo e di nostalgismo, e che però ci raccontano di una secolare pluralità sociale che l’Italia ha perduto nel giro di pochi anni, rimpiazzata da una realtà che egli non sapeva ancora cosa sarebbe diventata, ma che oggi riusciamo tutti a comprendere bene. Dall’era della sovraesposizione mediatica e di internet che collega il mondo intero in tempo reale, abbiamo bisogno di interrogare un “padre” che sempre rifiutò di farsi definire padre (semmai fratello maggiore), e che seppe giostrarsi con intelligenza e ambiguità nella complessità mediatica della nascente società dello spettacolo: e che seppe collegare il mondo intero in tempo reale non con il ‘clic’ di un mouse, ma con la visionarietà di un ‘ciak’ tra Matera e Sana’a, in cortocircuiti estetico-interpretativi che oggi sappiamo cogliere e sentiamo davvero vicini, come per esempio la strabiliante reinvenzione antropologica di un Edipo re nei deserti del Maghreb. La disperata vitalità di Pasolini, che poi divenne la cupa coscienza del “no future” di Salò e Petrolio, si sposa con l’irrefrenabile necessità di una denuncia senza fine e di un ottimismo naturale che lo portava ancora a immaginare barlumi di vita nello sguardo di ragazzi disposti a valorizzare il senso della tradizione, cioè a essere critici nei confronti di una modernità disumana e a ritrovare nel passato i semi perduti di una umanità da ricostruire. Non solo lucciole scomparse, ma un territorio paesaggistico e urbano da preservare, negli anni in cui la sensibilità della conservazione non era ancora diventata patrimonio condiviso. Con pratiche estetiche del non-finito, dell’appunto, della compromissione fisica e corporea dell’artista (il corpo gettato nella lotta), che oggi sentiamo come ponti sospesi dagli anni in cui tutto sembrava possibile a quelli – attuali – in cui tutto sembra già visto.

Oggi Pasolini continua a parlare. Anzi, no: continua a sobillare. Come un untore delle nostre coscienze di figli dell’omologazione (anche fastidioso in prese di posizione così poco politicamente corrette per i giorni nostri), ma anche delle coscienze di figli ribelli, che stanno a disagio in una realtà che non accettano ma da cui non sanno uscire. Uscire non si può, diceva Pasolini negli anni in cui questa società subiva la mostruosa metamorfosi da lui additata: e questo rischierebbe di rendercelo ostile. E invece, proprio quel suo pessimismo riesce a essere linfa vitale, perché lucidissimo e macerato. Pasolini non era apodittico: l’esercizio critico (autocritico) e la contraddizione erano e sono gli strumenti della sua folgorazione intellettuale e della nostra possibilità di ascoltarlo e di dialogare con lui. Anzi, di lasciarsi attraversare dalle sue parole e dalle sue immagini: cercando di assorbirne non tanto le analisi specifiche, ma un metodo di relazione con la complessità del reale, che parte prima di tutto dal suo essere poeta. E allora, ecco la vitalità attuale della sua poesia, del suo cinema, del suo teatro, delle sue prose, perfino dei suoi interventi saggistici o polemici, in cui il merito del discorso è filtrato sempre e doverosamente dall’arte. Perché è questo che lo renderà sempre e sempre più attuale e necessario… perché sarebbe stato un semplice (e presto dimenticato) cronista o polemista se avesse scritto un banale articolo sulla collusione della politica con la mafia e il terrorismo, ma è Pasolini se invece scrive parole che rimangono esemplari allora e oggi e in futuro per ogni indignato a ogni latitudine: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…”.

"Bestia da stile", regia di Fabio Condemi (foto Tommaso Le Pera).

“Bestia da stile”, regia di Fabio Condemi (foto Tommaso Le Pera).

Post scriptum. Dopo la scrittura di questo intervento per la rivista Il teatro e il mondo mi è capitato di vedere, tra le altre, la tragedia di Pasolini Bestia da stile messa in scena da un gruppo di giovani. Si trattava di un saggio di diploma di regia dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ma in realtà era un vero spettacolo. La scrittura teatrale di Pasolini è forse una delle parti tuttora più vive e vivaci della sua immensa opera: c’è qualcosa di speciale in quei testi e nel rapporto stesso del teatro con Pasolini, come se ci fosse uno spazio comune di vitalità, dove la forza propulsiva di quei versi e di quei temi riuscisse a incontrare alla perfezione l’energia vitale degli attori, che è quella che maggiormente riesce a rendere sempre presente la sua voce. Il teatro, arte vivente, trova vita in Pasolini e a lui ridà vita ogni volta, si potrebbe dire. Dunque, è sempre una bella avventura per chi fa teatro confrontarsi con Pasolini, ed è sempre una bella avventura per gli spettatori riascoltare le parole di Pasolini ripronunciate con gli accenti odierni. Per questo, l’idea che alcuni giovanissimi si confrontassero con una tragedia mi incuriosiva molto…

Il regista Fabio Condemi ha scelto per la sua avventura nientemeno che Bestia da stile, la tragedia più complessa e meno frequentata (ne ricordo solo le versioni di Cherif e Antonio Latella), ma che ha potuto offrirgli la chiave giusta per entrare nel mondo poetico-teatrale di Pasolini: la parabola di un giovane poeta. Condemi ha cercato in questa tragedia la storia di una vocazione artistica e dei suoi inganni, le sfide che la storia impone alle giovani generazioni e i trabocchetti che le attendono col passare degli anni. Cioè, ha ritrovato sé stesso dentro la storia autobiografistica di Pasolini, e dentro quella stessa storia ha portato gli spettatori, a cominciare da quelli più giovani. Non voglio dire che lo spettacolo fosse banalmente “generazionale”, ma che ha saputo percorrere una strada non morbosamente segnata dall’autobiografismo pasoliniano degli anni 60/70 (che pure non è evitato), bensì una strada esemplare per la generazione degli anni 2010, senza per questo dover necessariamente infilare in modo forzato elementi spurii. E come è riuscito a farlo? Con la leggerezza. E questa è forse la lezione migliore che ci può venire da questo piccolo ma profondo spettacolo, e dalle nuove possibilità di approccio del teatro nei confronti di Pasolini. Condemi ha saputo dribblare la pesantezza che tante volte incombe in chi si confronta con quelle tragedie, a favore di un approccio fresco e leggero: che non significa rinunciare alla complessità, ma significa non caricarla. Lo ha favorito sicuramente qualche significativo e provvidenziale taglio, ma non a caso i tagli sono riusciti a restituirci una tragedia asciutta e incalzante, di forte leggibilità e di sicuro impatto. Una tragedia che racconta la storia di un ragazzo poeta che pone sé stesso al centro della scena-mondo per testimoniare soprattutto l’inquietudine della propria diversità da quel mondo mutevole – come i pannelli che lo circondano, segmentano lo spazio, appaiono e scompaiono, presentandosi di volta in volta come barriere o lavagne – che non sa riconoscere, familiare e sociale, solcato dalla guerra e dalla morte, e di cui vuole appropriarsi proprio con le armi dello scandalo e della poesia: con le armi dello stile per iniziare a guardarlo, quel mondo, e poi rifiutando lo stile per iniziare, forse, a viverlo. Con leggerezza, senza il fardello di cui il vecchio parlante si libera negli ultimi versi dell’Appendice della tragedia: versi che Condemi non ha utilizzato per la sua messa in scena, ma che sembra aver spalmato idealmente sull’intero spettacolo.

 

 

 

L’articolo (a esclusione del post scriptum) è stato pubblicato con il titolo Una voce contemporanea e attuale. Oltre il “pasolinificio”, per recuperare l’essenza del pensiero sul numero 3 (ottobre 2015) della rivista della Fondazione Toscana Spettacolo Il teatro e il mondo, diretta da Curzio Maltese (scaricabile in pdf sul sito della FTS).

 

Bestia da stile, di Pier Paolo Pasolini; regia Fabio Condemi; con Gabriele Portoghese, Valeria Almerighi, Arianna Di Stefano, Paolo Minnielli, Xhuljo Petushi, e con Carmelo Alù, Emanuele Linfatti; scena Bruno Buonincontri; supervisione ai costumi Gianluca Falaschi; luci Sergio Ciattaglia; ripresa video Gabriele Falsetta; foto di scena Tommaso Le Pera; saggio di diploma del corso di regia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Prima assoluta: Roma, Teatro Eleonora Duse, 9 novembre 2015.

 

Visto a Roma, Teatro Eleonora Duse, 12 novembre 2015.

 

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